venerdì 11 marzo 2011

I Vini Francesi del Guardiano del Faro. L'edizione cartacea

Si fa, anzi, me la faccio, un'altra cosa che non ho mai fatto e che voglio provare a fare. Ci saranno molti pezzi pubblicati online qui dagli Armadilli e da Luciano Pignataro, ma vorrei andare oltre e, oltre a rivedere alcuni aspetti di ogni singola scheda per la versione cartacea, queste saranno integrate anche da intermezzi alcolici di senso diverso, defaticanti o ancor più affaticanti dal punto di vista emotivo. Il lato umanistico prima di tutto e poco spazio a fronzoli e nessuna immagine ad effetto. -gdf-

giovedì 10 marzo 2011

Master Sommelier ALMA-AIS IV livello AIS.

- del Guardiano del Faro -


"Guardiano !?! Ma che ci fai all’ALMA di Colorno ? " Bella domanda, ma la risposta è infinitamente semplice. E non è uno scherzo, perché qui le cose si fanno veramente sul serio : attrezzature, spazi, intensità dei corsi, docenti di rilievo, banchi di lavoro professionali con tutti gli strumenti necessari ad una degustazione degna di un Master. Oltre a ciò lo spazio mediatico , aspetto che non sfugge agli organizzatori dei corsi , p.c. portatili ad ogni banco, schermate alla parete con pagine internet integrative a quanto viene spiegato alla ventina di utenti di questo secondo corso, nel quale viene inserita la materia che mi ha consentito di travestirmi da testimone di una realtà ormai definita materia di studio : il mondo del Wine Web . E’ stato un breve viaggio a ritroso con le diverse tappe che hanno caratterizzato la mia permanenza sul web in questi ultimi 8-9 anni, attraverso l’apprendistato che hanno fatto quasi tutti quelli che hanno poi fondato blog o hanno integrato online riviste specializzate sul vino e dintorni. L'inizio fu rappresentato da il forum del Gambero Rosso, che ebbe momenti di gloria notevoli, di grande afflusso di personaggi che ne portarono altri , qualità e quantità di persone che dietro un nick esponevano, discutevano, approvavano o disapprovavano quanto appariva giornalmente su uno spazio libero e anche abbastanza de-regolato quanto poco moderato. Abbastanza per farsi le ossa e proseguire attraverso un percorso di partecipazione e di osservazione : il fenomeno Altissimo Ceto, la qualità di Porthos, forum esteri come Degustateurs, blog sviluppati intensamente come quello di Luciano Pignataro, la visione giornaliera di quello di Ziliani o Intravino e decine di altri spunti sui quali ragionare alla fine del secondo lustro dall’avvento di queste fonti di informazioni e di opinioni. La priorità assoluta della continuità se ci vuoi stare dentro con un minimo di pubblico . La spaccatura tra gli appassionati di cibo che parlano solo di ristoranti e di quelli del vino che sanno tutto dei produttori di nicchia e quasi mai si incrociano , quasi fossero due fazioni opposte, curioso aspetto notato prima sul solito G.R Forum e poi verificato nel periodo di guida di Passione Gourmet. Le riviste online : Lavinum, Spirito diVino, Bibenda, Miovino, Wine Spectator, Burgundy Report, Decanter ecc.. Qui solo alcuni nomi ma la conversazione si è allargata ben oltre, andando a ricercare quelli che sono gli svantaggi e i vantaggi di esserci e di volerci star dentro in questo movimentato decanter di opinioni, esserci per comunicare attraverso un open space come un forum, attraverso una fonte personale e individualista come un blog o attraverso i social network. Sostanzialmente i vantaggi sono nettamente superiori agli svantaggi, perché con il tempo c’è modo di guadagnarsi stima e considerazione che possono portare come nel mio caso ad essere interpellato per allestire cantine e relative carte dei vini, consulenze di vario genere, start up di ristoranti stellati, partecipazione attiva a diversi blog, a Guide online o cartacee. Esserci è quindi positivo anche per trovare un impiego, che sia prolungato o spot a seconda delle esigenze dell’interlocutore, esserci e avere uno spazio privato di espressione o condividerne uno pubblico serve per tenersi sempre informati sulle novità o aggiornare mentalmente quello che si pensava già di sapere e invece qualche sfaccettatura era forse sfuggita . Serve anche per promuovere eventi o libri, degustazioni, incontri, meeting, o per cercare di comprare o vendere qualche rara bottiglia così come la partita di vino semplice da bere tutti i giorni spuntando spesso prezzi migliori di quelli che potrebbe praticare una tradizionale Enoteca di quartiere. Svantaggi non ne vedo, o per meglio dire, non ne vedo più, nel senso che certi atteggiamenti aggressivi o volgari di alcuni personaggi che popolano questo piccolo mondo etilico virtuale ormai mi fanno solo sorridere, come i Fonzie da bar sport che ti prendono per stanchezza a fine giornata. L’altro aspetto su cui porre attenzione è la verifica delle informazioni, non dando mai niente per scontato di quello che leggiamo e cercando sempre un incrocio di informazione quando ci viene un dubbio. Dunque mi auguro che questi ragazzi, che per ora sul web non ci sono o ci sono solo marginalmente, si buttino dentro per tutti i motivi che ho spiegato a loro e ripeto qui. Vale la pena esserci, esserci per capire, avendo però la cautela di decidere con buona calma se scendere in campo con il proprio nome e cognome o con un nick name che con gli anni farà vacillare la vera identità, tenendo conto che a distanza di cinque anni invece di essere salutato per nome potrebbe succedere di essere apostrofato in maniera abbastanza tranciante : Uhei Guardiano, ma che ci fai a Colorno ?!? - gdf-



Questa vecchia porta e questo incarico, questa porta sta giusto in faccia all'ingresso degli uffici dell'ALMA.





p.s. Un ringraziamento particolare alla Dottoressa Elisabetta Virtuani , coordinatore scientifico, docente all'Università Cattolica di Piacenza, a Giulia Beccarelli, impeccabile maestra d'accoglienza, al Master Sommelier Roberto Jacquemod e infine non potendo assolutamente dimenticare la vulcanica personalità di Andrea Grignaffini .

Sorgente del vino parte terza

Il rumore di vetri che si infrangono mi fa sempre venire i brividi , anzi di piu', qualcosa di libidinoso.


Domenica scorsa in quel di Agazzano non sono mancate le sinfonie di scrascc. Anche un povera bottiglia di Ciro' finita tristemente sul pavimento. Purtroppo dal colore troppo scarico per ravvivare il grigio selciato.

La mostra dei vini (piu' o meno...)
naturali di Agazzano e' giunta alla terza edizione,bella gamma di produttori e soliti problemi di ingorghi nelle eleganti salette del Castello Anguissola Scotti, tanto suggestivo quanto poco adatto per degustare vino. La situazione migliora al piano superiore grazie a stanze piu' ampie e alla difficolta' di salire la rampa di scale per i neofiti ubriaconi.

NEW ENTRY

Almeno per il mio palato lo sono.
Daniele Portinari: Sempre sull'onda lunga della mia scimmia per la Grenache e i suoi fratelli,
questo giovane viticoltore vicentino propone un bel Tocai rosso (col cavolo che lo chiamo Tai)
annata 2009, alcolicita' contenuta nei limiti del possibile, bel frutto e acidita' che spinge sul finale
Il mio pard ha apprezzato il bianco (Tocai e pinot bianco). Lo riassaggero' con calma.


Giovanni Montisci: Tanto per cambiare il vitigno non cambia. La Sardegna piu' vera si trova nel Barrosu e nella riserva. E insieme al vino arrivano pane carasau, salumi, formaggi e lardo.

Mancava giusto il maialino...mi saro' fatto traviare ? Dopo Panevino, Dettori e Perda Rubia un'altro piccolo grande produttore.



Elisabetta Dalzocchio:Un pinot nero trentino da ricordare che si stacca dalle consuete interpretazioni sudtirolesi, o troppo semplici o troppo legnose. Qui c'e' eleganza e misura. Simpatica la ragazza e la passione non manca. Piacerebbe anche al borgognologo Gdf suppongo, specialmente il 2007.



Segnalazione anche per l'azienda Monteforche dei Colli Euganei,sia i bianchi che rossi sono molto bevibili, salini e mineralita' spiccata nella garganega. Affinamento in cemento.

CONFERME.
Brunello di Montalcino 2006.Campi di Fonterenza (ci siamo)

Macchiona 2006 La Stoppa (col tempo sara' grande)

Freisa Runchet 2007 Trinchero (non ancora in commercio ma la ciuccerei gia' adesso pur rischiando il palato)

Dulcis in fundo,per chi non ama i vini da fine/o dopo pasto non smettero' di consigliare
il moscato passito di Cerruti e il recioto di Gambellara di Maule. Se non vi emozionano correte subito dal cardiologo per scoprire cosa avete nella cavita' toracica dietro lo sterno e le cartilagini costali.



mercoledì 9 marzo 2011

La pasta all’uovo si può cuocere al dente ? Marchesi vs/ Collami

-del Guardiano del Faro-

Secondo Gualtiero Marchesi no, secondo Luca Collami del Baldin di Genova si. Chi avrà ragione dunque? Io un idea ce l’avrei ma non vorrei sembrare di parte e come dire, troppo tradizionalista, tenuto conto anche delle sperimentazioni ovo-avicole cracchiane. Questo uno degli aspetti contraddittori di quella che per le Guide gastronomiche rappresenta la miglior tavola di Genova, se è vero che vanta ormai da anni una stella Michelin ed un lusinghiero 15/20mi dell’Espresso, quest’ultimo però ancora meno raro delle stelline, elargito a piene mani in tutta le regione belinense.



Lasciando però perdere l’opinione degli altri e concentrandomi semplicemente su quello che c’è scritto in carta ( cibo e vino ) e su quello che arriva in tavola si possono fare due o tre ragionamenti. Magari evitando anche improbabili composizioni ittiche arricchite da cioccolato e pistacchi ma rivolgendomi a più concrete e comprensibili tagliolini di pasta fresca con sarde e carciofi, ben rilevate da buon olio e da un piacevole crunch di briciole di pane tostato che sistema parzialmente anche la consistenza coriacea della pasta all’uovo “al dente” , piuttosto complicata da raccogliere con la forchetta perché rigida, e piuttosto impegnativa alla masticazione perché si attacca al lavoro del dentista.





Sopra media invece sia le deliziose focaccine al peperone, al pomodoro, alle melanzane e soprattutto la qualità del pane, ( anche al curry ) dei grissini e dei cracker. Il reparto è al completo ed è veramente ben riuscito. Coraggiose anche le trigliette diligentemente diliscate e poggiate su una corposa crema di formaggio e rese croccanti in superficie dalle medesime briciole di pane fritto messe anche nei tagliolini, oltre all’ opportuno stacco dolce amaro dato da sottili fili di cipolla e fettine di carciofo.






Gradevole anche il crudo di ombrina, arricchito da robusta dose di sale, pomodorino concassè e olive taggiasche, anche perché se no saprebbe di poco. Non amo il pesce da lisca crudo proprio per questo motivo, che se non lo copri di altri sapori lui di suo ne ha ben poco da esprimere. Interessante la proposta del carrello dei formaggi, una rarità nella terra dei camalli , anche se la mezza porzione non dovrebbe costare 2/3 o ¾ del prezzo alla carta. Curioso anche che nella carta dei vini ci siano alcune etichette di annate successive a quelle realmente presenti in cantina. Rinfrescante e opportuna la sequenza di sorbetti che chiude un discreto pranzo, con ananas, chinotti e passion fruit a incidere con decisione nei solchi del dolce, dell’amaro e dell’acido. Acido che poi mi prende un pochino anche allo stomaco, quando un paio d’ore dopo mi accorgo che mi è stata addebitata una bottiglia d’acqua mai ordinata e dunque mai arrivata in tavola. Disattenzione loro a mettercela dentro per abitudine e disattenzione mia che non ho controllato la ricevuta fiscale che la include e rovina la mia collezione di ricevute fiscali tutte rigorosamente prive della voce “acqua” , mai bevuta da ormai non so più quanti anni al ristorante, perché diluisce i succhi gastrici e ritarda la digestione in maniera drammatica. Molto meglio La Lune 2006 de La Sansonniere, in carta presentata come 2008, invece è una fortunata bottiglia 2006 del Paysan Mark Angeli che come si dice da queste parti, si è sbagliato e ha fatto un vino più che buono, veramente eccellente. Tenue nel colore, preciso nel bouquet aromatico, bevibile a secchielli grazie al giusto equilibrio di frutto maturo, di moderata acidità , di affinamento impeccabile, di stato evolutivo perfetto. Grande bottiglia che rinfranca e fa digerire sia l’acqua virtuale che l'antiquata voce "coperto" nel conto finale.



Trattoria Baldin - Luca Collami
Piazza Enrico Tazzoli, 20R
Genova Sestri
Tel. 010 6531400


-gdf-

lunedì 7 marzo 2011

Perchè amo il Pinot Nero #2

Clima di pre-meeting, visto cio' che berremo come non ricordare il leggendario Miles in Sideways:
"MAYA: Senti... Posso farti una domanda personale, Miles?
MILES: Certo.
MAYA: Perché ami tanto il Pinot Nero?
MILES: Eh, eh!
MAYA: Sembri veramente fissato.
MILES: Eh, eh! Ah! Non lo so. Non lo so. Ehm... È un'uva ardua da coltivare, e tu lo sai, no? Ha la buccia sottile, è sensibile, matura presto. E, insomma... non è una forza come il Cabernet che riesce a crescere ovunque e fiorisce anche quando è trascurato. No, al Pinot Nero servono cure e attenzioni. Sì, infatti cresce soltanto in certi piccolissimi angoli nascosti del mondo. E... e solo il più paziente e amorevole dei coltivatori può farcela, è così. Solo chi si prende davvero il tempo di comprendere il potenziale del Pinot sa farlo rendere al massimo della sua espressione. E inoltre, andiamo... oh, i suoi aromi sono i più ammalianti e brillanti, eccitanti e sottili e antichi del nostro pianeta. No, diciamolo: il Cabernet sa essere potente ed esaltante ma è troppo prosaico per me, non so spiegarti il motivo. Non lo so. Non lo so. E tu, invece?
MAYA: Che cosa vuoi sapere?
MILES: Non lo so, perché ami il vino?
MAYA: Oh... Direi che... che i primi passi li ho fatti con il mio ex marito.
MILES: Ah.
MAYA: La sua cantina era splendida, la usava per impressionare gli amici.
MILES: Ah.
MAYA: Ma poi ho scoperto di avere un palato molto fine.
MILES: Hm-hm.
MAYA: E più bevevo, più amavo quello che il vino mi faceva capire.
MILES: Ad esempio?
MAYA: Che lui era un pagliaccio.
MILES: Ah, ah, ah! Beh...
MAYA: No, la verità è che amo pensare alla vita di un vino.
MILES: Sì.
MAYA: Il vino è un essere vivente. E amo immaginare l'anno in cui sono cresciute le uve di un vino. Se c'era un bel sole, se pioveva. E amo immaginare le persone che hanno curato e vendemmiato quelle uve. E se è un vino d'annata, penso a quante di loro sono morte. Mi piace che il vino continua a evolversi. Che se apro una bottiglia oggi avrà un gusto diverso da quello che avrebbe se l'aprissi un altro giorno. Perché una bottiglia di vino è un qualcosa che ha vita. Ed è in costante evoluzione e acquista complessità, finché non raggiunge l'apice. Come il tuo Cheval Blanc. E poi comincia il suo lento, inesorabile declino. E che sapore... cazzo, quant'è buono!"

canzone in abbinamento:

domenica 6 marzo 2011

Il vino del giorno: Volnay 2009 Sarnin-Berrux

- gdf 2011 -

Il villaggio microscopico di Saint Romain, comune vitivinicolo della Cote de Beaune collocato a pochi chilometri da Meursault e Auxey Duresses deve la sua notorietà alla presenza sul suo territorio di una delle migliori Tonnellerie del pianeta, François Freres. Inoltre, nel medesimo comune ha sede anche il miglior petit domaine possibile, il Domaine D'Auvenay di proprietà esclusiva di Nostra Signora del pinot noir e dello chardonnay. Oltre a questo scopro questo piccolo domaine de negoce biò - biodinamico nato dopo una proficua cena tra Jean Pascal Sarnin e Jean Marie Berrux. Per i dettagli rimando al loro sito http://www.sarnin-berrux.com/index.html mentre per un gustoso approccio ai loro vini porterò un paio di campioni del loro Bourgogne Pinot Noir 2009 al prossimo Armadillo meeting. Come aperitivo vi offro intanto le prime sensazioni da un paio di bicchieri del loro Volnay 2009. Comune "difficile" per i vini facili e beverini Volnay, normalmente molto duri, secchi, tannici e acidi il giusto per correre lontano negli anni ed invecchiare diligentemente quanto quelli del suo più noto vicino di muretti, Pommard . Questo Volnay si rivela nel bicchiere con un rubino piuttosto scarico e brillanti riflessi di gioventù prossimi al violetto. Il naso esile comunica comunque una riserva di frutto rosso composto che invita all'immediato assaggio. Tannini e acidità la fanno da padroni e anche l'alcol nella grande annata 2009 non è da meno . 13,5° per un appellation village non è proprio consueto. La fragranza e la schiettezza del frutto è rispettata fino in fondo e la bevibilità è decisamente sopra media per un vino di questo comune ed invita ad approfondimenti ed ulteriori stappi, in attesa di mettere dentro il naso prossimamente anche nella sede del Domaine oltre che nei suoi vini. Non so se possiamo definirlo il nuovo Pacalet, ma tenuto conto dei prezzi di questi vini e di quelli raggiunti dal capellone più simpatico della Cote d'Or sarà il caso di aggiungere questo indirizzo, e forse sostituirne qualcun'altro che ha ormai sfondato ogni decenza di rapporto qualità prezzo. -gdf-

venerdì 4 marzo 2011

il vino buono

Un'autentica chicca per noi amanti del bere bene e seguaci della filosofia del naturale, bello e ben strutturato questo sito, i testi e le foto illustrano in maniera efficace i requisiti essenziali di una produzione enologica votata all'integrita' ed alla purezza etica del risultato. Dal web "artigianale" non si può pretendere di più: http://www.ilvinobuono.com/ è un sito esaustivo e semplice da consultare, intrigante e convincente, ricco di informazioni preziose anche per i non addetti ai lavori.

Scampi alla griglia o al gratin ?

- gdf 2011 -

Cibo prezioso , costoso, delizioso, materico quanto raffinato. Il modo più semplice e godurioso per gustarli sarebbe aprirli e toccarli su una superficie molto calda, dalla parte del guscio. Non servirebbe altro . Non si parla di fare alta cucina qui, perché se no le declinazioni possibili sarebbero infinite, anche se non sempre riuscite . Qui si parla appunto di stare con i piedi per terra e di evitare di camuffare un grande prodotto con una pesante gratinatura agliata che li involgarisce assai. Apparentemente golosa, la gratinatura ti si ripresenta e ti si piazza sullo stomaco facendo dimenticare il sapore fine e delicato del crostaceo spostando il retrogusto su un vorticoso ritorno gastrico oleoso simile a quello che ti riporta un fritto troppo intriso d’olio. Qui sopra un esempio di come nobilitare gli scampi e qui sotto su come fare il contrario, apice di una mediocre e costosa cena in un ristorante di Ponente che ebbe anche momenti di gloria mediatica perché sia la Michelin che Raspelli lo portarono a suo tempo in alto con la stella e con valutazioni vicine ai 15,5/20 mi . Ora si rimane molto perplessi vedendo che è rimasto l’Espresso a sostenere un improbabile 15/20mi per questo Giappun , alla pari con ben più nobili tavole della regione, arrivando a giustificarne i prezzi alla carta ( prezzo medio di un piatto alla carta 40 euro ) che partono da un minimo di 20 euro e vanno anche a 60 euro per i piatti più ricchi, dichiarando che la qualità si paga e indicando che la spesa media è di ben 120 euro.

Lieto di pagare la qualità della materia prima, ma mettendoci anche un minimo di valore aggiunto con il lavoro di cucina sarebbe ancora meglio, e finalmente giustificativo di una cena che se no decade nella mediocrità di tanti altri onesti locali da 13 dove latita la fantasia come qui, e non sarebbe un problema, anzi, ben venga la semplicità quando servita con un rapporto coerente al prezzo e con giudizioso e saggio rispetto della materia.


Giappun
Via Maonaira, 7
Vallecrosia (IM)



gdf

giovedì 3 marzo 2011

Dommage Michel !

- gdf 2011 -

Spiace leggere della recentissima penalizzazione subita da Michel Trama declassato da tre a due stelle dalla Guida rossa francese di cui si parla anche nel post precedente relativamente alla Provenza. Spiace perché sinceramente non si può immaginare che cosa possa essere successo a chi abbia pranzato o cenato all’Aubergade di Puymirol negli ultimi dodici mesi per poi proporre il declassamento e infine prendere una decisione che potrebbe influire non poco sul futuro di uno dei luoghi più interessanti d’Europa per gli amanti dell’alta cucina. Ora , il buon Michel, schivo, sempre ai fornelli diversamente da altri blasonatissimi colleghi ma probabilmente anche più abili nella comunicazione e nelle pubbliche relazioni si chiederà se all’improvviso si sia rincoglionito al punto da invertire una rotta che lo ha portato negli ultimi venti anni a scalare le classifiche di merito delle Grandes Tables de France sia per la Rossa sia per Gault Millau. Si chiederà, come è successo ad altri che hanno subito il colpo in passato, se non si sia dimenticato come si fa cucinare ad alto livello. Capitò anche ad altri, poi qualcuno recuperò il riconoscimento, altri, la maggioranza, invece no. Mi piace in questo frangente sorridere dei miei peggiori pasti subiti in un tre stelle francese. Questi si orrendi, altro che il grande Trama. In cima alla top five horror metterei sempre il vecchio Paul Bocuse, una roba da incubo . Poco meglio, ma forse per certi versi anche peggio perché non vecchio ed adagiato quanto il grande Paul sicuramente Jean Michel Lorain a la Cote St.Jacques di Joigny. Non pago di una disastrosa e storica cena in quello che fu il suo distaccamento londinese presso l’elegantissimo Meridien Piccadilly andai con fiducia a domicilio per scoprire che erano proprio quelli i piatti, anche a domicilio, incubo replicato. Niente male come sòla anche Vivarois, ma li in effetti era appena andato via Pacaud lasciando evidentemente in lacrime Claude Peyrot che in quella serata funesta riuscì a malapena a mettere insieme una modesta insalata di scampi ed un inaffrontabile quanto mal cotto pollastro coriaceo quanto le improponibili sedie di plastica da dehors da bar della stazione che arredavano la sala spoglia, come se Pacaud si fosse portato via anche la sua quota di arredamento. Pensai più volte di avere preso la porta a fianco del mitico Vivarois, ma purtroppo quello era. Incredibile anche la serata da Ducasse quanto stava al Le Parc di Rue Poincarè . Pesantissimo vol au vent di frattaglie e porcini e ridicolo microfilettino di orata massacrata da pepe schiacciato e buttato sopra come si farebbe con il parmigiano su un piatto di pasta in bianco. Mi rincorsero per le scale mentre me ne andavo dopo aver pagato tutto ma prima di aver preso il dessert , pensavo a delle scuse , invece era per un omaggio, per un pain de campagne . Allucinante. Per il resto del secolo scorso e di questo fortunatamente nessun altro incidente di questo rilievo, vabbè, qualche cena sonnolenta all’Auberge de l’Ill e a Le Crocodile, in Alsazia, e una mediocre terza esperienza dai fratelli Pourcel a Montpellier, già in calo e prontamente declassati l’anno successivo. Ma questa retrocessione proprio non mi quadra e spero che nel giro di un paio di anni il vecchio Michel possa dimostrare che la ragione era ed è dalla sua parte. -gdf-

martedì 1 marzo 2011

Le novità Michelin 2011 in Costa Azzurra

- gdf 2011 -
Sono passati con la scopa e con il taglia erbe in Costa Azzurra gli ispettori Michelin, ma forse non abbastanza determinati, almeno a giudicare dal nuovo quadro che si delinea nella nuova edizione , dove già a partire dalla frontiera viene eliminato quello che in effetti mi era parso improbabile già dalla prima inquietante esperienza, il Paris Rome, piccolo albergo con lounge bar e ristorante di cucina creativa scopiazzata sui libri dei Bras, dei Passard e dei Gagnaire . Aumenta la nutrita pattuglia di monostellati di Nizza, ora sono in sei con la coraggiosa aggiunta di Le Flaveur, dove sono stato poche settimane fa con poca soddisfazione. Sorprendente anche la retrocessione di Jacques Chibois , la Bastide di St.Antoine scende ad una stella in un panorama di bistellati molto ricco e dove proprio non sfigurava questo, se è vero che non più di due anni fa era in promessa per la terza. Decisamente designato sulla fiducia il ritorno nelle costellazioni da parte di Jacques Maximin nel recentissimo Bistrot de la Marine di Cagnes sur Mer. Più movimento a Cannes, con l'ottimo Bruno Ogier che ritrova le sue due stelle nei nuovi locali di Villa Archange e dove va aggiunto un nuovo stellato, Mon reve de Gosse. Sulla strada di St. Tropez si può ora fare una buona tappa a Le Lavandou, dove Le Sub mantiene la promessa dello scorso anno e riporta la stellina alla località di Aiguebelle, così come a Sainte Maxime nel neo promosso La Badiane. Un lieto ritorno per Le Vistamar di Montecarlo, il bistrot marino del bellissimo Hotel Hermitage che rimpiazza la storica stelletta che non brilla più sotto il tetto del Grill dell'Hotel de Paris. Sparisce completamente il due stelle della Costa più complicato da raggiungere, lassù a Tourrettes, dentro l'hollywoodiano Four Season Resort, che era aperto solo la sera e per sole cinque servizi settimanali, bravi gli ispettori che sono riusciti ad andarci. Doppio K.O. ad Antibes, dove sono stati azzerati l'elegante Pavillion e il sovrastimato Bacon. Ancora un taglio anche al piccolo Relais et Chateau di St.Paul, Le Saint Paul appunto, in funzione del ricambio dello chef. E al quadro si può aggiungere un ultimo dettaglio, un ultimo taglio, laggiù nella Provenza classica, dove il cambio di collocazione a Eygalierès non ha giovato al bravissimo Wout Bru, punito forse per l'eccesso di coperti disponibili in alta stagione. Dunque più tagli che promozioni, in una logica di mercato in flessione costante e di uno standard che rimane comunque molto ottimista rispetto alla realtà della regione Provenza-Costa Azzurra che continua a contare la bellezza di : due 3 stelle, 14 due stelle e quasi 70 locali con una stella. Veramente tanti, o anche troppo. -gdf-

domenica 27 febbraio 2011

Il vino POP del giorno : Franciacorta Brut Berlucchi ‘61

- gdf 2011- Per motivi anagrafici dovevo provarlo, siamo prossimi al mezzo secolo, ci stava questo incontro per guardarci in faccia e devo dire che non è stato un incontro di quelli malinconici di chi si ritrova in condizioni macilente a confrontarsi le rughe, almeno lui, che cinquanta non li ha ma è ancora un giovincello di bella presenza etichettato così per l’anniversario. Lei neanche, che li ha ma rimane molto esuberante al contatto con qualunque contenitore o bicchiere che sia, e si esprime fitta e intensa, morbida, per rientrare poi nei ranghi e lasciare spazio visuale al paglierino delicato rinvigorito da riflessi verdini ed a un perlage fine ed inizialmente disordinato, ma in seguito incanalato in sottili fili di microsfere che instancabilmente si dilettano a salire a galla con bella continuità e compostezza.


Il naso rivela subito fiori bianchi e frutti del medesimo colore e ben maturi, insieme ad una invogliante sensazione di lieviti che farebbe venire in mente una fumante pizza appena uscita dal forno. Sullo sfondo una elegante vaniglia, appena appena, niente di allarmante, come in una giovane espressione di Meursault village profumato come una cortigiana di Versailles, sensazione che si accentua quando il vino sale di temperatura e rimane gradevole, e lo sarebbe ugualmente anche se non avesse le bolle, pur mancando della mineralità che lo potrebbe ricondurre mentalmente ad un vino fermo de la Cote de Beaune . In bocca è piacevolissimo, fresco, giovane, pulito, acido, rinfrescante, ma non me la racconta giusta, come un finto biondo o un falso magro. Non lunghissimo e non di grande ampiezza ma senza nessuna grossolanità o sbavatura. Sufficientemente semplice quanto non troppo banale anche per la piacevole chiusura che lascia la bocca asciutta ma corredata da un curioso giro di aromi di cedro e bergamotto ruffiani quanto intriganti. Immagino possa raccogliere consensi dalla maggioranza assoluta del pubblico che lo proverà, innanzitutto all’aperitivo, e ce ne vorranno almeno due bicchieri in quel caso, insieme anche ad un solo grissino torinese. A tavola provato con grande piacere insieme ad un nasello al vapore nappato da maionese fresca, ma credo che anche una buona margherita con fior di latte pugliese non sarebbe niente male. Estremisti astenersi, vino pop che piacerà a tutti e travolgerà le masse, come fa lei, che proprio non è 61 ma siamo li, contando sempre su un fondo schiena che continua a tenere bene.

Se ce la fate guardatelo tutto, io la adoro quando fa così , cioè praticamente niente di indimenticabile, nella più classica espressione della filosofia del “ se non riesci a convincerli confondili” , ma la costruzione è importante quanto degna di rispetto .

... per apprezzare meglio il perlage allargare " l'immagine " please ;-)

Berlucchi '61
Franciacorta Brut s/a
Chardonnay e 10 - 15% Pinot noir
Sboccatura 2010




gdf


venerdì 25 febbraio 2011

Le Garzantine vino : quando l'enciclopedia disinforma

- gdf 2011-

Riprendo la presentazione di quest'opera dal sito labucadelvino.com "Ecco un libro degno di figurare nelle biblioteche di ogni appassionato di vino : la Garzanti ha voluto inserire tra "Le Garzantine" un volume sul Vino in grado di fornire al vasto pubblico di estimatori – neofiti o cultori già esperti – e agli operatori del settore un supporto conoscitivo a 360° sul mondo del vino, trattato nei suoi lemmi da ogni possibile prospettiva. Per chi non lo sapesse, questa collana di grande successo nata nel 1962, si compone una serie di enciclopedie tematiche dedicate ad argomenti vari dall'arte, all'economia, al diritto, alla filosofia, per non parlare di cinema, letteratura, televisione e per molti è stata ed è un utilissimo, duttile strumento di conoscenza e di divulgazione. 2300 voci – 600 lemmi di ampelografia ed enologia – 120 termini della degustazione – 70 vini italiani – 300 produttori italiani – 550 vini e produttori di tutto il mondo -70 Schede di approfondimento – 66 Profili enologici nazionali e regionali – 64 Tavole a colori fuori dal testo. "

Tutto bene, presentazione impeccabile, peccato che invece gli autori possano aver inserito nel sacro testo una presentazione così inesatta , ambigua e disinformante su uno dei Domaine più prestigiosi del pianeta, leggete qui :

LEROY, Domaine

"Azienda vitivinicola borgognona di Meursault, nel dipartimento della Cote d'Or. Eccezionale Maison de Négoce fondata nel 1868, comproprietaria del Domaine de la Romanée Conti dal 1942, dispone di 23 ettari di vigneti, tra i quali spiccano nove prestigiosi grand cru ( tra cui in rosso , Richebourg grand cru AOC e Clos de Vougeot grand cru AOC, e in bianco Corton Charlemagne grand cru AOC ) e otto premier cru, tra i quali si segnala il Meursault Premier Cru AOC Genaivrieres. Il Domaine è diretto dalla vulcanica Lalou Bize Leroy che dal 1989 pratica la coltura biodinamica con risultati qualitativi splendidi. Vini rarissimi e carissimi."

Ora, chi sa come stanno realmente le cose starà già sorridendo, ma non volendo dare nulla per scontato, come pensare che ogni cosa scritta su un libro o sul web sia veritiera, sarà quindi comunque meglio precisare che :

Se si indica nel titolo dell'argomento il Domaine Leroy non si può poi identificarlo come una maison de négoce che è cosa diversa, che in effetti esiste ma si chiama Leroy s.a. e si occupa di altre cose piuttosto che della coltivazione biodinamica dei vigneti di proprietà. Il Domaine ha sede a Vosne Romanée e non a Meursault. A Meursault , anzi, per la precisione a Auxey Duresses si trova la maison de négoce.

Il Domaine de la Romanée Conti non è in comproprietà con il Domaine Leroy, Madame Leroy e la DRC hanno diviso le loro strade da circa 20 anni . E non poteva comunque esserlo, essendo stato fondato nel periodo in cui l'azionariato della famiglia stava uscendo dalla DRC.

Il Domaine possiede in effetti 8 premier cru, tutti in rosso e non certo un Meursault Premier cru Genaivrieres.

Sperando che non ci siano nell'opera altre schede come questa e che il noto curatore del libro, Paolo della Rosa , abbia potuto controllare meglio le migliaia di informazioni fornite fittamente nelle 760 pagine.

-gdf-





giovedì 24 febbraio 2011

Leggere e rileggere: Enrico Bernardo e i migliori vini del Mediterraneo.

- gdf 2011 -

La culla e le origini del vino di questa parte e dell’altra del Mediterraneo, quella scossa da movimenti rivoluzionari che stanno marcando queste ultime settimane e che lasceranno inevitabilmente il segno nel prossimo futuro. E mi ritorna allora in mano questo strumento didattico che esplora a 360 gradi la civiltà del vino anche dove le civiltà e la civilizzazione sono state, lo sono ora e lo saranno sempre di più intese in maniera diversa.

Bernardo ha viaggiato in questi 13 paesi e ci racconta, dall’alto della sua esperienza e della sua storica investitura a miglior sommelier del mondo, dapprima in maniera scolastica e impersonale, scendendo in seguito nella più interessante parte pratica quali siano le eccellenze che ha incontrato in questi paesi così vicini ma così distanti. Dei 4000 vini presi in esame ne ha selezionati alla fine un migliaio. Sorprende un po’ l’inserimento di zone che proprio così mediterranee non sono, e cioè il Piemonte e il nord della Valle del Rodano, dove ovviamente le valutazioni più alte non mancano, mentre pare che l’alta qualità assoluta del vino italiano si fermi alla Toscana con l’eccezione di Pantelleria. La scena è dominata a nord dal sud della Valle del Rodano, e in dettaglio dalla denominazione Chateauneuf du Pape. Bene anche la Spagna dove però le eccellenze sono concentrate più al sud, in Andalusia per i suoi grandi vini dolci o secchi, piuttosto che in Catalunya, per altro ben rappresentata con i suoi grandi rossi. Piacevoli sorprese dalla Grecia, a quanto pare considerabile il quarto paese dell’area sul piano qualitativo. Perle dalla Slovenia, da Malta e da Cipro. Di queste ultime due isole si vede poco o nulla da nelle nostre parti, ed è un peccato non poter verificare con una certa facilità le caratteristiche di questi prodotti. Le stringate ma sinteticamente complete schede tecniche di degustazione si occupano dunque di questi 13 paesi: Italia, Francia, Spagna, Slovenia, Croazia, Grecia, Cipro, Israele, Libano, Malta, Algeria, Marocco e Tunisia. Un buon libro se inteso come fonte di informazioni di nicchia, che invitino a provare cose diverse da quelle che siamo abituati a bere normalmente in Italia, mentre sul piano generale informativo replica all’infinito quanto possibile leggere in decine e decine di altre opere. Tenendo quindi in maggiore considerazione il primo aspetto sarebbe opportuno privilegiare i paesi emergenti, sforzarsi di reperire le cose più originali e meno conosciute in Italia e così allargare i propri orizzonti.




Enrico Bernardo
I Migliori vini del Mediterraneo
Mondadori



-gdf-




mercoledì 23 febbraio 2011

Il secondo elemento

Il quarto elemento

- del Guardiano del faro -

Il quarto elemento tra noi quattro gatti che ci dilettiamo a far quattro chiacchiere on web su temi gastronomici rappresenta, tra l’altro, il soprannome affettuoso affibbiato a un noto chef stellato e pluri cappellato fattosi notare a suo tempo per la precisa intenzione di non voler mai chiudere la costruzione di un piatto prima di averci messo dentro un elemento più del necessario, atteggiamento frutto del marchesismo craccato, filosofia che non poteva più accontentarsi di fermarsi alla saggia regola del 3. Il quarto elemento è anche inteso per i soliti quattro gatti in carenza cronica di lipidi l’elemento più rischioso da aggiungere quando un piatto è già stato costruito sufficientemente bene per poter reggere un elemento ulteriore che nove su dieci ne comprometterebbe gli equilibri precari: è il solito caso/esempio dello spaghetto al pomodoro e basilico, dove qualsiasi altro elemento aggiunto diventa problematico e quasi sempre disturbante, coprente o comunque superfluo. Il quarto elemento era inteso anche nel poker di pesci da lisca presenti nelle Grande Carte di tutte Les Grandes Tables de France per decenni, dove questi quattro ci dovevano essere sempre : bar de ligne, lotte, dorade royale e turbot. E fosse mancata la lotte ( gli altri mai ) ci pensava le rouget ( al sud ) e la sole ( al nord ) a chiudere il quadrilatero, questo oltre ai due crostacei e alle due conchiglie (scampi e astice più St. Jacques e ostrica) , altro quartetto di elementi spesso impiegati solo nei piatti di entrata mentre tutti i pesci da lisca finivano per editto inappellabile nell’elenco dei piatti principali.



In una occasione non ce la feci proprio a stare zitto e domandai allo chef Christian Morisset,( devo andare a trovarlo in quel Figuier ad Antibes ) titolare in quel momento di una cucina di palazzo tra le più nobili della Costa Azzurra il motivo di tanta carenza di fantasia. La risposta fu che la ricca e pacata clientela del bellissimo Hotel Juana / Restaurant La Terrasse di Juan les Pins non ne voleva sapere più di tanto di quello che stava dentro il mare, aveva imparato quei quattro termini e così poteva bastare per quel due stelle 18/20mi e per decine di altri locali del medesimo livello. Come dire, questa carta è stata realizzata per venire incontro alle vostre capacità mentali. Immaginate lo choc quando Colagreco riempì la sua carta di polpi, saraghi, seppie, sgombri, moscardini e altri misteriosi esseri marini sconosciuti alla clientela assuefatta da decenni di monotonia. Chissà, forse questo è stato il motivo di disperazione per alcuni maitre che hanno lavorato per un breve periodo al Mirazur, incalzati da domande quali: Pas de turbot ? Pas de bar ? Vraiment? In altri momenti il termine è stato invece riferito all’altro poker che assolutamente non doveva mai mancare in un menù degustazione pluristellato in qualsiasi parte d’Europa dove fosse proposto. La cucina borghese e di palazzo, la cucina trois etoiles, la cucina da Relais Gourmand, la cucina Traditions et Qualitè . Qui la ricerca del quarto elemento era talmente elementare da non farci neanche più caso perchè la sequenza arrivava implacabile in ogni menù degustazione degno di questo nome : foie gras, homard, truffes et caviar . Unica variabile poteva essere la sostituzione dell’homard con les langoustines, quando non presenti entrambi.



Sorridevo, prima pensando e poi filtrando con il colino della retina degli occhi le foto dei piatti apparsi ieri su Passione Gourmet e relative al menù degustazione di Philippe Rochat, spartiacque tra il vecchio e il nuovo all’Hotel de Ville di Crissier. Il poker d’assi è stato nuovamente servito e non poteva far altro che vincere facendo saltare il banco , nonostante l’evidente barocchismo elvetico la cui capitale dovrebbe essere Soletta e non Crissier, nonostante le presentazioni ostentative e dell’uso pleonastico di strumenti e ingredienti. La sequenza ruffianissima di ben cinque brodetti cremosi più o meno legati , emulsionati o sbattuti, le buonissime salse classiche , l’immancabile tappa davanti al carrello dei formaggi , i dessert sonnacchiosi quanto decorativi ed un solo pallido segnale di modernismo vagamente minimalista ma immediatamente ridotto alla facile comprensione da una ricca cucchiaiata di caviale fresco a ricordare che il prezzo preteso per il menù avrà così la sua logica e documentata motivazione incontestabile. Queste cose ormai in Europa se le possono permettere in pochi e giustamente le giovani generazioni di chef hanno girato il timone facendo rotta verso materie prime diverse e non così costose , muovendosi più verso la trasformazione e l’accostamento maligno o ruffiano di prodotti a basso prezzo , lasciando perdere i prodotti più classici quanto costosi, perché su queste cose se vuoi fare la differenza devi andare a comprare il top di un prodotto che è già inteso al top e quindi se non sei sicuro di fare il pieno ad una media di 300 euro a coperto chiudi a fine anno. Di un foie gras, di un tartufo nero, di un caviale fresco e di un crostaceo dell’Atlantico il vero gourmet incallito ne ha discretamente piene le palle oltre che averne in mente un repertorio infinito, e quindi se vorrai farlo sobbalzare davanti a quello che per lui è ormai routine dovrai acquistare materie prime costosissime e valorizzarle ulteriormente con la massima cura, che da quelle parti, in Svizzera, non vuol dire lasciarle il più naturale possibile, ma bensì andarci sopra riccamente con altrettanta consistenza di condimento e accompagnamento che sia in armonia o in contrasto, e inconsciamente al cliente, ridurle allo stato cerebrale di texture se vuoi chiamare questa cucina alta cucina. Sono oggi sempre più rari per evidenti motivi i locali che possono permettersi questi lussi corredati da questa qualità sublime, e quindi vale sicuramente la pena di visitarli prima che si estinguano definitivamente come il dodo, prima che la loro clientela si estingua naturalmente per raggiunti limiti di età, prima che la moda del Novecento, la moda del quarto elemento sia ridimensionata o scompaia, e sia rimpiazzata da stili e modi fuori dagli schemi insegnati dai maestri del secolo scorso. Andate a Crissier prima che sia troppo tardi. -gdf -


The Beatles, quattro uomini, quattro strumenti, fantastici quanto datati.

martedì 22 febbraio 2011

Buoni propositi : visitare il due stelle Michelin più alto e meno caro d'Europa, L'Oxalys

- gdf 2011 -

La newsletter della Michelin giunta questa mattina alla mia mail è quanto mai intrigante. Intrigante ed invitante, perchè indovinare una bella giornata di sole per raggiungere quota 2300 metri nel cuore delle Alpi Savoiarde e potersi sedere ad una delle tavole meno conosciute ma sicuramente più qualitative d'Europa è un piccolo progetto che andrebbe messo in programma, che sia nel periodo innvevato invernale così come nel periodo fiorito estivo. L'articolo tradotto di Emmanuel Tresmontant è riportato integralmente qui di seguito ed invita inevitabilmente a partire. Le foto sono originali di Jean Sulpice.

"A 2.300 metri d’altitudine, Val Thorens, che finora non aveva alcuna tradizione gastronomica, inaugura una nuova era: quella della grande cucina! Così, con gli sci ai piedi, si può andare a pranzo all’Oxalys, situato proprio all’ingresso delle piste, dove il giovane chef Jean Sulpice propone uno dei menù a due stelle più abbordabili di Francia…

Ricorda: solo poco tempo fa, le stazioni di sport invernali erano delle no man’s land gastronomiche, e soggiornarvi una settimana era sinonimo di pizze, fondute e raclette a volontà. Fortunatamente, quest’epoca triste è finita e il mangiar bene fa ormai parte delle priorità degli amanti dello sci.
Così, Val Thorens fa scuola: fino al 2002, era quasi impossibile consumarvi un pasto decente, e (per una volta!) non si poteva che approvare il comportamento degli Olandesi che non viaggiano mai senza portarsi dietro il cibo… Da allora, un giovane chef ha deciso di dare un nuovo impulso alla stazione: è Jean Sulpice.
Questo savoiardo puro e duro, che non si sposta mai senza un coltello a serramanico in tasca, ha innanzitutto colto la sfida che pone l’altitudine: a 2.300 metri, con strade regolarmente bloccate dalla neve e con temperature che possono scendere al disotto dei 18 gradi, non si cucina come a valle.

Procurarsi delle capesante o dei rombi di Bretagna implica una logistica non indifferente. I tempi di cottura sono più lunghi, il pane e gli alimenti si seccano più in fretta al contatto con l’aria (con scarsa umidità), e anche i vini stessi si gustano diversamente, come i rossi, che invecchiano rapidamente, e gli champagne, le cui bollicine si rivelano più fini e vigorose (il che è piuttosto un vantaggio)!
Il merito di Jean Sulpice è quindi quello di far dimenticare tutte queste contingenze. Si va a mangiare da lui, con gli sci ai piedi, come se niente fosse, «quando invece è la montagna che decide»…
Con due stelle nella Guida Michelin e un menù a 50 € che lo piazza tra i ristoranti gastronomici più abbordabili di Francia, Jean Sulpice ha vinto la sua scommessa. Si va a mangiare da lui d’inverno, in piena stagione, ma anche d’estate, rientrando da un’escursione.
Sul piano culinario, Jean Sulpice si distingue soprattutto per la sua abilità nelle cotture e nel condimento. La sua forza consiste nell’aver assimilato i canoni della cucina francese, da Pierre Marin, lo chef stellato dell’Auberge Lamartine, al Bourget-du-Lac. «Lì ho imparato a spellare una lepre per la cottura à la royale (con ripieno e brasata al vino), a sfilettare i pesci del lago, a preparare i gamberi à la nage (serviti con il loro brodo di cottura), il bollito, la blanquette (carne a pezzetti cotta in umido con salsa bianca), la terrina di foie gras, i fondi di cottura… Non si può esser creativi senza avere le basi della cucina.»


A 18 anni, lo choc culturale: ancor prima di ottenere il suo diploma C.A.P. ( Certficato di Attitudine professionale ), comincia a lavorare da Marc Veyrat dove scopre una cucina strabiliante che non somiglia a nulla di ciò che conosceva. Succhi miscelati, spume preparate col sifone e infusi di piante selvatiche… “Mi sentivo perso, mi ci sono voluti 6 mesi per adattarmi! Ma alla fine, sono rimasto 5 anni. Una svolta nella mia vita.” Per Marc Veryat, Jean Sulpice era dotato di una sorprendente maturità, considerata la sua età: “un ragazzo come se ne incontrano pochi nella propria carriera.”
I piatti assolutamente da non perdere all’Oxalys? Senza dubbio, il pigeon en croûte de foie gras avec sa poêlée safranée de légumes oubliés et son jus à la réglisse (piccione in crosta al foie gras con verdure antiche saltate in padella e zafferanate e succo alla liquirizia):la cottura e il condimento sono esemplari, l’armonia dei sapori è stupefacente! Lo chevreuil rôti au foin et jus de cacao (capriolo arrosto al fieno e succo di cacao)vale anch’esso il viaggio: stufata, la cacciagione resta tenera nel mezzo e il tocco di cacao, diluito in salsa al porto, conferisce una delicata punta di amarezza e rotondità.
Alcuni piatti hanno fatto la reputazione di Jean e sono presenti nel menù tutto l’anno, come ad esempio la sua velouté de châtaignes en chaud-froid de parmesan(vellutata di castagne in salsa chaud-froid di parmigiano, preparata a caldo ma servita a freddo): una zuppa leggera e rigenerante che profuma di tartufo nero. L’aroma del parmigiano conferisce leggerezza e una dolcezza lattea che contrasta con la consistenza spessa della zuppa di castagne. Una delizia.
Sul fronte dei dessert, Jean Sulpice ne ha creato uno di cui è particolarmente fiero: si tratta di una mela la cui buccia è stata sostituita da una coque de méringue croquante (un guscio di meringa croccante) e perfettamente sferica. Affondando al suo interno il cucchiaino, si trovano dei pezzi di pommes confites au miel (mele candite al miele), altri pezzi freschi, della chantilly parfumée à l’antésite(panna montataprofumata all’antesite, un estratto di concentrato di liquirizia aromatizzato all’anice) e della glasse au miel(gelato al miele)…Un insieme esplosivo che combina acidità e dolcezza.
“Non abbandonerò mai la mia Savoia natale,” afferma Jean Sulpice, che adora partire da solo per andare a rifornirsi dai piccoli produttori. La sua cucina, tra l’altro, rende onore ai più bei prodotti della regione: il formaggio fermentato di Termignon di Marcel Bantin, i pesci e i gamberi del lago Lemano pescati da Eric Jacquier, il miele di montagna di Michel Mathiez, il pane alla farina del Triève dei Duprat (a Menuires), le piante secche di Benoit Claude e Philippe Durand (che coltivano biologicamente fiori di sambuco, genepì e asperula).
Magalì, moglie di Jean Sulpice ed ex sommelier di Marc Veyrat, è - quanto a lei - responsabile della carte dei vini. Ed è a lei che devo una vera e propria scoperta: i vins de pays d’Allobrogie di Brice Omont, prodotti a Cevins, non lontano da Albertville. Dei vini dalla mineralità eccezionale che si sposano meravigliosamente con la cucina di Jean Sulpice!
“Un cuoco deve anche impegnarsi e pensare all’avvenire. Per questo io cucino tutti i giorni per la mensa del nido di Val Thorens e porto ai bambini dei buoni piatti.” Il successo riportato da questa iniziativa supera i pronostici, poiché i bambini, la sera, rifiutano di mangiare quello che cucinano loro i genitori e spingono questi ultimi… a prendere lezioni di cucina dall’amico Jean! “ È cosi che si prepara una nuova generazione di gourmand.”


L’Oxalys
Val Thorens (Savoia)
Tel: + 33 (0)4 79 00 12 00



- gdf -

lunedì 21 febbraio 2011

Bozza di decalogo della filosofia del barbonismo etico.

- del Guardiano del Faro –

Avviso ai naviganti

Differentemente dalla scelta di vita del clochard, il cui cambio di vita può essere dovuto ad un insieme di motivi o da uno specifico tra quelli che possiamo ben immaginare, il barbone etico si potrebbe evidenziare nel suo modo di essere per il non totale abbandono di un certo contatto con la vita sociale e delle buone maniere, pur decidendo di passare alla vita borderline, così come fu il caso di quel manager milanese che l’anno scorso decise spontaneamente di mollare tutto per andare a vivere nelle stazioni milanesi, per sua scelta di abbandono della propria attività redditizia di broker ma anche per sfruttare la sua cultura a beneficio di chi si fosse trovato in quella situazione non proprio del tutto convinto, ma in parte vittima delle proprie scelte oltre che di quelle di altri, o di altre. Adesso che sono riuscito a formare un periodo di dieci righe senza metter un punto e senza far venire il mal di mare a chi legge posso proseguire. Premetto che questo è solo un approccio all’argomento e se qualcuno fosse eventualmente interessato a pubblicare l’opera integra stavolta caccia i soldi prima e poi degli scritti ci faccia quello che gli pare, quindi, comme on dit a Milan, barboni astenersi. Dicevo, il barbone etico, essendo persona di una media cultura e proveniente da uno strato sociale non proprio ultimo dovrebbe rendersi conto con un certo anticipo quando sarà il caso di darci un taglio, o come dicono a Londra, prima di trovarsi in the middle of the street. Qui ci sarebbe anche da affrontare la differenza sostanziale tra barbonismo continentale e barbonismo mediterraneo, però non corriamo troppo, tutto insieme poi si capisce poco. Torniamo al barbone etico generico. Una volta resosi conto del cambiamento irreversibile del vento e della deriva contraria potrebbe anche evitare di alterare il panorama notturno delle città andando a mettersi sotto i ponti con cartoni e coperte, meglio sarebbe un piccolo monolocale con orto dove coltivare verdure da scambiare o rivendere. Auspicabile il futuro cambio in borsa in rapporto uno a uno tra un carciofo e un uovo di gallina. Questo come base, poi ci sta anche la gallina ammazzata in cambio di una cassetta di pomodori come una bottiglia d’olio per una dozzina di acciughe fresche. Il barbone etico si veste con abiti dignitosi, anche di seconda mano ma non di manifatture orientali da pochi euro e di nessuna qualità, per non sfruttare una povertà prossima allo schiavismo e quindi neanche libera come la sua scelta. Il barbone etico si muove in bicicletta, ma quando avrà necessità di percorrere distanze in maniera meno faticosa prenderà un autobus, prevedendo di aver in tasca una grossa banconota, sempre la stessa da anni, questo perché chiedendo di acquistare il biglietto direttamente all’autista quest’ultimo non avrà mai ne il tempo ne i liquidi per dare il resto. Questo esempio per far capire che non si tratta di barbonismo, perché il barbone etico vorrebbe pagare, è l’autista o il controllore che non saranno in grado di dare il resto di 198,50 euro e quindi la coscienza sarà a posto. Il barbone etico non va al ristorante importante, ma neppure al fast food internazionale eretico, al limite, se e quando potrà, si recherà alla piccola trattoria a menù fisso di cucina regionale con massima spesa di 11 euro tutto compreso. Il barbone etico non ha necessità di televisione o di radio, però di un piccolo p.c. si, perché utilizzando i wifi pubblici avrà comunque modo di rimanere informato e di non abbrutirsi, in questo senso va anche la scelta di non far uso di stupefacenti. Il barbone etico non beve grandi vini, caso mai grandi bottiglie, se riesce a far di scambio tra le sue bietole amare e i gli scontrosi vinelli da bottiglione del contadino che gli vive a fianco. Il barbone etico farebbe però bene anche a metter via a suo tempo una buona scorta di Campari e Tanqueray per sopportare una vita così di M . - gdf -

domenica 20 febbraio 2011

Monetine al supermercato

- gdf 2011 -

L’elemosina la faccio ad altri, non a chi vorrebbe il carrello da riportare alla base e prendersi così un euro. Ci sono artisti nelle città piccole e grandi che ti regalano briciole di sentimento artistico, musica o arte tutt’altro che povera anche se da strada e che possono essere ripagati con quello che desiderano, una monetina. Forse me lo sento, forse è quello che un giorno vorrò provare, fare il barbone, ne ho conosciuti tanti in questi ultimi anni, perché non provarci, saltare anche questa barricata, fare come loro, ma quelli con dignità, non i barboni ricchi di furbizia ma poveri di identità e di etica che ti possono fare più male dei ladri perché ti hanno tolto uno spazio mentale nonchè vitale. Io invece vorrei fare il barbone etico e non utilizzare le ultime monetine o quelle che cadono in tasca giornalmente frutto di espedienti per giocarle in macchinette mangiasoldi.




Per il momento con le monetine giornaliere che rimangono per le tasche cerco di mantenere una dignità alcolica, un campari, un gin tonic, una bottiglia di bianco al supermarket. Quelle che servono che comprare un onesto, valido e a volte addirittura eccellente vino proveniente dell’ Alto Adige o se preferite dal Sud Tirol. Le mie monetine destinate ai vinelli di tutti i giorni io le dono tutte ai vignaioli del Sud Tirol. Ne sono convinto, e direte, sai che novità, hai scoperto l’acqua calda. Si, ne sono sempre più convinto ogni volta che entro in un qualunquemente edificio dedito alla somministrazione di Grande Distribuzione Organizzata. Nel cesto finiranno il succo d’arancia anti sbornia, il rotolo di carta igienica, i piselli surgelati, le batterie per la macchina fotografica, la birra tamarra per i momenti di ansia da p.c. e poi verrà il momento di buttare un occhio allo scomparto vini kitsch, dove in effetti di belle sorprese non ce ne sono quasi mai, ma la sete è tanta e qualche minkiata finisce sempre nel carrello . Volendo evitare la ciofeca certa e sicura il sistema che applico è ( in carenza di etichette dignitose scritte in francese ) il rivolgermi alle etichette scritte in tedesco. Mai beccato una ciofeca imbevibile targata dalle cantine sociali alto atesine. E non sto parlando di quella Terlano, che credo possa essere intesa come la migliore sul territorio italico, ma anche di produzioni meno raffinate e addirittura ancora meno costose. Dato per certo che per un bianchista come me trovare in una pur modesta carta i vini della Cantina di Terlano rappresenta una ciambella di salvataggio sempre affidabile, ma anche altre cantine che non sto qui ad elencare mettono a disposizione del grande pubblico degli iper e super market una gamma di prodotti che se non hai il palato asfaltato dovresti riuscire ad apprezzare, perchè hanno due o tre marce in più rispetto a tutta quell’inutile quantità di sciacquature esposte a prezzi anche maggiori. Fascia 5/9 monetine . Accidenti, pinot bianco, chardonnay, sylvaner, sauvignon, traminer, moscato giallo… e via così, perché il varietale è molto vario da quelle parti e anche quasi sempre perfettamente identificabile nei suoi modesti ma onesti limiti, mai caricaturale, anzi, quasi sempre pulito e identificativo. Non cerco grande complessità, cerco freschezza, acidità, verticalità e franchezza di profumi e di sapore, e con questi prodotti la trovo praticamente sempre. Augurandomi che un pochino di conoscenza ed esperienza mi porti ad utilizzare bene in futuro qualche monetina presa fuori da un supermercato. - gdf -


http://www.youtube.com/watch?v=MTfkeLeO890&feature=related

sabato 19 febbraio 2011

Testa di rapa

- gdf 2011 -

Forse l’ortaggio più bistrattato dalla tradizione, sia nei modi dire, sia nei proverbi e infine anche negli impieghi di cucina, almeno storicamente. Non si cava sangue da una rapa. Al Francese un oca, allo Spagnolo una rapa. Soldati del Papa, in otto per cavare una rapa. Come dire, è impossibile pretendere di trovare dei validi contenuti dentro a chi o a cosa è palesemente incapace di produrli.

Invece mai disperare, perché in effetti fu solo questione di tempo, perché inizialmente la nobiltà del tubero multicolore si cominciò ad avvertirla nelle tavole mitteleuropee, dove nella famosa garniture di vegetali non mancava mai la nota dolce-amara di una rapa bianca . Una buona navet cesellata e resa fondente da opportuna cottura e appena lucidata da un salto in una padella unta di burro d’alpeggio spesso primeggia tra carote, broccoletti, cavoletti, taccole ecc… Proprio per le sfumature di sapore molto complesse e più varie rispetto a molti prodotti dell’orto. La versione rossa invece, la barbabietola rossa, questa ha avuto ancora più problemi a sbarcare sulle grandi tavole. Ci si sporca le mani sbucciando la rossa, e poi che ci fai con quel polposo tubero che a volte sa fin troppo di terra ? Tante cose sono state fatte e qui ne metto in fila qualcuna che hanno fatto la felicità di molti gourmet. La più semplice di tutte, in versione casalinga consiste nel frullare una barbabietola rossa, passarla al chinoise ed emulsionarla con un pizzico di sale grigio e un cucchiaio di aceto di lamponi. Niente olio, non serve, la barbabietola è già “untuosa” di suo . Poi prendiamo dei dolci gamberi testa viola e li intingiamo a crudo dentro questa emulsione per realizzare uno dei pinzimoni più golosi immaginabili. Coppetta di Champagne rosè in accompagnamento giudizioso e la quantità di gamberi si dimostrerà sempre insufficiente.

Qualche piatto “testa di rapa” :


Rape, rape, rape, rape... Mauro Colagreco.

Bistecca di rapa... Piergiorgio Parini


Risotto con barbabietola rossa e gorgonzola... Enrico Bartolini.

Risotto con rapa bianca, caffè, cacao, miele... Christian Milone.


Peche, navet, betterave... Alain Passard

Glace de navet daikon au raifort... Pierre Gagnaire.

Foie gras et betterave... Marc Veyrat


ecc...ecc...ecc...
E in abbinamento questa eccellente testa di rapa, qui in esibizione dal vivo palesemente ubriaca.


gdf