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sabato 19 febbraio 2011

Testa di rapa

- gdf 2011 -

Forse l’ortaggio più bistrattato dalla tradizione, sia nei modi dire, sia nei proverbi e infine anche negli impieghi di cucina, almeno storicamente. Non si cava sangue da una rapa. Al Francese un oca, allo Spagnolo una rapa. Soldati del Papa, in otto per cavare una rapa. Come dire, è impossibile pretendere di trovare dei validi contenuti dentro a chi o a cosa è palesemente incapace di produrli.

Invece mai disperare, perché in effetti fu solo questione di tempo, perché inizialmente la nobiltà del tubero multicolore si cominciò ad avvertirla nelle tavole mitteleuropee, dove nella famosa garniture di vegetali non mancava mai la nota dolce-amara di una rapa bianca . Una buona navet cesellata e resa fondente da opportuna cottura e appena lucidata da un salto in una padella unta di burro d’alpeggio spesso primeggia tra carote, broccoletti, cavoletti, taccole ecc… Proprio per le sfumature di sapore molto complesse e più varie rispetto a molti prodotti dell’orto. La versione rossa invece, la barbabietola rossa, questa ha avuto ancora più problemi a sbarcare sulle grandi tavole. Ci si sporca le mani sbucciando la rossa, e poi che ci fai con quel polposo tubero che a volte sa fin troppo di terra ? Tante cose sono state fatte e qui ne metto in fila qualcuna che hanno fatto la felicità di molti gourmet. La più semplice di tutte, in versione casalinga consiste nel frullare una barbabietola rossa, passarla al chinoise ed emulsionarla con un pizzico di sale grigio e un cucchiaio di aceto di lamponi. Niente olio, non serve, la barbabietola è già “untuosa” di suo . Poi prendiamo dei dolci gamberi testa viola e li intingiamo a crudo dentro questa emulsione per realizzare uno dei pinzimoni più golosi immaginabili. Coppetta di Champagne rosè in accompagnamento giudizioso e la quantità di gamberi si dimostrerà sempre insufficiente.

Qualche piatto “testa di rapa” :


Rape, rape, rape, rape... Mauro Colagreco.

Bistecca di rapa... Piergiorgio Parini


Risotto con barbabietola rossa e gorgonzola... Enrico Bartolini.

Risotto con rapa bianca, caffè, cacao, miele... Christian Milone.


Peche, navet, betterave... Alain Passard

Glace de navet daikon au raifort... Pierre Gagnaire.

Foie gras et betterave... Marc Veyrat


ecc...ecc...ecc...
E in abbinamento questa eccellente testa di rapa, qui in esibizione dal vivo palesemente ubriaca.


gdf

venerdì 14 gennaio 2011

Alain Passard : lo chef della svolta

- del Guardiano del Faro -

“Si rammenta quando diversi anni fa sono uscite le minigonne? Gli uomini erano come impazziti. Ma io ero piuttosto preoccupato, perché ho pensato: a questo punto non possono più accorciare, e dovranno per forza allungare.”

Una sera a Parigi cambiò tutto. Finalmente la svolta. Per la prima volta una donna mi disse : No ! Basta, questa sera io non ci vengo al Ristorante, sono stufa, mi mangio un insalata in albergo piuttosto, anzi, se ne ho voglia me la mangio proprio qui in camera, tu vai dove ti pare, ma io sono stanca di stare ore ed ore al ristorante per innescare il rito propiziatorio.

Non me la presi più di tanto, passai un oretta all’ultimo banco del Crazy Horse a ragionarci sopra e lanciando molliche appallottolate di baguette a quelli che stavano davanti per seguire meglio lo spettacolo e poi ripensai ad una frase di Bertrand Morane , che seduto al tavolo nell’ambientazione di un locale di Montpellier pensava : Il ristorante è un luogo meraviglioso per gli amori novelli, sconfortante per le coppie ufficiali Aveva ragione da vendere il Bertrand. Era solo al ristorante quella sera Bertrand, del resto nessuno l’aveva mai visto in compagnia di un uomo dopo le 18. Era nella sceneggiatura di “ L’uomo che amava le donne “ , come me quella sera all’Arpège, la prima di una discreta serie di assoli d’Arpège.


Un locale pieno di difetti l’Arpège, già strutturalmente, perché se Senderens se ne andò avrà avuto i suoi buoni motivi, era certo che il cadre di Lucas Carton poteva offrirgli ben altro palco da cui guardare il mondo : storia, posizione, ambiente, spazio. L’Archestrate invece si traduceva in quello scantinato con le volte vagamente arcuate e una triste scaletta a scendere dal misero rez de chaussè .

Di solito porta sfortuna cambiare nome ai locali, invece qui non capitò, perché il bretone con l’hobby della musica iniziò a scrivere la sua musica e diresse la sua orchestra in maniera impeccabile, già da subito l’Arpeggio produsse suoni indimenticabili tra i toni dorati del legno di pero e gli eleganti inserti di cristalli Lalique.

Alain Passard evidentemente si trovò molto bene al 84 di Rue de Varenne perché da lì mai si spostò, macinando successi assoluti di critica e di pubblico, pubblico anche semplice, clientela che si divide spesso su più turni, perché, noblesse e snobisme oblige, qui si viene anche per mangiare un piatto e un bicchiere di vino gomito a gomito con gli altri clienti e si lascia sul piccolo tavolo un grande biglietto da 200 euro senza esigere le monetine di resto, per poi proseguire la giornata in un pomeriggio piovoso fatto di dentro e fuori da negozi e boutique per un ben più dispendioso shopping, o per una serata gelida da riscaldare dentro un cinema o a teatro. Molte signore lo fanno, anche sole, in look da pre-shopping pomeridiano, vengono in taxi, pas de voiturier al 84 di Rue de Varenne, per nessuno, e allora dove la metto la macchina ? Ici ! Davanti alla porta, anzi, appena di lato s.v.p. , con due ruote sul marciapiede , pronta alle evenienze della vita, non si sa mai, un incontro casuale chez Passard non può essere casuale, quelli che entrano per caso, prenotati ma parvenu, quelli li becchi al primo sguardo.


Parigi ha un cambio diverso sull’euro, più o meno uno a due sul resto della Provincia francese, e vive anche ad una velocità diversa, snervante per la mente ed il fisico , per ogni portafogli e per ogni tasca, anche la più profonda. Parigi , i parigini e gli altri che riescono a viverci, vivono all’attico della vita, dove i costi non possono essere uguali al piano terreno.

Il termine provincialismo qui assume il vero senso del termine, perché ogni cosa fuori Parigi è inevitabilmente provinciale. Quello che forse vorrebbero o pensano di poter essere anche i madrileni o i romani, che se ti danno un indirizzo non ci mettono mai il nome della località, quasi che esistessero solo loro e che quella città rappresenti anche l’intera nazione. Poveri illusi . Parigi invece è veramente così, non solo nell’immaginario.

A tavola all’Arpège si mangia con il cronometro, in cucina si cucina con lo stesso strumento, la precisione nel trattare la materia prima è imprescindibile, più che nella cura delle presentazioni, mai prioritaria. Meglio salvaguardare le giuste temperature di servizio piuttosto che perdersi in virtuosismi scenografici, come fu da quell’altro bretone che fa di nome Roellinger. Prioritaria anche la concezione di concentrare e alleggerire contemporaneamente le salse, in modo che abbiano il gusto di una volta senza essere pesanti come un tempo, come certamente accade anche dal lyonnaise parigizzato, Bernard Pacaud . Qualche tocco esotico ricondotto a connotazioni prettamente francesi , profumi che seducono e ammaliano come le fragranze di Hermes, unite a quel senso innato di “pulizia del gusto” .


Raramente uno chef ha contribuito alla crescita di così tanti altri eccellenti chef, così va se parti dal basso, anche più di una volta come ha fatto Passard perchè poi sai anche come spiegarti efficacemente con i tuoi collaboratori, ti ci rivedi e capisci se, come e quando intervenire. Due volte arrivato a due stelle Michelin in stabilimenti diversi come Le Duc D’Enghien e il Carlton di Bruxelles, ricominciò da zero all’Arpège, risalendo la corrente e arrivando al top. Poi il ritorno verso la terra, le origini, le verdure , le radici, scelta disperante per chi cercasse proteine animali che non siano in qualche elemento ittico. Non sarà una novità ascoltare chi da Gagnaire esce disperato gridando allo scempio economico di fronte ad un pasto di radici a 500 euro. Anche all’Arpege può succedere questo, non importa, basta saperlo e affrontare l’ostacolo con coscienza e conoscenza, e se proprio non si vuole subire la marea verde ci sono sempre un paio volatili in carta.

Decisione più o meno condivisibile ; secondo me si, per ripartire verso un percorso diverso, dove le carni rosse, esplorate e interpretate in ogni modo non lo stimolarono più, e quindi l’inevitabile ritorno alla cucina di base vegetale, la cucina che oggettivamente offre il più ampio margine di evoluzione, con i mille colori e sapori riconoscibili alla cieca. Passard per essere certo di poter offrire il massimo in quel segmento alimentare creò un proprio orto, a 200 chilometri da Parigi,orto biologico che contribuisce primariamente alla filosofia odierna di questo chef, e che consente al cliente dell’Arpège di sobbalzare al semplice assaggio di una carota o di un asparago.

Dicevo dello stuolo di chef di successo formatisi sotto la guida di Passard, così tanti e così bravi forse solo Robuchon e Ducasse ne hanno visti crescere ed affermarsi universalmente. Penso a Pascal Barbot, Jacques Decoret, Claude Bosi, Mauro Colagreco, William Ledeuil, Alexandre Bourdas, ecc.ecc.

Uno stile inconfondibile per tutti, quello della Generation Passard, quella che oggi sta tornando alle radici, ai tuberi, ai bulbi, alle foglie, al centro della terra, ma con una certa classe , ricalcando in maniera più trendy quella del dandy haut de gamme e quindi spesso indisponente, con una bella faccia da schiaffi, uno un po’ così insomma , anche lui alla ricerca della sua Avalon, bretone. gdf







Da sinistra, Pascal Barbot : tre stelle a Parigi. Claude Bosi : due stelle a Londra. Fabio Barbaglini: una stella in Valle d'Aosta . Gdf : zero tituli.

martedì 21 dicembre 2010

Il vino del giorno: Chateau Chalon Berthet-Bondet 2002

Il Domaine Berthet Bondet, idealmente situato nel centro della denominazione Chateau Chalon, nel Jura, è un piccolo podere che può contare su una decina di ettari vitati a maggioranza di vitigni a bacca bianca: Savagnin e Chardonnay , e una piccolissima superficie di vitigni a bacca rossa quali Trousseau, Pinot Noir e Poulsard.



E’ dal varietale Savagnin che è ovviamente ricavato questo Chateau Chalon , vino che può essere prodotto solo nelle annate in cui l’esperta schiera di specialisti si riuniscono nella commissione incaricata di decidere se una tale annata potrà fregiarsi della definizione Chateau Chalon oppure più semplicemente Vin Jaune. Sulle modalità e le curiosità storiche relative all’unicità di questa appellation rimando al post precedente sul tema :
http://armadillobar.blogspot.com/2010/08/chateau-chalon-jean-macle-jura.html



Rinfrescata la memoria sulle origini e sulle peculiarità di questa originale vinificazione, possiamo tornare sul vino in oggetto che si presenta nel bicchiere agile e scorrevole. Paglierino di media intensità con qualche vago riflesso dorato.
Il naso riporta velocemente alla mente i tratti tipici che identificano questi vini sempre al limite dell’ossidativo, quindi noci fresche e mallo di noce qui corredate da un pungente curry verde e un qualcosa di sottobosco simile a funghi; i più spregiudicati potrebbero spingersi a identificare le spugnole, abbinamento validissimo anche in tavola.



In bocca sorprende per la freschissima acidità quasi tagliente non ancora sorretta dal resto del contesto, in attesa di ulteriore evoluzione, anche ventennale avendo pazienza. Per ora si accontenta di ravvivare le papille con mineralità discreta e avvolgenza limitata. Magretto in bocca, ma non anoressico, mentre la persistenza è notevole e il rimando di alcool è ancora un po’ troppo evidente ( 14 ° dichiarati, ma forse sottostimati ) e il retrogusto di mallo di noce e curry di piacevole nettezza. Grande approccio e grande chiusura quindi, con parecchio ancora da migliorare in fase evolutiva per completare un quadro per ora abbozzato.

Forse a questo stadio non ancora adeguato a sostenere match con i più maturi formaggi Comtè, e allora meglio su una pollastra in salsa cremosa di spugnole e carciofi stufati, piuttosto di un ricco risotto con porcini mantecato con formaggi tosti come un Taleggio, fino al richiamo infinito sul capolavoro di Alain Passard : filettini di astice ( o di scampi ) in salsa di Vin Jaune, dove la lotta tra acidità diverse farà trasalire anche i più esperti gourmet, nient’altro, qualche fagiolino verde e basta, qualsiasi altro elemento sarebbe superfluo come una colonna sonora sotto un film di François Truffaut.



Il vino costa in cantina una trentina di euro e si trova in enoteca attorno ai 45/50 euro , prezzo giustificato dal prolungato elevage ( quasi sette anni ) e dal limitato numero di annate nelle quali si può produrre, pas de 2001 dans l’appellation, per esempio.

Per ogni altro dettaglio rimando al sito del Domaine.



http://www.berthet-bondet.net/chateau-chalon.htm

tante strade da percorrere con amore per fare un vino così..




gdf