venerdì 25 gennaio 2013

La comida argentina

del Guardiano del Faro


Dormivo acciambellato come un gatto randagio sopra ad una panca, in una desolata e desolante sala di lunga attesa dell'aeroporto di Mar del Plata, quello ormai  malinconicamente dedicato ad Astor Piazzolla. Sei ore d'attesa per il volo, per Ezeiza: Capital Federal, Buenos Aires.

Il senso del tempo estinto, il luminoso ritmo schematico del ragioniere che deve far quadrare tutto in partita doppia ormai spentosi tra le ripetitive note di tango alla radio. Appuntamenti mai confermati, sempre rimandati, anche di quattro ore, anche di un giorno intero, da parte di mercanti di carni dai cognomi un po' tedeschi e un po' ebrei, aleman e judios, tutti insieme nella stessa nazione per motivi simili e opposti. Un occhio guardingo e semiaperto sul bagaglio con il cartellino adesivo chiuso a specchio sul manico della valigia: EZE,  mais pas de Cote d'Azur, non ancora così. Un miroir mi ricorda che faccia ho e del perché sono arrivato fin qui. Al cambio di vita cercata, voluta e poi ottenuta.

Ma la voglia di strappare il biglietto per Ezeiza e saltare su un bus che attraversasse una qualche Pampa e tante periferie è forte, per arrivare finalmente a La Capital Federal. 400 chilometri per rivedere l'Avenida General Paz: il bus parte tra due ore; il tempo previsto per il viaggio è di sei ore, ma diventeranno sicuramente otto, ormai so fare i conti.

Agli incroci a raso - li ho visti negli scorsi giorni - la Policia lascia volutamente le carcasse delle auto schiantatesi nei giorni e nei mesi passati, senza neanche togliere le macchie di sangue dal parabrezza. E' dissuasivo lasciarle li così, dicono.
Cacciatori di lepri in notturna partono di giorno a luci spente su pick up nord americani. Le accenderanno stanotte le luci, abbaglianti e definitive, prima di cominciare a sparare ad alzo zero sulle prede immobilizzate dai fari, sparate o investite. Succederà la stessa cosa 15 anni dopo ai danni di investitori abbagliati e poi investiti.

Star qui a rileggere La Prensa. L'Albiceleste si stava imbarcando per Città del Messico, dove la settimana successiva iniziava un Mundial. La Mano de Dios era con loro a guidarli verso la gloria, di mano e di piede, dribblando sei inglesi. Anche noi finalmente all'imbarco, Aerolineas Argentinas al decollo, dribblandone anche più di sei per evitare di stare a terra. Sei ore d'attesa per meno di una di volo. Di nuovo a terra, il solito taxi e quell'odore strano nell'aria, di una benzina ossessiva che sapeva di strano, che mi faceva venire sempre il mal di testa. 

Inutile farsi la doccia per togliersi di dosso l'odore del pranzo, di pollo alla griglia con chimichurri; inutile lavarsi la testa e i capelli, perché dopo dieci minuti l'umidità li rifaceva piangere di sudore.

Nell'umile casetta periferica delle zie, a due passi dallo stadio periferico del Velez Sarsfield, ma con il profumo rassicurante di pizza che sapeva di origano, di aglio e di lievito sincero. Pensavo di essere allergico all'aglio, invece solo ai lunghi viaggi. Più lunghi di un mese, sballottato da un estremo all'altro dell'America Latina. Ma la pizza non basta, anche se ne hanno fatte sei diverse, perché se non hai mangiato carne, in Argentina,  non hai mangiato. Lo dicono loro che hanno la carne nel sangue e non l'inverso, come dovrebbe essere.

E allora si parte per La Cabaña, dove todos los cortes sono a disposizione dell'asador: Bife, Lomo, Quadril... tutti insieme o uno per volta, come i cassetti della memoria che improvvisamente si aprono e sono grandi come armadi. Non c'è polvere dentro, tutto è nitido come fosse ieri, e non la tarda primavera del 1986. Bastava così poco, una buonissima entrecote argentina in solitario, senza telefoni che suonano; Piazzolla nelle orecchie e sul palato le loro salse, le erbette di campo al burro, aglio e peperoncino, le loro polpette piccanti e due bicchieri di chardonnay, o di cabernet, poco conta, perché come al solito sanno e sapevano troppo di legno e di vecchio, come i cassetti dell'armadio dei ricordi. Una lacrima sul marciapiede.






gdf 


giovedì 24 gennaio 2013

App-erò!


 gdf 1977 h q

Entrano decisi ed eleganti. Sui 40, lei un po’ meno. Hanno simboli tribali alle dita, tondi e dorati, ma gli sguardi che si scambiano vanno oltre la famigliarità, sanno di marachella. Due giorni di monellate, glielo leggo nelle pupille.

Mi si appoggiano a fianco, al bancone. Si dicono cose che dopo dieci anni di matrimonio non ti verrebbero mai più in mente, neanche da ubriaco. Anche le loro mani faticano a rimanere in tasca, nelle proprie.

Lui estrae l’iphon e cerca due amici delle sue parti e li invita lì per l’aperò. L’accento lo posso indovinare in area 030-035, a orecchio. Fuori c’è il primo Bmw di taglia media a cui si aggiungerà il secondo, degli amici, targati BG ma per unavolta non Bulgari. Ecco, gli uomini in Rolex a peso e le ragazze in Cartier al polso e artiglieria pesante Pomellato al collo.

Posano tutti e quattro gli i-phon sul banco, apparecchiandolo. Arrivano, scopro, da quell’Hotel, proprio quello, quello fin de siecle, dove l’unica mano di vernice recente risale al ’48. Il proprietario viaggia con una Fiat 130 targata BS, Bisanzio.

Mi chiedo, ma non ce l’avete un pezzo di vecchia guida in macchina? Si lamentano a voce alta della rispettiva camera dell’albergo. Ma neanche una App sull’i-phone?
Mi scappa di incisivo di chiederglielo mentre ordinano il primo Aperol. L’uomo dei cocktail mi lancia un’occhiata, mi zittisco e mi metto defilato, mentre la domanda trabocchetto la subisce lui: dove ci consiglia di andare a cena stasera e domani sera?

 A questo punto, da grande mestierante, mi da via libera, in delega, levandosi il problema e nel contempo facendo bella figura. - Carne o pesce? - Stasera pesce e domani carne! - Apperò, idee chiare. E come mai siete andati a finire nell’albergo più obsoleto della città? -  Ci piace improvvisare quando stiamo insieme, nessun programma. -  Però il bar l’avete indovinato… -Beh, c’era gente e siamo entrati. - E con i ristoranti come la mettiamo? Volete segnarvi i nomi sull’i-phon e geolocalizzarli? - Non saprei come farlo o cosa farci… - Siete senza app? Come me.  Quindi che facciamo? Ve lo vergo su una pergamena l’indirizzo e poi chiedete in giro? – No, però se ci accompagna le offriamo il secondo aperò.




mercoledì 23 gennaio 2013

Deux poulardes dans le même poulailler



- gdf 2014-

Del karma del pollo, è noto, non gliene può fregare de meno a nessuno. Ma il Gallo era stanco del suo e decise di cambiare aria lasciando così spazio alle poulardes.

Normalmente sarebbero due galli a litigare se si trovassero nella stesso pollaio a condividere le medesime galline. Ma nella terra dei Galli anche les poulardes potrebbero aver problemi di condivisione di uno spazio angusto, stretto e lungo come una cantina. E non per questione di galli nella terra dei Galli, e neppure per il becchime o altro foraggio, distribuito in abbondanza e con buona continuità grazie alla lungimiranza del Gallo. Il problema non era neppure relativo all’ambiente, pulito ed ospitale: vecchie pietre, vetro, metallo e tanto legno.

Una delle due poulardes era però in dubbio se dare fiducia all’altra o contare sul suo pulcino fin da subito, fin dal momento dell’abbandono del Gallo. Dopo una lite furibonda provocata da futili motivi (la boiserie del pollaio) la Mere Poularde cacciò fuori l’altra poularde a urla e  strilli, preferendo tenersi stretto il suo pulcino. 

Quella là - si disse ormai incaponita - era appena arrivata e voleva già cambiare l’arredamento del pollaio. Non andava forse bene quella boiserie? Ce ne voleva un’altra più spessa e pesante? L’altra poularde se ne andò con un mesto bye bye baby, the coq is dead.

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"Eh, mon Dieu! ma poule, te voilà bien triste, qu’as-tu?"

"Mon cher ami, demande-moi plutôt ce que je n’ai plus. Une maudite servante m’a prise sur ses genoux, m’a plongé une longue aiguille dans le cul, a saisi ma matrice, l’a roulée autour de l’aiguille, l’a arrachée et l’a donnée à manger à son chat. Me voilà incapable de recevoir les faveurs du chantre du jour, et de pondre."

"Hélas! ma bonne, j’ai perdu plus que vous; ils m’ont fait une opération doublement cruelle: ni vous ni moi n’aurons plus de consolation dans ce monde; ils vous ont fait poularde, et moi chapon. La seule idée qui adoucit mon état déplorable, c’est que j’entendis ces jours passés, près de mon poulailler, raisonner deux abbés italiens à qui on avait fait le même outrage afin qu’ils pussent chanter devant le pape avec une voix plus claire. Ils disaient que les hommes avaient commencé par circoncire leurs semblables, et qu’ils finissaient par les châtrer: ils maudissaient la destinée et le genre humain."

"Quoi! c’est donc pour que nous ayons une voix plus claire qu’on nous a privés de la plus belle partie de nous-mêmes?"

"Hélas! ma pauvre poularde, C’est pour nous engraisser, et pour nous rendre la chair plus délicate."

"Eh bien! quand nous serons plus gras, le seront-ils davantage?"

.. etc... etc... merci a Voltaire e a Walter Valdi, se no non avrei mai capito.




martedì 22 gennaio 2013

Appeal



 gdf 2014


Facciamo raffreddare il ghiaccio, tanto ormai la temperatura migliore è andata.

Conto sempre fino a tre, ma questa volta la mia pazienza è andata oltre, fino alla quarta provocazione.

In verità una novità non lo è in assoluto: era già successo ed è successo di nuovo.

Le parlo dei petali delle rose del mio giardino, lei delle spine del suo rovo

Io dei progetti attorno alle mia piante di carciofi, lei dell’amaro in bocca che gli ha lasciato l’ultimo assaggiato.

Le ho detto del mio piacere mattutino, quello che provo affrontando una dolce e profumata spremuta di agrumi; lei dell’ultimo frutto acerbo che ha colto, troppo giovane,   astringente.

Del mio ordine delle cose, prima le più piccole e che mi stanno più vicino; lei di quelli più grandi ma distanti, all’arrivo dai suoi viaggi in solitario verso la Giamaica.

Le ho detto del mio affidabile amico, l’hobby alcolico che mi accompagna da una vita, lei  delle sue ex amiche, tradite o traditrici

Poi del mio lavoro inesistente da tempo, lei dei suoi tanti e presenti, tanti quanto insoddisfacenti.

L'ho confortata dicendogli che così è ancora di moda, di ritorno, ma non è convinta, vorrebbe una dimostrazione, forse.


Rasputin veniva dal o col Quatar? Niente, gelida, non la capisce.

Stavo esaurendo la pazienza, raramente ho dovuto impormi di trattenermi dal mettere le mani addosso ad una persona. A stento sono riuscito a trattenermi  dal mettere le mani su quella quarta sovraesposta.


gdf 12 minuti

domenica 20 gennaio 2013

Le Bistrot de Dominique | Davide Zunino


 del Guardiano del Faro


Comincerei con un'affermazione impegnativa, e cioè dicendo che negli ultimi venti anni solo in un altro locale della città dei fiori ho mangiato a questi livelli di eccellenza. L'altro locale è ovviamente Paolo e Barbara, nel periodo migliore di Paolo Masieri, impegnato nel massimo sforzo per alzare il tono della sua cucina di mare e di terra.

Paolo Masieri, con il quale Davide Zunino ha condiviso la cucina e la sala diversi anni fa, li come nell'altro stellato di riferimento del circondario, e cioè La Conchiglia di Arma di Taggia della famiglia Ruffoni. Oltre a ciò anche un significativo passaggio in Catalunya, nel senso che di quella esperienza che ne stava contaminando le scelte di stile e di gusto, fortunatamente è rimasto solo qualche elegante fronzolo mentre le futili e inutili complicazioni sui temi -comunque stucchevoli- del sucré salé molecolare di quelle parti le sta lasciando progressivamente allontanare dal suo criterio di cucina. Nel curriculum di Davide anche l'ex "medagliato" di Taggia: L'Olio Colto, dove nonostante quelle contaminazioni di tecniche, additivi e suadenti dolcezze, non aveva compromesso il suo cauto procedere verso la centralità del gusto, identificandosi gradatamente con il territorio dell'olio. Il cuoco dell'olio, prima di tutto, e poi anche il resto, partendo dal fondo, perché Zunino è un ottimo pasticcere, e da quel talento che esige precisione ha poi esplorato gli altri passaggi fondamentali per la costruzione di un'intera carta o di un intero menù. 


Terrazza e situazione visuale molto simile al Louis xv...
Adesso è qui, giusto di fronte al Casinò di Sanremo. Queste sono immagini scattate dalla terrazza del ristorante, che ne possiede un'altra ancora più vasta, che da anche sul mare e sulla Chiesa Russa. Collocazione bellissima e impegnativa, perché gli spazi sono enormi, e sarà quindi necessario destinarli (secondo me) a diversi scopi e non solo ad elegante bistrot gastronomico. Il locale è nuovissimo, appena aperto senza clamori dal proprietario, imprenditore italo francese di ritorno da Nizza.

I toni chiari di crema ed avorio addolciscono le luci lungo l'infinito bancone bar che invita ad accomodarsi già dall'ora dell'aperitivo. Poi c'è la possibilità di usufruire della conveniente formula bistrot "carte-menù", come si usa in Francia, dove si possono scegliere un paio di piatti da un'assortimento di dodici, pagando 15 euro, acqua e caffè compreso. Ditemi dove andate con 15 euro in tasca? E ancora  la carta del ristorante gastronomico, dove naturalmente i prezzi rappresentano la logica conseguenza al costo delle materie prima di pregio: pesci e crostacei prima di tutto. Infine, è possibile dare carta bianca a Davide, come ho fatto io, perché se ti chiami Davide e fai il cuoco ( come Scabin o Oldani...), io istintivamente ti do carta bianca, e non mi sono sbagliato a farlo, anche se di base non amo i crudi di pesce, ma se eseguiti in questo modo potrei anche riconvertirmi, perché in questo caso non si tratta di esserini morti e distesi pietosamente su un gelido piatto "coroner style", ma c'è una logica che li rende partecipi di un percorso che ha un senso gastronomico, quasi come un piatto cucinato.


La cantina è ancora in corso d'opera, per ora ci sono poche cose ma scelte discretamente bene. Lo so! Sono il primo a dirlo, anche contro il mio interesse, che non è più epoca di investimenti folli in questa direzione. Sul tema, per esperienza personale, i clienti veramente interessati e competenti che frequentano i migliori ristoranti italiani saranno si e no il 5%. Per il resto, non dico che se gli dai in mano l'elenco del telefono è la stessa cosa, ma il paragone è, ahimè, spesso applicabile. Quindi non credo sia più necessario fare grossi investimenti in quella direzione per lavorare in agilità di bilancio, perché al cliente non interessa sapere che hai le piramidi di bottiglie in cantina, basta che trovi quello che gli può andare bene per passare  qualche ora rilassante al tavolo. Comunque sia, Le Bistrot de Dominique è facilmente raggiungibile dai lampi del faro, volendoli cogliere, anche a chilometro zero. Da qui in poi procedo in didascalico, tanto si è capito che questo piccolo menù "free acid jazz" mi ha particolarmente divertito e soprattutto convinto per i suoi profumi, gusti e leggerezza, così come per la capacità dello chef di francobollare un intero piatto dandogli un senso compiuto anche in soli tre centimetri quadri se ritiene opportuno farlo.

...olio d'autore, ma nei piani c'è l'intenzione di disporre di alcune tra le migliori etichette della zona.

Quando non so cosa bere mi rivolgo spesso verso un bianco dell'Alto Adige, e anche stavolta è andata bene, è stato un buon consiglio.

La sala è molto profonda, e i coperti disponibili sono davvero molti.

i grissini alle olive sono appena stati sfornati, adesso andiamo con " i crudi"

Ostriche con granita di Martini, profumo di pompelmo e aria di Campari

Insalata di carciofi crudi e tartare di nasello

 Pesce castagna (taglio sashimi)  con crema di riso e gelato Wasabi

Gambero di Sanremo, midollo al vapore, "zeste" di mandarino e fiori di rosmarino

Finissimo carpaccio di polpo, insalatine e sale nero

Scampo, avocado, cocco fresco e bucce di lime confit

Brodo ristretto di crostacei al limone e zenzero, scampi con cruditè di rapanello, topinambour, insalatine e germogli

Sogliola cotta "alla lisca", crema di cavolfiore caramellata, lardo croccante, tuorlo a 63°, tartufo nero pregiato e mandorle tostate. Aria di terra.

Spuma di yogurt, limone e citronella

Tortino al cioccolato
Scorzette d'arancio candite con gelato al pistacchio
"Inglese" cremoso di cioccolato Valrhona 70% e té verde...
Banana Canaria con mou al lime e vaniglia Bourbon
Fragola al frutto della passione, sorbetto al limone.
Decorazione di zucchero tirato


Le Bistrot de Dominique
Davide Zunino
Corso Inglesi 9/11
18038 Sanremo

Chiuso Lunedì

Tel: 0184 544949







 - gdf - il vostro cameriere on line-



venerdì 18 gennaio 2013

Voglia di carciofi ?



- gdf 2014 -



E’ andata così. E' andata benissimo così. C’erano da sistemare ancora due cassette di Damigelle di Notre Dame de Chardonnay D’Auvenay che così hanno finalmente raggiunto il loro domicilio definitivo della terra dei bauscia in transito per la Riviera dei Fuori. Ma la mia priorità non appena messo dentro il naso al Sogno da Timi, al confine tra Finalborgo e Finale Ligure Marina -come direbbero dagli altoparlanti di Trenitalia- era di approfittare del momento migliore dei carciofi di queste parti.

E incredibilmente in cucina non ho trovato né asparagi, né zucchine, né angurie e neanche una melanzana. Ma neanche una fragola o una ciliegia da quell'integralista del Timi!  Tirato il fiato vedo che tutti quanti sono indaffarati attorno ad alcune cassette di carciofi. Ed allora ecco il miglior menù a base di carciofi dell’anno iniziato e di quello finito: pesce, molluschi, crostacei, pasta, focaccia, e carciofi.

Olio buono, olive taggiasche, limoni del giardino, erbe aromatiche e nient’altro: il materico che ti convince sempre. Il carciofo che non ti lascia l’amaro in bocca, perché in questo periodo dell’anno il carciofo è perfetto, almeno da queste parti, e poi fa così bene al mio povero foie gras marinato al gin. Una raccomandazione ai naviganti meno eruditi sul tema (non qui che lo sanno bene); ricordatevi di separare il carciofo più grande da quello più piccolo con cui condivide lo stesso fusto, perché,come direbbe il Maestro Zen:

Il carciofo è una pianta erbacea perenne alta fino a 1,5 metri, provvista di un rizoma sotterraneo dalle cui gemme si sviluppano più fusti che all'epoca della fioritura si sviluppano in altezza con una ramificazione dicotomica.

Dicevo, quello più piccolo con cui condivide lo stesso fusto di solito è più scuro e più compatto, ma soprattutto molto più amaro, quindi meglio non mescolarlo con gli altri, più grandi, più chiari e meno amari.


Occhio che però anche questo è buono, tutto Chardonnay, anzi, come si dice a Courmas: vin exclusivement issu du chardonnay et d'une annèe de vendage, en partie fermenté en fut de chene de Champagne. Fermentation malo-lactique partiel.


Gianchetti e carciofi fritti

Cosa ne facciamo di questi? Allora: crudi, bolliti, al vapore... va sempre bene 


UGM Ton sur Ton: Lacoste viola, maglioncino da paracadutista blu marin e uova di gambero gobbetto celesti. Come si dice sui Navigli:  The class is not the water.

 Scampi, gamberi testa viola e gamberi gobbetti al vapore, insalata alla senape, ton sur ton con stacco.

Triglie e carciofi in crosta di pop corn

Lo spaghettone con seppioline freschissime, carciofi, aglio, olio, peperoncino e briciole di pane.


Dunque erano, anzi, furono 588 all'origine. Questo è un vino confondente, perché non è normale come si sta evolvendo, e perché tanti Montrachet grand cru potrebbero anche costare e valere meno, e pure finire nel lavandino vicino a questa cattedrale monumentale dedicata a Notre Dame. Ce ne sono ancora; incredibile ma ce ne sono ancora, anche nella cantine degli amici del faro, credo almeno una decina quelle che rimarranno in bocca e nel cervello all'infinito nei prossimi anni. La cosa più straordinaria di questo vino è la persistenza, che sfiderebbe anche quella rilasciata da un brodo concentrato di carciofi.

St Pierre e ... carciofi, olive taggiasche.


Sorbetto al limone con limoncello, ton sur ton

L'elegante Cornelli, gdf  che tiene il fiato e  u gianchetto milanao così com'è.

I soci del libro sui vini francesi gdf al completo sul luogo del Patto:

Il Sogno
Via Brunenghi, 151
Finale Ligure (SV)
Tel. 019 695472 - 349 5282014



gdf ton sur ton

giovedì 17 gennaio 2013

Resta dell'amaro in bocca


- gdf archivio 2011 -


- Ah ahh… uscita Arles direzione Camargue, o quasi, diciamo che posto più ameno non potevamo trovarlo. Un insalata tra i canneti e le saline?

- Più o meno, La Chassagnette è un vecchio Mas provenzale nascosto tra questa fitta vegetazione, intuisco che questo le è sfuggito durante i suoi viaggi.

- Abbia pazienza ma sono ormai diversi anni che non scendo in Provenza con velleità gastronomiche di primo livello, questo per me è proprio una novità assoluta.

- Non lo sarà particolarmente invece, si tratta di un altro esponente della cucina naturale, derivata da prodotti biologici coltivati sul posto, un esponente della generazione dei cuochi contadini. Lei riesce ancora immaginare un cuoco di successo, uno che sappia stare al passo coi tempi e non abbia accesso ad un proprio orto biologico?

- Impensabile, siamo passati dalla cucina del mercato alla cucina del proprio orto. Una volta gli chef parigini si alzavano presto per andare a cercare i migliori prodotti, vegetali o altro, ai mercati come quelli di Rungis, appena fuori Parigi, poi ci fu il momento della priorità del fornitore di fiducia, sempre il solito, mentre oggi una star come Alain Passard si fa arrivare i prodotti addirittura dal suo orto, lontano ore ed ore dalla città. Ma è un caso limite, per chi sta in città è difficile replicare le condizioni di chi sta in campagna. E’ certo che almeno un erbario lo devono piazzare vicino o nei dintorni dell’ingresso del ristorante per convincere il cliente della prossimità di reperimento delle materie prime vegetali, in attesa che ci mettano anche un pollaio e una gabbia di conigli.

– Lei lo dice sorridendo ma io non lo escluderei, il chilometro zero è un’altra tendenza, anche se le scuole di pensiero degli chef fondamentalmente sono due. Quelli che pensano il piatto in funzione di quanto hanno a disposizione in quella giornata, in quella settimana, in quella stagione; e poi abbiamo gli chef che pensano il piatto in funzione di se stesso, secondo la teoria dell’alimento come elemento, e dunque se gli servirà una ciliegia in novembre per completare una determinata composizione non esiteranno ad acquistarla a caro prezzo, di qualunque provenienza sia la ciliegia, ma vorranno la ciliegia in novembre e l’asparago per Natale invece del carciofo.

- Solo una cosa prima di entrare qui dentro, ma non andremo per caso ad affrontare una cucina unicamente vegetariana oggi? O magari fatta di radici, pompelmi e alghe amare come stava accadendo anche da voi in Italia?

- No, no, stia tranquillo, quella è un’altra moda che ha fatto flop un po’ dappertutto, il canto del cigno è già avvenuto;  lei prima citava Passard dell’Arpege, che ci stava provando, e in alcuni menù ha spinto molto in quella direzione, così come Gagnaire per altri versi, però poi sono tornati tutti verso menù più equilibrati. Un po’ per le perplessità del pubblico, ma anche della critica, voglio dire, se un qualche redattore della Guida Gault Millau scrive platealmente di aver  mangiato delle villane radici in un menù a 300 euro, oppure un cliente lamenta gonfiori da abuso di verdura, radici, bulbi, foglie, fiori e frutti nel menù monotematico, sarà lo stesso chef a doversi preoccupare di ritrovare un equilibrio tra la pura filosofia, i desideri dei clienti e la giustificazione di certi prezzi, che con un cesto di radici, alghe e pompelmi da riversare nel piatto è una condizione  difficile da sostenere. Così come applicando all’esasperazione la filosofia dell’acido amaro fino alla saturazione del palato e del cervello. Ma le sto dicendo cose che ovviamente conosce, qui invece si tratta di una cucina di frutta e verdura della proprietà, con pesce e carni reperite non troppo lontano, senza salse troppo grasse e con un saggio uso di cereali.

– Da come me l’ha spiegato questo luogo…  sa che nella maniera che me l’ha fotografato mi sembra  di aver già pranzato, potrei passare direttamente al digestivo.

- Non si preoccupi, qui non le rimarrà dell’amaro in bocca, quello è un sapore che lasceremo ad altri.

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 gdf 2011 - segue, ma chissà quando -

mercoledì 16 gennaio 2013

Il mendicante con il telefonino

del Guardiano del Faro

Dunque lo Chateau d'Yquem 2012 non ci sarà. Quindi è là che hanno colpito i Maya di sinistra, hanno colpito un simbolo del lusso invece del popolo. Lo leggevo giusto ieri l'altro su un giornale di sinistra: L'Espresso Food & Wine. Sono 25 i milioni di euro di danno procurato, oltre all'indotto di mancata solforosa. Si capisce che non c'erano le condizioni per farlo. Senza le migliori condizioni di muffa nobile non si può proprio fare un Sauternes d'alto bordo. Ma quanto mi dispiace! La manderanno indietro l'anidride solforosa inutilizzata o la smaltiranno nel compost secco? O ci sarà tanto Y-grec secco? Mah, intanto dovrò trovare scuse diverse per giustificare il mal di testa di stamattina, frutto di un proletario cinquième cru di Sauternes.

Mentre entro al supermarket guache caviar me ne faccio una ragione osservando con la coda  dell’occhio quel che resta di quel 5ème cru dell’appellation in equilibrio precario sugli scaffali. Potrebbe anche cadere a terra da quella posizione. In zona bollicine il Krug batte ormai sui 160 euro, il Dompè sui 110 mentre, poco più in là, il salmone masticabile sugli 80 e il caviar d'aringa popolare si colloca democraticamente sugli otto euro a mini papalina.

Il sistema di casse automatiche della catena gauche caviar sembra abbia funzionato. Saranno ormai tre o quattro anni che l’esperimento sarà cominciato, comunque meno delle molte commesse scomparse. Dove saranno finite le commesse in esubero? Mah, fatti loro,  forse smaltite nel compost, che è ecologico, ma la direzione le terrà sempre nel suo cuore.

Voi siete qui c’è scritto in un visual alla parete con la mano sul cuore. Deve essere il Direttore che rassicura i clienti smarriti davanti a tutte le casse manuali chiuse e a quelle automatiche dal funzionamento misterioso. Quindi le commesse scomparse saranno lì? Veramente saranno li?  dietro al muro di cemento? Si, quelle rimaste si, stanno rimpiazzando i prodotti esauriti sugli scaffali, ci vuole elasticità, puoi benissimo fare il magazziniere e la cassiera.

Articolo inatteso dentro i sacchetti, spostare l’articolo fuori dal sacchetto, chiamare l’addetto, avete passato la tessera? Scegliere la lingua d’uso. Scegliere il tipo di pagamento. Ricordarsi di prendere il resto. Prendere la spesa. Ritirare lo scontrino. Il resto è distribuito sotto lo scanner...

Il tipo di pagamento che deciderà di usare la ex bella che incontro spesso sul lungomare vestita come una barbonne de luxe bohemienne non riesco ad immaginarlo, però secondo me la signora avrebbe cose più interessanti da dire di una cassa automatica che non fa altro che chiedere l’assistenza di una commessa non ancora licenziata.

La barbonne de luxe però ha gusto, e anche domicilio non ufficiale lì dentro; ci fa quasi quel che vuole nei bagni e negli ambienti comuni, perché c'è tolleranza uno -anche due-  da queste parti. Un altro slogan alla parete rassicura, ti fa sentire parte del gruppo, anche se la testimonial fa ridere solo i polli allevati a terra e in un unico pollaio fazioso.

Appena fuori dalla porta fanno tutti i loro comodi, ma anche dentro se dai una mano a sistemare i carrelli vuoti quando c’è il sole e gli ombrelli quando piove. Non ti caccia nessuno, anzi, una mano lava l’altra. C’è solidarietà tra chi è rimasto: dipendenti italiane, mendicanti di repubbliche ex comuniste e venditori di ombrelli senegalesi, che la pioggia la amano qui ancor più di quanto l’avrebbero desiderata a casa.

Venditori di rose cingalesi, badanti moldave, escort lituane; tutto fa brodo al supermarket gauce caviar près de la frontiére. Dipendenti italiane con contratto a termine, dirigenti a tempo indeterminato, bruttine francesi che si sentono sole, mendicanti dell’est, venditori abusivi asiatici e africani, come in una riuscita Babilonia.

Il parcheggio è gratuito, a volte anche per i non clienti, c'è tolleranza o mancanza di personale addetto; metto le buste ecologiche riciclabili nel baule, il carrello oggi lo lascerei al secondo mendicante, quello che si occupa di sorvegliare il parcheggio.

Il primo, all’ingresso principale, ha già da fare con  il cucciolo di labrador, con la gestione degli ombrelli, bicchierino di plastica con monetine di rame da svuotare e ciotola del cucciolo da riempire.

Oggi però non è lo stesso ukraino che controlla l'ingresso, quello che ormai conosco bene. Sarà passato di grado nell'organigramma della povertà gestita dopo la lunga esperienza in quel ruolo. Si sa, chi non comincia dal basso... ah, no, questa funziona meglio in spagnolo in Babel Channel: qui non empieza de  abajo no se concoce el trabajo. Più o meno.

Quello al parcheggio sta seduto con un altro cucciolo dormiente di specie ibrida, il carrello -insisto- oggi glielo lascerei, ma non fa una mossa per alzarsi, né per me né per nessun altro che si avvicini all’auto. Sta là a terra ad aspettare che arrivi qualche cosa e a contemplare le sue pene, immagino.

Preferisco creare dubbi che dare risposte, e allora ci provo lo stesso, ma gli squilla il telefonino proprio in quel'istante: mi allontana con lo sguardo e tira fuori l’iphone da un taschino. Si scusa, ma il capo lo sta chiamando. Lo interrompo ugualmente: Ehi amico! Non fare così. Volevo solo offrirti un bicchierino di Sauternes! La cop sei anche tu.

- gdf -