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Entrano decisi ed eleganti. Sui
40, lei un po’ meno. Hanno simboli tribali alle dita, tondi e dorati, ma gli
sguardi che si scambiano vanno oltre la famigliarità, sanno di marachella. Due
giorni di monellate, glielo leggo nelle pupille.
Mi si appoggiano a fianco, al
bancone. Si dicono cose che dopo dieci anni di matrimonio non ti verrebbero mai
più in mente, neanche da ubriaco. Anche le loro mani faticano a rimanere in
tasca, nelle proprie.
Lui estrae l’iphon e cerca due
amici delle sue parti e li invita lì per l’aperò. L’accento lo posso indovinare
in area 030-035, a
orecchio. Fuori c’è il primo Bmw di taglia media a cui si aggiungerà il
secondo, degli amici, targati BG ma per unavolta non Bulgari. Ecco, gli uomini in Rolex a peso e le ragazze
in Cartier al polso e artiglieria pesante Pomellato al collo.
Posano tutti e quattro gli i-phon
sul banco, apparecchiandolo. Arrivano, scopro, da quell’Hotel, proprio quello,
quello fin de siecle, dove l’unica mano di vernice recente risale al ’48. Il
proprietario viaggia con una Fiat 130 targata BS, Bisanzio.
Mi chiedo, ma non ce l’avete un
pezzo di vecchia guida in macchina? Si lamentano a voce alta della rispettiva
camera dell’albergo. Ma neanche una App sull’i-phone?
Mi scappa di incisivo di chiederglielo mentre
ordinano il primo Aperol. L’uomo dei cocktail mi lancia un’occhiata, mi
zittisco e mi metto defilato, mentre la domanda trabocchetto la subisce lui: dove ci consiglia di andare a cena stasera e
domani sera?

