sabato 12 febbraio 2011

Il vino del giorno: Barbera Bio-Demeter Nuova Cappelletta 2009

La cosa che più mi stupisce di questo vino è l’etichetta . Anche cercando informazioni sul web non ne ho trovato spiegazione, ma forse non sono stato molto perseverante nelle ricerche, perché un motivo ci dovrà pur essere per giustificare questo toro che sa tanto di Osborne e di statali spagnole assolate anni ’80, e pure quella foglia di sfondo ha curiosamente la forma della Penisola Iberica. Ma forse è solo un caso, per altro abbastanza curioso se i tre elementi: toro, sole, penisola in foglia sono oggettivamente coerenti con un profilo Spanish. In realtà all’assaggio di questo vino certificato Bio-Demeter il ricordo del calore di un viaggio in Andalusia è riscontrabile sia nella sensazione trasmessa dal colore rubino intenso e molto concentrato , sia nella sensazione alcolica al naso, dove il vino non si svela più di tanto, tramando prospettive future non chiare e nascondendo a fatica qualche rusticità intercalata a vaghe note di frutta rossa matura. In bocca rivela in pieno una gradazione probabilmente sottostimata in etichetta (14°) che se da un lato danno un senso di pienezza e di appagamento, dall’altra bloccano la tentazione di andare oltre, di ricolmare il bicchiere, anche per un latente retrogusto amarognolo non esaltante ed una acidità poco percettibile. Abbastanza difficoltoso nella bevuta plurima: ahimè per una volta non riuscirei proprio a finire la bottiglia nei tempi consueti. Per questo scopo forse meglio dedicarsi alla sorella con leggera carbonica che alleggerisce i toni e le concentrazioni consentendo un secondo ed un terzo bicchiere richiamato più dall’entusiasmo immediato dovuto all’effervescenza piuttosto che da reali motivi di piacevolezza, non mancando però di presentare il conto al vostro cerebro, solo a quello, perché invece il prezzo è veramente leggero, almeno quello.

gdf




Lara Gut Armadillo's Fans Club




E uno dice: ma cosa c'entra un post così su questo blog? Se ce lo abbiamo messo ci entra, ci entra eccome, sono le stranezze o le attrazioni apparentemente inspiegabili che possono provocare l'esporsi sul web. Sua e nostra. E poi, non bastasse, oltre alla ragazza prodigio ticinese che sta spaccando le piste ( e qui anche i paletti ) della Coppa del Mondo, tutti quelli che vengono qui a cercare notizie di Lara poi si possono anche rivolgere per l'ora di pranzo alle Grandes Tables de Suisse. E come vedete lei si impegna anche quando non vince o non arriva sul podio: doppio salto mortale sul finale della gran combinata dei mondiali di Garmisch con l'oro già al collo come commentava ieri Kristian Ghedina su Eurosport. Mai visto un doppio volo così in slalom speciale. E fortunatamente rialzatasi sulle sue gambe. Comunque protagonista sta allargando i confini del nostro blog, che avendo anche un intestazione in inglese e fornendo musica internazionale di nicchia si presenta timidamente ma con un certo carattere. Volevamo rimanere all'ombra a raccontarci le nostre cose alla barra del bar degli Armadilli e poi guarda cosa succede, arriva una ragazzina bionda dal nome e dal viso perfetto per un TAG su una foto che è diventata la nostra ambasciatrice ( mascotte sarebbe irriverente) su tutto il web. Ho scritto 250 post/articoli sui diversi blog dove ho collaborato negli ultimi due anni e devo dire che non sono molti quelli che hanno superato i 1000 utenti in un periodo relativamente breve, e comunque tutti riferiti o a grandi vini o a grandi ristoranti internazionali, mai avrei immaginato di raggiungere questa quota con un post sullo sci femminile. A questo punto diventa doveroso aprire un fans club, e guarda caso ci si apre la possibilità naturale di aprirne la sede in un luogo che definirei piuttosto adeguato, Courmayeur potrebbe andare abbastanza bene?
gdf



La foto che cambiò il mondo degli armadilli :-)

venerdì 11 febbraio 2011

La posta dei lettori: Cantinetta climatizzata , mettersela in casa : pro e contro .


L’argomento è scottante mentre le bottiglie dovrebbero stare al fresco e alla giusta umidità. Il web è pieno di dubbi sul tema :affermazioni positive e negative perché per ogni motivo favorevole a mettersela in casa ne esiste uno o anche più di contrari, perché una così in casa non può passare inosservata. Tiene il suo spazio, consuma, si fa sentire di notte. Ma ecco qualche impressione colta al volo sul web o arrivata by mail.

“…Una cantinetta che mi ha dato l'impressione di essere ben costruita, il motore si mette in funzione di rado ed è silenzioso, le bottiglie sui ripiani in legno penso che subiscano molte poche vibrazioni, la temperatura è effettivamente 12-13 gradi misurata con un termometro che memorizza massima e minima raggiunta nel tempo. “

" Non credo sia fattibile farci entrare 88 bottiglie. Il fatto che "l'unità di misura" sia sempre la bordolese classica, svantaggia chi possiede qualche bottiglia italiana dal culo un pochino più largo..."


“La bellezza e l’estetica sono importanti, caspita, ce l’hai poi sotto gli occhi tutti i giorni, temperatura e umidità sono fattori non della stessa importanza, innanzitutto l’umidità !

"Non so se sia italiana ma sul culo un pochino largo non sono assolutamente d’accordo”.

“il valore umidità dovrebbe essere maggiore nella parte inferiore della cantinetta, probabilmente arriverà a 70 li,anche la temperatura varia un po’ sotto ed e più bassa,le bocce più preziose puoi metterle li”

“e sono contento di trovare qualche gocciolina di condensa quando controllo le bottiglie. In sintesi, penso faccia il suo lavoro.”

“ Inoltre, dato secondario ma da non sottovalutare, è bella e può tranquillamente stare in salotto senza sembrare un frigorifero fuori posto.”

“Non sarà la cantinetta della vita ma per ora ne sono soddisfatto. “

“io vorrei prenderla e metterla in una cantina, tu dove la tieni?
La tengo in salotto
. “

“Ma forse in cantina funzionerebbe ancora meglio, visto che è perfetta per quanto riguarda la temperatura e leggermente carente per l'umidità (anche se credo che molto semplicemente per tenere bassa la temperatura abbassi l'umidità)"

"per estrarre i ripiani si deve per forza aprire tutta la porta? “

“ma quanti watt consuma'? cioè 300 w? 400w? . Ancora non ho verificato i suoi consumi però sulla carta consuma poco. Guarda i consumi e i costi sono bassi rispetto alla maggioranza delle concorrenti. “

“All'inizio l'umidità sembrava bassina, ma poi ci ho messo dentro una ciotolina d'acqua e soprattutto ho comprato una sondina nuova . Dopo circa tre settimane di utilizzo sono soddisfattissimo, consumi bassissimi, rumore pressochè inesistente, risultato piacevole”

“Molto silenziosa rispetto alla cantinetta che avevo prima, si può dormire tranquillamente nella stessa stanza.

“Non mi parlare del mal di schiena per prendere quelle laggiù, quelle più in basso…”


giovedì 10 febbraio 2011

Riviera dei fuori

Lapidario, oltre il giardino.

Bilocazione dell'anima.

Una faccia "nuova" al Festival.

Solitudine.

"Garniture"

Eh Belìn, non è che puoi sempre venire su al terzo con il KTM !

Smoking in your eyes.

Moto a luogo.

Così è più chiaro!

Monovitigno.

Nulla per scontato.

Nervosi astenersi.

Qualcosa è andato storto.



Tito & Tarantula me li ha consigliati Massimo Viglietti :-)



p.s. tutte le foto sono state scattate in un ora .
gdf

mercoledì 9 febbraio 2011

Un Bio-Blog a basso impatto ambientale.

Basta l’energia cinetica equivalente alla pressione di un indice su un tasto, bastano alcuni milliwatt di potenza elettrica, o come si dice sul web, tutto in un click, un click settimanale. E' più che sufficiente questo per consultare una media di dieci post/articoli al Bar degli Armadilli, perché sono tutti visibili in roll continuo, come scorrere un rotolo della carta igienica decorata , seduti comodi , senza subire interruzioni che possano deconcentrare dallo scopo primario desiderato ci si può interrogare su questioni interiori o informare sulle esternazioni di altri senza strappo continuo del rullo, senza artifizi come il taglio del pezzo e la frammentazione dell’informazione fornita attraverso mille pulsanti che hanno sostituito la vecchia catenella, accorgimenti che sbriciolano la presunta verità comunicata. Il risparmio qui invece è notevole, anche perché i collaboratori sono pochi e non hanno nessun interesse a gonfiare il cestino della carta straccia o crearsi falsi allarmi che alla fine intaserebbero il water di sola carta . Gli Armadilli fanno poco, consumano poco, si muovono poco, clikkano poco, spendono poco, si gonfiano il minimo e non evacuano mai statistiche.

Il rotolo è solido, è fatto di materiale con contenuti di buona fibra ma se l’effetto atteso non è comunque arrivato, è riavvolgibile, diversamente da molti altri dove non appena tiri un po’ ti rimane a disposizione solo un quadrettino inutilizzabile anche per gli scopi più miseri, ma se ormai l’hai strappato, magari decine di volte, a quel punto tanto vale dargli un senso e usarli quei brandelli inutili, anche quando non strettamente necessario, ma a quel punto pesando sensibilmente sull’ambiente .

gdf


Il vino del giorno : Riesling Grand Cru Wiebelsberg Marc Kreydenweiss 2008



- gdf 2011 -

Vin sec viene precisato in grassetto sulla contro etichetta, ma per i miei gusti questi alsaziani, a parte il Clos St.Hune, non lo sono mai abbastanza. Vignerons en biodynamie si specifica in calce alla griffe del produttore, però non so se ero io già un po’ troppo carico di gin tonic e campari ma un certo stordimento da solforosa me lo ha provocato, specialmente in partenza. Il colore è piuttosto intenso ed il naso è coerente a quanto indicato nella esaustiva contro etichetta che dopo aver dettagliato il tipo di terreno informa che il sentore principale sarà di fiori, fiori bianchi e dolci aggiungerei, e già con un sottofondo speziato e complesso, peculiare di un grand cru, dove anche la componente minerale risalta in discreta misura. In bocca per ora si rivela scomposto, donando da una parte sensazioni di attacco di bella acidità viva e quasi tagliente, ma in chiusura si appiattisce su note dolci, su una lunga persistenza più relativa al ricordo di un uva molto matura piuttosto che sulla freschezza o la trasmissione alle papille della mineralità del terreno.

Si rimane un po’ perplessi per ora, salvo attendere che le componenti si fondano ulteriormente e si arrivi al preventivato bouquet speziato.

Non abbastanza dolce per essere accompagnato ad un foie gras, non abbastanza secco per dei frutti di mare crudi, mi piace come si comporta su dei gamberi o scampi intinti in una delicata maionese, anche leggermente speziata.


gdf


anna calvi




martedì 8 febbraio 2011

L’ala o la coscia ? La riscoperta della cottura allo spiedo

- gdf 2011 -
In anni di Rational, Roner, basse temperature e sotto vuoto trovare ancora un ristorante dove poter ordinare alla carta delle carni cotte allo spiedo è diventata una rarità. E non sto parlando di quelle cose orribili e puzzolenti che affrontiamo in prossimità di centri commerciali o rosticcerie take away , la cui materia prima è proveniente dagli allevamenti più infami e le aromatizzazioni al glutammato ti si impregnano addosso ai vestiti, se poi osi toccargli la pelle con le dita ti lasciano un odore nauseabondo di mangime nelle mani.
Qui si parla invece di animali di fattoria, di alimentazione naturale, di profumi veri, di pelle croccante, di carne morbida e profumata, del suo fondo raccolto in fondo al rotisseur , sgrassato e utilizzato per napparne le carni bianche.

Sembrava una giornata storta ieri a Nizza, quattro stellati chiusi, non so, forse le ferie, forse era giornata particolare di festa, sicuramente era di lunedì. Pure l’amico Olivier de La Part des Anges marcava picche, nel senso che stava traslocando per aprire proprio oggi, martedì 8 febbraio 2011 il suo vero e proprio bistrot ristorante che si chiama Mise au Verre. La soluzione è quindi arrivata grazie ad un altro nuovo locale, nella centralissima Piazza Garibaldi. Bellissimo il rotisseur a muro, nero e acciaio, che fa da biglietto da visita al micro bistrot high tech da 18 coperti. Menù del giorno e piatti classici alla carta, dove il must è rappresentato da le poulet fermier du Perigord. Posso solo immaginare come potrebbe venire questo pollo se fosse anche tartufato sotto pelle e finito, dopo il passaggio allo spiedo, con una salsa Perigourdine. Carta corta , anzi, su ardesia, anche per la piccola scelta dei vini, coerente con il tono semplice ma accurato del locale. Servizio attento e impeccabile fornito dai due bellissimi ragazzi, probabilmente anche compagni nella vita, con somma invidia da parte della folta clientela femminile rapita dai fondo schiena dei ragazzi, dalla loro magrezza e dell’eleganza infinita con cui riescono a muoversi in mezzo ai tavolini che lasciano un minimo spazio al movimento.


Al primo piano l’originalissimo piccolo bagno tutto nero fiocamente illuminato da punti di luce viola puntate sulla locandina con il programma settimanale di un Gay Club. Giù in saletta sfilano altri piatti interessanti e ben eseguiti come la Daube ( spezzatino di manzo stufato ) e il sorprendente salmone marinato e affumicato maison, servito con blinis e mesclun di insalate , dressing al rafano e panna acida. La specializzazione può fare la differenza se stai in una città che può offrire molte possibilità. Il localino è ovviamente pieno, nonostante i prezzi non proprio popolari : 16 euro il piatto di salmone, altrettanto il mezzo pollo ( più di mezzo chilo ) accompagnato da quattro guarnizioni diverse, qui rappresentato da uno sformato di cavolfiori e broccolo romano. La ventina di avventori ( tre quarti sono ragazze uscite per una pausa pranzo ) apprezzano stile, velocità e qualità dei piatti. Quando se ne vanno tutte mi si apre un angolo di visuale sulla grande lavagna che riprende a gessetto tutte le proposte di cucina, l’ultima delle quali recita ; poulet entier du Perigord farci des truffes et foie gras, 58 euro per due persone. Eccolo li ! Dunque resta solo da trovare un alleato e fare un degno bis al G-Square .


G-Square
9, Place Garibaldi
06300 Nice - Cote d'Azur
Tel . +33 (o)489036928




gdf

lunedì 7 febbraio 2011

Targhe e insegne.

Si farà, si farà...


Altissimo Ceto


Les Grandes Tables de Suisse : dal Gran San Bernardo al Sempione (ultimo atto)

- del Guardiano del Faro -

Perché se no a Thoringen come ci arrivavo ? In questo piccolo giro della Svizzera mi sono accorto di aver molto citato la Michelin come Guida per giungere sulle più grandi tavole della Confederazione, anche se agli esordi questa Guida in realtà non c’era, occupandosi prima del ’94 solo delle località limitrofe alle frontiere e integrandole nella guida Italia, Francia, Germania. Oltre a questa possibilità esisteva anche la guida rossa Main City Europe, ma anche questa si fermava a Zurigo, Basilea e Ginevra .

Allora come puoi arrivare da Nik Gygax ante ’94 ? Grazie e solo a Christian Millau, e alla pazienza di attendere il suo mensile o bimestrale che fosse in arrivo in abbonamento postale direttamente a casa. Al Lowen, oggi una forchetta e una stella sulla Michelin, ci potevi arrivare solo se su Gault Millau sparavano un 17/20mi in una nazione dove i 19 e 18 stavano in una mano e mezza. Questo per dire che quando partiva in testa un idea, quando veniva voglia di fare la pazzia di mettersi in macchina alle nove del mattino per tornare a casa all’ora di cena era necessario che il tuo mentore si fosse guadagnato la tua fiducia, e con Gygax il risultato fu assolutamente all’altezza delle attese.

Figuriamoci poi se due che avevi già conosciuto altrove, forse da Rabaey o Ravet si mettevano in proprio e la rossa rossocrociata gli appiccasse addosso un paio di stelle in tempi relativamente corti. Pronti e via, dentro dal Gran San Bernardo e rientro dal Sempione, itinerario consigliato appunto in giornata se stai in alto Piemonte o in zona Lombarda non troppo est oriented. Da Aosta rientrando da Domodossola, o anche il contrario, dipende da dove parti , a che ora hai prenotato, che gomme hai deciso di sacrificare e quanti cavalli hai sotto il culo. Ultima specifica, andarci da solo e spingere sull’acceleratore a discrezione e a musica di livello, di volume ma differenziata tra il prima e il dopo. Donne a casa, queste sono cosa da fare o da soli o in due amici, uno comanda e l’altro subisce, non ci sono alternative. Questo si può fare per andare a pranzo da Didier de Courten, a Sierre: deux etolies bien sure.

Questo anche per dire che Thoringen non centra un cz, perché sta su tra Berna e Basilea , ma va comunque benissimo Orsieres per iniziare la rassegna, anche perché la situazione non era molto diversa, ora si, ma anche no, insomma , bisognerebbe che qualcuno partisse con il piede in fondo dell’acceleratore di un Audi S3, macchina credo ideale allo scopo, e andasse a verificare come stanno realmente le cose. Certo che ad Orsieres, venti curve sotto il tunnel del Gran San Bernardo il coraggio non mancò all’equipe del Les Alpes, perché a fianco della già alta cucina dedicata alla Brasserie, la parte dedicata all’alta cucina di selvaggina rimane una delle espressioni più pure che ho mai colto. Erano in cinque in cucina per 20 coperti con occhialini e pinzette a confezionare piatti bellissimi, purissimi, e ovviamente anche molto buoni, già moderni di concezione per cotture , fantastico il rispetto dei profumi della montagna, in primavera ed in estate, ça va sans dire, sulla neve non cresce niente.











A Martigny non è male il Museo delle Automobili, c’è anche la De Lorean di Ritorno al Futuro e sculture non secondarie, ma per proseguire con una Bugatti ci sarebbe voluta la sfrontatezza di Tamara de Lempicka. Il gusto dolce del viaggio lo potevano invece confezionare i Vallotton, ma oggi non più e quindi tiriamo innanzi . Verso dove ? L’Attrattiva verso il Lemano è forte, i grandi sono laggiù, qualcuno bravo anche prima, a Vouvry o Yvorne per esempio, ma così andiamo fuori itinerario.

C’è il Rodano da risalire. Che fiume il Rodano! Ci pensate a cosa passa in mezzo il Rodano prima di vedere i fenicotteri rosa? Oppure scaricare tutti i cavalli sulla salita dei tornanti di Verbier. No, di Pierroz e del suo Rosalp ne ho già accennato fuori luogo sul post del Lemano, voliamo bassi lungo il Rodano, che però ad ogni bivio invita a salire, a destra e a manca, i signori si sono messi in alto, come direbbero i vecchi, il fiume non è un buon vicino di casa, e qui il concetto è evidente, anche tenuto conto di quale fiume si tratta. C’è Sion da attraversare, la cittadina dello scippo Olimpico torinese: ci rimasero male quella volta e in effetti le condizioni per sopportare la kermesse olimpica non mancavano proprio. Saas Fee, Leukerbad, Montana Crans , per dirne tre trai posti dove se ci vai per sciare dovresti rimanere abbastanza soddisfatto, ma anche se ti vuoi sedere a tavola avresti le medesime soddisfazioni. Una mezza dozzina i locali di livello, forse anche di più, che inviterebbero a rimanere anche per qualche giorno a sguazzare nelle acque tiepide di Leukerbad, o Loèche les Bains preferendo la dizione francese, alternando pranzi e cene defaticanti dalle fatiche termali. E che dire dell’opzione B ? Lasciare giù la macchina e salire in trenino a Zermatt o a Saas Fee ? L’accoglienza e il fascino del breve viaggio farà il resto. Tornando in Italia dal Sempione resta poco, bisognerebbe tirar dritto in direzione Grigioni, regione che però non conosco, salvo la vallata di St Moritz, ma non si può arrivare dappertutto, peccato per Klosters e Ftan, dove in passato i due stelle non mancarono, ma altri ne arriveranno, anzi, un paio di nuovi già ci sono, basterebbe ritrovare l’entusiasmo e qualche entrata economica coerente per giustificare l’ennesima zingarata a cavallo delle Alpi e un bagno nelle calde acque di Leukerbad.




- gdf -


domenica 6 febbraio 2011

L'avrei voluto scrivere io # 2



... " In Spagna, Ferran Adrià ha letteralmente stravolto la cucina spagnola, ma non ha creato una cucina nuova, ha "inventato", di bel nuovo, una cucina chimica, basata strutturalmente e unicamente su nuovi metodi di trattamento della materia, che ha molto sorpreso, ma a causa della sua estraneità alla vera cucina, ha già esaurito il suo compito culturale e rimane solo una vecchia novità."

Gualtiero Marchesi.





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L'avrei voluto scrivere io # 1



4 febbraio 2011
Che belle tette che avevi, Maria Schneider, e adesso anche tu sei fredda. Come l'ultimo dei guardoni sono andato a rivedermi su internet la scena del burro e finalmente ho capito il tuo odio per il film che ti ha reso famosa: avevi ragione, “Ultimo tango a Parigi” è proprio un film di merda. In quegli anni bastava poco a un regista per risultare geniale, bastava fottere una ragazza con sottofondo di jazz e psicanalisi, un po' come oggi si diventa artisti importanti infilando crocifissi nel piscio o impiccando manichini di bambini. Bertolucci aveva un grande occhio ma niente cuore e meno cervello e guardando ora quelli che allora sembravano capolavori ci si vergogna per lui. Ma tu, che hai finito di tormentarti, non testimoniargli contro, non chiedere che venga condannato quando verrà la sua ora: senza quel film ignobile le tue tette simpatiche non avrebbero fatto compagnia a tanti uomini che stamattina ti dedicheranno una preghiera, o un sospiro.

di Camillo Langone da il Foglio Quotidiano

ineccepibile "lettura" di Langone di cotanta tragedia umana che non fa altro che confermare che la teoria di Hamer potrebbe avere un suo fondamento (importanti patologie sono frutto di traumi della psiche). Non ci è mai piaciuto Bertolucci (che ieri si è scusato per aver forzato la mano su quella scena che ha compromesso un equlibrio mentale, ieri però...) ora ci piace ancor meno...Rest in peace Maria, ti ricordiamo molto piu' volentieri in "Professione Reporter" con Jack Nicholson..

Gli Armadilli

sabato 5 febbraio 2011

Leggere e rileggere. Oltre il fornello di Gualtiero Marchesi

- gdf 2011 -

L’avevo letto 25 anni fa, fu uno dei miei fondamenti principali per capire la cucina evoluta che avevo iniziato ad affrontare nei pochi grandi ristoranti italiani degni di questa aggettivazione alla metà degli anni ‘80 e per non fare troppo casino quando a mia volta mi mettevo in gioco in casa con coltelli e padelle, attendendo l'arrivo di pazienti ospiti per un'amichevole esibizione. L'originale è del 1986, mentre questa riedizione aggiornata al 2010 mi è stata regalata per lo scorso Natale, regalo quasi ironico, messo li a sedimentare per qualche settimana e poi ripreso in mano e riletto in un solo fiato durante un pomeriggio di sole che avrebbe invitato ad una passeggiata lungo mare, e invece il fascino del Maestro ha di nuovo colpito anche a distanza di un quarto di secolo, inossidabile

Questa volta la lettura è stata ovviamente meno attenta ai concetti colmi di buon senso e di tecnica applicata che già avevo assorbito e messo in pratica nelle piccole esecuzioni di casa e come memoria mentale utile per valutare come sto mangiando in un determinato ristorante. Questa volta lo volevo valutare criticamente, pacatamente, ma criticamente. Diversamente però da quanti nel periodo successivo alla gloriosa permanenza milanese hanno poi ridimensionato il Maestro Marchesi. Qui il rispetto viaggia in parallelo con il concetto.

Sarebbe interessante valutare invece quanti di questi abbiano frequentato con sufficiente continuità il Gualtiero Marchesi di Bonvesin della Riva per ragionare sulle critiche successive, se siano esse solamente frutto del percorso post-Bonvesin, perché in effetti queste non mancherebbero assolutamente di fondamento . Quello che credo manchi è il detenere una bellezza mentale che consenta a chi sa come sono andate le cose, di fotografare storicamente il lungo magic moment di quel sottoscala periferico della Grand Milan.

Oggi rileggendo questa opera deliziosa , minimale, colta, snobisticamente resa facile ma che nasconde a mio avviso un infinita ironia nei confronti degli improvvisati e degli impreparati da sei meno meno, mi riesce difficile trovare qualche punto di vista diverso rispetto a 25 anni fa, e che si potrebbe ridurre alla voluta e continua citazione del suo grasso principe : il burro, della malcelata avversione all’aglio e all’olio d’oliva, al valore pratico del voler sfilettare quasi per forza ogni pesce, ma per contro è li da leggere il riferimento al semplificare per non andare troppo contro alle possibilità mentali di clienti e cuochi di quel periodo. E poi l’integralismo sul mantenimento dei gusti primari e delle cotture separate, come ricercando armonia o contrasti costruendo un sapore fatto di sapori plurimi identificabili, come su uno spartito di una composizione musicale. Inoltre la discutibile ma da un lato comprensibile presa di posizione nei confronti del vino e dell’alcol in genere , in difesa della sua opera, una cucina pura e colta, da non compromettere mai con “coperture” eccessive o inopportune, da qualsiasi parte esse provengano.

Nel complesso tuttora consigliatissimo questo “leggero” volumetto, perché credo che anche oggi ogni cuoco ne dovrebbe avere una copia in cucina a fianco dell’Artusi, da consultare con spirito autocritico quando gli venisse l’ispirazione per un nuovo piatto creativo , risparmiando così ai clienti inaffrontabili pastrocchi. Ma leggendolo bene, molto utile anche per ogni avventore che prestasse un minimo di attenzione a quello che riceve dentro un piatto, allora, avendo capito, lo potrebbe valutare con miglior cognizione prima di ingoiarlo. Mi auguro che questa generazione non dia per scontata questa lettura, così come il povero correttore di bozze che molto probabilmente non sapeva che fosse esistito un cuoco di nome Alain Chapel se ne ha fatto passare una versione da correttore word che lo appella “Chapelle” . Questa sostanzialmente l’unica grande cappella di questo libro.

- gdf -

In abbinamento, in quanto più volte citato dall'autore nel libro, Béla Bartok :



venerdì 4 febbraio 2011

Les Grandes Tables de Suisse : Basel – Bern - Zurich

- del Guardiano del Faro -

Il quadro qui a fianco si chiama “ L’isola dei Morti “ . Bocklin ne dipinse sei versioni, anzi cinque, perché la sesta si chiama “ L’isola dei vivi “ . Queste opere furono eseguite tra il 1880 e il 1886 e affascinarono personaggi del calibro di Freud, Lenin, Clemanceau, Dalì , D’Annunzio e Hitler, che se ne comprò perfino una versione, nel 1933. Quella qui raffigurata è la prima versione, datata 1880 ed è esposta al Kunstmuseum di Basilea. Forse è proprio per lo stato di profondo disagio emotivo che mi provocò la visione di questo quadro prima di andare a cena da Hans Stucki il motivo per cui il ricordo di quella serata è rimasto sfocato. Città di frontiera Basilea, dunque dove sei, in Germania o in Francia ? Cosa devo parlare? Tedesco o Francese? Ma sei in Svizzera, puoi parlare anche Italiano !

Ma è difficile crederlo in mezzo ai diversi quartieri dove il teutonico e civilizzatissimo centro storico è compresso dall’industria e dal commercio bilingue, tutto stride come le vecchie rotaie dei tram nei confronti delle altre migliaia di recenti rotaie che avvolgono la città in un enorme gomitolo di snodi ferroviari, le autostrade sopra e sotto la città, i ponti sul Reno, la chimica delle industrie farmaceutiche che periodicamente lo contaminano. Disturbante ma sufficiente per comprendere che le condizioni economiche per sostenere una grande tradizione di ospitalità non dovrebbero mancare, ma alla fine delle fini l’unico degno compare degli altri grandi chef svizzeri come Girardet, Rabaey e Conti Rossini fu solo Hans Stucki . Bellissima la villa appena fuori dal centro, eleganti salette e apparecchiatura reale. Finezza ed eleganza anche in tavola, ma dalla mente affiora solo il ricordo di una grandissima mano nel trattare pesci e crostacei, dal taglio alla cottura, alla raffinatezza delle salse. Passata l’epoca Stucki il locale mantiene oggi ancora una delle due stelline, anche qui arrivate prima dell’esistenza della Michelin Svizzera, grazie al servizio frontaliero della Michelin Francia, e se non ricordo male anche di quella Tedesca, che così rese doppia la presenza di Bale, Basel, Basilea o come volete chiamare questa città presente su più guide del periodo. Appena fuori città, molto bello anche il ristorante contenuto nel castello di Binningen, dove ti aspetteresti anche l’uscita in sala del fantasma piuttosto di uno scafatissimo maitre italiano più bravo a infilarti in tasca gli indirizzi dei migliori night club tedeschi d’oltre frontiera piuttosto che stappare decentemente una bottiglia di Champagne. Glaciale invece il minimalismo assoluto e optical in bianco e nero del Teufelhof , con camere senza televisore ma con a disposizione vasta scelta di libri in tedesco, o il calmo classicheggiare de le Quatre Saison nel moderno Europe Hotel, o meglio ancora la magica atmosfera dei salotti del Trois Rois , degna di Simon Templar e di un nugolo di spie d’oltre cortina in transito tra gli aeroporti di Ginevra e Basilea per confondere il controspionaggio americano e francese. Oggi la città mantiene comunque un certo fascino e un interesse gastronomico non secondario, avendo ancora appunto il “nuovo” Stucki monostellato di Tanja Grandits insieme all’inossidabile Quatre Saison e al Bel Etage. A corredare degnamente il panorama e ridare buoni motivi per tornare a Basilea oltre per il Kunstmuseum anche il due stelle di Peter Knogel al Cheval Blanc.

Berna invece, la capitale teorica di questa nazione spezzata in Cantoni così diversi non ha mai avuto un locale di riferimento internazionale, accontentandosi di proporre una fascia media alla classe politica che frequenta alberghi e ristoranti con la testa altrove. Oggi va però molto meglio se è vero che sono ben tre i monostellati in città e altrettanti quelli non troppo lontano dalla capitale. Ne provai alcuni con risultati sorprendenti, sia di cucina che di collocazione , perché non è raro in Svizzera interna entrare in locali dimessi che hanno tutto l’aspetto di un dopolavoro ferroviario dove gli anziani giocano a carte, fumano il sigaro spento e bevono un Chasselas versato dalla bottiglia con tappo a vite, salvo poi scoprire nel retro una elegante porta in vetro che nasconde una nicchia con cinque o sei tavoli dove magicamente arriveranno in tavola meraviglie sorprendenti tra cristalli preziosi e ceramiche di Wedgwood. Verso il confine francese, a sud ovest di Basilea, in direzione delle manifatture delle sveglie da polso ecco un altro punto fondamentale della storia dell’alta ristorazione svizzera, nel Jura e non lontano da Neuchatel ( Le Noirmont) dove l’orologio di Georges Wenger continua fare le due, due stelle piene.

Dalla capitale dell’industria e commercio, a quella amministrativa e politica, fino ad una delle piazze finanziarie più importanti del mondo, e conseguente presenza dei portafogli più spessi del pianeta. Tavole stellate come se piovesse ( sono tre attualmente i bistellati ) ma mai un tre stelle ed un solo personaggio veramente sopra media , da decenni, Horst Peterman . Neanche proprio in città ma nella calma lacuale di Kusnacht, così poco nota al punto che nella mitica edizione Michelin Svizzera 1994 fu collocato nella mappa riepilogativa sul lago sbagliato, un curioso caso di omonimia di località, ma quella giusta è appena fuori Zurigo, in una piccola piazzetta a due passi dalla rive del lago.

Qualche altro personaggio fuori dagli schemi che mi piace ricordare da quelle parti , dove è la cultura tedesca a dominare il ritmo della giornata e dove si potrebbe anche andare a cena alle 18,30 sul tiepido Lago di Costanza ; questo personaggio potrebbe essere, anzi, è sicuramente Andrè Jaeger, che a Sciaffusa ha sempre prodotto una delle migliori cucine d’Europa con gli occhi a mandorla, una delle rappresentazioni più sfrontatamente asiatiche ( per motivi di cuore ) quelle viste nel suo Rheinhotel Fischerzunft.

E infine, idealmente rientrando da questo tour oltre Gottardo, ma passando di ritorno dal San Bernardino non si può dimenticare Felix Real nel suo elegante Relais Gourmand nel centro della capitale del Liechtenstein, in mezzo ad alveari di cassette di sicurezze e rivendite di diamanti in confezione retail. Al primo piano, infatti Real … Au Premier, perché al piano basso c’era un improbabile bar anche abbastanza sgangherato che ancora una volta nascondeva una scaletta che saliva nel sontuoso salone con moquette rossa alta quattro dita, luci soffuse a lampada da tavolo e cucina classica che ti lasciava il gusto del fondo bruno in bocca fino al giorno dopo, risvegliandosi placidamente nelle piccole camere del Real… au deuxieme.


Le Real Au Premier, Vaduz. Liechtenstein

Horst Peterman, Kusnacht ( Zurigo )

Andrè Jaeger, Sciaffusa.

Bruderholz Stucki, Basilea.

- gdf -

giovedì 3 febbraio 2011

Il vino del giorno : Testalonga 1973 . Della longevità del Rossese.

- gdf 2011 -

E’ molto dibattuto questo argomento sul web ultimamente. Sinceramente la questione mi appassiona poco e non perché non valga la pena di parlarne, ma perché ormai non mi stupisco più del risultato di uno stappo di vecchio Rossese di Antonio Perrino, di Guglielmi o del fu Croesi.

Otto volte su dieci il risultato è più o meno il solito: stappo perfetto con uno schiocco secco e convincente, colore rubino scarico con un unghietta appena mattonata, naso evoluto di more selvatiche e tartufo nero, qualche traccia di humus sul fondo . Dieci minuti sono più che sufficienti perchè la reliquia si riprenda dal lungo sonno e si manifesti in tutta la sua grazia donandoci sensazioni di pienezza di sapore pressoché integro e lasciandoci in bocca una scia di frutti rossi più o meno confit guarniti da golosa gourmandise. Si, sembra si stia bevendo un vecchio Chambolle Musigny, ma è perché quelli sono i miei riferimenti e qui ritrovo sempre parecchi parallelismi con i pinot noir nordici di Borgogna. Ancora una volta siamo andati indietro parecchio, diversamente dalle performance anni 60 di Guglielmi, questa volta ho voluto ritornare sul contraddittorio 2003, che a due anni dall’imbottigliamento si preannunciava grandioso, invece aveva ragione Guglielmi, perché oggi il suo 2003 è arrivato mentre è il 2004 ad avere ancore tante cose da raccontare. Molto gentile il 2003, piacevole, ma la scarsa acidità l’ha piuttosto appiattito su una dolcezza che ne limita un po’ la corsa verso il futuro. Viceversa il gran colpo stavolta è arrivato dalla cantina Testalonga di Antonio Perrino, perché è stato addirittura un 1973, dopo il ‘78 della scorsa visita a far saltare il banco. Bottiglia notevole bevuta in meno di un ora, anche perché in questi casi non bisogna fidarsi troppo a lasciare andare l’aerazione per un periodo prolungato. Il vino potrebbe andarsene nel vento tra un fruscio di seta lasciandoti il bicchiere pieno di liquido ma in realtà svuotatosi di tutto il meglio. E basta con il vorticoso agitare il bicchiere, non serve, è già tutto a disposizione senza far ginnastica ai polsi. L’unica cosa che continua a stupirmi non è la piacevole esuberanza da giovane e la grande e nobile evoluzione progressiva lungo i decenni di permanenza in bottiglia. Quello che mi stupisce è il prezzo ridicolo che continua ad avere sul mercato. Un vino di questo livello, dove ormai sono parecchi i produttori che si sono liberati dello stereotipo del vinello puzzolente degli anni ’90, dovrebbe poter spuntare un prezzo superiore ai 10 euro e non collocarsi in quella fascia 7/9 euro che ne fa uno dei migliori rapporti qualità prezzo sui vini autoctoni italiani ma che non ricompensa adeguatamente i produttori.




Antonio Perrino, cantina Testalonga. Dolceacqua

Enzo Guglielmi, Soldano. Con Franco Solari.

mercoledì 2 febbraio 2011

I freak che salvarono Hollywood

Tre persone di nazionalita’ diversa che non si conoscono, sedute sul bus una di fronte l’altra.


Ognuna parla al cellulare, tre lingue diverse che si sovrappongono, a volume sempre piu’ forte in maniera sempre piu’ concitata. Io osservo divertito, sembra di stare in un film, manca solo la macchina da presa. Robert Altman in MASH fu il primo a usare questa tecnica del "parlarsi di sopra" al cinema.
Era un bel periodo per il cinema americano, molte idee nuove, molti giovani registi di talento, insomma gran fermento. Ieri sera ho sentito alla radio, ebbene si’ sono l’ultimo dei mohicani piu’ antidiluviano della simca, qualcuno parlare di Hal Ashby. Finalmente .
Probabilmente ha avuto la sfiga di morire nel momento sbagliato, quando la sua carriera era decisamente in calo, le pile si erano scaricate e tra droghe e incomprensioni con i produttori tritafilm di turno, uscirono film scialbi e di scarso successo. Ho sempre avuto un debole per i suoi film. Facili da vedere ma molto densi spaziando tra vari temi e senza rimanere incanalato in un genere particolare. Forse anche per questo i critici non se lo filano piu’. Quello che rimane piu' impresso e' un grande senso di liberta', uno sberleffo all'Amerika perbenista.



Mi piace citare tre dei suoi film tanto per rendersi conto della sua grandezza:

HAROLD e MAUDE.Lui giovane ricchissimo afflitto da madre borghese ingombrante si diletta a mettere in scena finti suicidi spassosissimi, incontra una ottantenne frequentatrice come lui di funerali, che gli insegna il gusto della liberta’ e del godersi la vita. Uno spasso perfino le canzoni scritte appositamente da Cat Stevens per il film, dopo che l’ascolto di "Father and son" mi fece pensare piu’ volte al patricidio nell’impossibilita’ di raggiungere l’autore passato all’Islam per redimere i suoi peccati.




L’ULTIMA CORVEE.Due sottoufficiali della marina scortano viaggiando per mezza America
Un marinaio condannato a otto anni per un furto da pochi dollari. Un grande Nicholson giganteggia nel ruolo del sergente Somalski. Ma quanto erano belli i suoi vecchi film, dalle collaborazioni con Rafelson (5 pezzi facili, Il re dei giardini di Marvin) ai pluripremiati "Qualcuno volo' sul nido del cuculo "e "Chinatown", prima che Shining facesse il danno irreparabile e da li’ in avanti insistette ad alzare mefistofelicamente le sopracciglia ghignando


OLTRE IL GIARDINO.Chance il giardiniere se lo ricordano tutti. L’ultimo grande Sellers .


Ronald Stiegler: Signor Giardiniere, col mio editore ci chiedevamo se a lei interesserebbe scrivere un libro per noi. Qualcosa sulla sua filosofia politica. Che ne direbbe?


Chance: Io non so scrivere.

Stiegler: Ah, meno male! Oggi sono tutti scrittori! Da noi si rischia di restare sepolti dai manoscritti. Eh... Ecco, noi le anticiperemmo una cifra con cinque zeri, e avrebbe la collaborazione di un grosso scrittore ombra, lettori professionali...

Chance
: Neanche leggere.

Stiegler
: Ma naturalmente! E chi ce l'ha più il tempo di leggere? Sì... si sbircia una rivista, si guarda la televisione...

Chance
: Hm, hm. Ecco, a me piace guardare la televisione.

Stiegler
: Ah, non ne dubito. Nessuno legge.



by Hazel

Les Grandes Tables de Suisse : il Ticino

- del Guardiano del Faro-

Questo curioso video anticipa l’epilogo biografico storico:

“Domenica 21 marzo 1993 muore a Porto Valtraglia, sulla sponda lombarda del Verbano, Angelo Conti-Rossini, forse il più celebre cuoco che il Ticino abbia mai avuto. Cavaliere al merito della Repubblica francese, “Chiave d'oro” Gault Millau, “Due stelle” Michelin... e un cuore anarchico. Nato il 31 luglio 1923, il padre panettiere e oste, la madre cuoca, segue il tirocinio del mestiere a Zurigo. Successivamente rileva dai suoi il ristorante Giardino a Brissago , trasformandolo in vero e proprio tempio delle arti culinarie gestito in proprio fino a pochi anni dalla morte, quando decide di tornare alla semplicità di un tempo cambiando il menù e il nome del locale che diventa l'Osteria Agorà. “

Voilà, quindi, con tutte le dovute proporzioni, Angelo Conti Rossini può essere considerato il Girardet ticinese. Come dice l’accenno biografico, due stelle a Brissago ed Ascona, anche se non esisteva la Michelin Svizzera in quegli anni ed era quindi la Michelin Italiana che varcava la frontiera per onorare lui e qualche altro personaggio che caratterizzò lo spicchio più italiano della Svizzera gastronomica. Fu anche un grande maestro Angelo Conti Rossini, e trasformò la sua casa-ristorante in Brissago anche in scuola di cucina. Lui non raggiunse mai la terza stella ma era evidentemente molto bravo ad insegnare, una delle sue più diligenti allieve arrivò infatti al massimo riconoscimento , però nel 1997, e quindi Angelo non seppe mai del successo di Luisa Valazza . Ironico e professionale, lo conobbi negli ultimi anni del Giardino ( quello di Ascona ) , dove intratteneva il pubblico in sala insieme alla precisissima sorella che pleonasticamente spiegava ogni ingrediente presente nel piatto :… allora, in questa terrina la parte esterna, quella verde, è bietola. La parte più rosa è salmone mentre l’interno nero lucido è caviale…” e lui subentrava nella noiosissima descrizione aggiungendo…” e non ci crederà ma quei piccoli cubetti rossi rappresentano un pomodoro…” poi allontanandosi ridacchiando alle spalle della sorella che però non si sorprendeva più dell’anarchia mentale del grande cuoco. Altre due stelle da quelle parti arrivarono (prima di tornare quest’anno proprio al Giardino di Ascona) solo a Locarno , al Centenario di Perriard, delizioso locale lungo lago, ma dall’altra parte, non proprio pieds dans l’eau, defilato ed elegantemente collocato in un edificio bianco seminascosto dal viale alberato di Muralto.

Il dolce clima del Canton Ticino ha affascinato e attratto da sempre i turisti del Nord Europa, in particolare la ricca clientela tedesca, che ha sempre privilegiato le rive del Lago Maggiore, più ancora delle sponde di quello di Lugano. Già discendendo dal Gottardo o dal San Bernardino ci si trova a sud delle Alpi e la ristorazione di qualità ci teneva a far notare che anche il tavola il clima era già cambiato, come dire, potete anche fermarvi qui invece di scendere in Italia.

A metà degli anni ’80 in locali di buonissima qualità come il Santabbondio di Sorengo , (comune forse più noto per aver dato i natali a Michelle Huntziker ) si usava dar il benvenuto a tavola con un tris di pomodorini, ampolla d’olio e rametto di timo. Il tutto sostituì gradatamente il bel trancio di burro che timidamente lasciò il posto al biglietto da visita che sapeva di Mediterraneo a partire dalla periferia di Lugano. Altri segnali latini arrivavano dal Motto del Gallo di Taverne, dove De la Iglesia from Spain meridionalizzava una cucina borghese con forti connotazioni iberiche all’interno di quelle vecchie mura affascinanti, tra nicchie e anfratti, tendoni e ricca apparecchiatura fatta di argenti massicci e ceramiche d’autore. Bellissima anche la cantina, dove i validissimi Merlot ticinesi se la giocavano con i cru bordolesi, anche se la grande specializzazione della casa era l’eccezionale scelta di Borgogna . Ancora latinissima la tavola del centro di Lugano, perché Roberto Galizzi arrivava dal sud della penisola per dare un senso largamente mediterraneo alla cucina del Ristorante il Portone. Tutti locali inseriti a loro tempo nel catalogo de Le Soste , a risaltarne i contenuti italici anche all’estero. Italiano anche lo scomparso Rocco Montereale, grandissimo collezionista di vini bordolesi e toscani nel suo Conca Bella di Vacallo. Rocco ogni anno sguinzagliava i suoi ragazzi di cucina nel fuori orario a rastrellare ogni bottiglia di Solaia, Sassicaia e Masseto nelle enoteche della province di Como e Varese, realizzando così collezioni verticali e piramidali mai viste neanche in Italia. Quest’anno è anche tornata a brillare la stella in quel di Vacallo, grazie alla signora che ha deciso di non mollare dopo la perdita in famiglia, anche se ora la cantina non è più travolgente come negli anni 80-90 ma a qualche cosa bisognava rinunciare per tirare avanti. Un altro personaggio contraddittorio di questo panorama era Pierre de Lusi, stellato in almeno un paio di località, una alla periferia di Locarno e l’altra sulle alture di Chiasso.

Oggi il panorama è un po’ meno brillante rispetto agli anni d’oro, ma sono comunque ancora sei i locali stellati nel piccolo Ticino, di cui solo due hanno tenuto la continuità da quella storica edizione Michelin Svizzera 1994, il Giardino di Ascona ( ma con diversi cambi di chef ) e il Santabbondio di Sorengo, dove invece Martin Dalsass ha mantenuto una solida continuità di qualità in tutti questi anni, ritagliandosi questo intelligente ruolo di Porta d’Italia a sud delle Alpi .




Lorena e Martin Dalsass



Rocco Montereale.

L'insegna del Motto del Gallo.



Angelo Conti Rossini







gdf