alla ricerca delle emozioni lungo le strade asfaltate e non: del vino, del cibo e della musica
martedì 17 dicembre 2013
Genova | Il "cibo di strada"
sabato 10 dicembre 2011
La Tribù degli Spunciaporchi


L’ ultima sfida alle leggi della dietetica e della sopportazione umana è stata lanciata la settimana scorsa con gran pompa magna : rullare di tamburi e squillo di cornamuse ( le trombe sono solo un bel ricordo) viene indetta tra i boschi e le valli la grande sfida dei mangiatori di teste di porco . Non sono certo una tribù cannibale ma è sempre meglio tenerli a distanza. Detto fatto si parte , l’ unico disposto ad ospitare questa banda di scalmanati è il parroco. Nella sala parrocchiale, forse sperando di portarsi avanti con i peccati da scontare in vista di una qualche indulgenza plenaria. Colonna sonora “ The Spunciaporchi “ con Andrea alla fisa , Roby ai pifferi vari, Keath alla cornamusa e Giacomo alla batteria con le ruote; in cucina Dante con le sue manine preziose . Primo dubbio: i concorrenti faranno mica la fame ? e allora via con un po’ di antipasti a base di salumi del porco. Senza primo poi non si può andare e allora giù con la pasta e fagioli e piatto forte appunto le teste di porco bollite con un po’ di verdure di contorno che fanno tanto bene. Gli sfidanti erano 4 ed ad ognuno la sua testa regolamentare. Primo premio cosa poteva essere se non un maialino vivo da accudire amorevolmente ? Il maialino che sarà pure un porco ma scemo non è, appena introdotto nel locale ha capito come era l’ antifona e se l’è data a zampe levate subito , fortuna che queste sono corte ma l’ inseguimento è stato davvero divertente e in caso ce ne fosse stato bisogno è servito a far venire un po’ di appetito agli sfidanti . Quello che è successo nella sala lo potete pure immaginare , fisarmoniche e cornamusa a manetta , tifo da stadio , giudici indaffaratissimi e vino a fiumi . Ad uno ad uno tutti i concorrenti crollavano, fino a che solo uno è rimasto, con flemmatica perseveranza, come nei film : Andrea con 1,9 Kg di testa di porco divorati oltre a un paio di fiammanghille di salumi , tre grilletti di pasta e fagioli, e poi ha inoltrato una protesta scritta perché non gli hanno dato il dolce .Naturalmente la serata è andata avanti fino all’ alba , prima in locali di amici poi in cantine private poi ad accompagnarsi a casa uno con l’ altro,” sei troppo ubriaco non ti posso lasciare da solo “ , ora che sono arrivato posso mica lasciarti da solo , vieni che ti accompagno io però prima passiamo da Gino che mi raccontava che aveva del salame di cinghiale , ma sono le 5 ! Vabbè se non è ancora arrivato lo aspettiamo dalla porta . Con l’ arrivo dell’ alba il buon Dio o chi per Lui riuscì ad addormentare questo sciame di lègere e a chiudere in pace questo capitolo. Come vedete non solo nella capitale nascono i fiori della festa , qualche festicciola senza pretese la abbiamo pure noi qui in paese . mercoledì 7 dicembre 2011
La raviolata
- del Sancio -
I ravioli , quale piatto meglio che questo racconta della cucina Ligure e della sua storia . Naturalmente ne esistono centinaia di ricette ognuna delle quali si auto attribuisce il titolo di “ originale “ titolo che a mio parere non può essere attribuito altro che alla pari tra tutte queste in quanto ognuna di esse si è sviluppata autonomamente secondo le esigenze e le possibilità del momento. Di ravioli ne esistevano due grandi famiglie quelli da ricchi con il ripieno di carni assortite e quelli da poveri, con il ripieno di verdura e il sugo lungoooooo , ma siccome non era bello dirlo in pubblico si adottavano i nomi più strani . Di carne erano quelli che si facevano per Natale , Pasqua e poche altre feste comandate e di magro , dato che allora i poveri erano anche magri , quelli di tutti i giorni , si fa per dire !! A casa mia le grandi manovre per fare i ravioli cominciavano il giorno prima, bisognava comprare le materie prime , la carne per il sugo, muscolo o scamone e quella per il ripieno, vitella con qualche pezzetto di maiale che non ci andrebbe ma costando meno, almeno quando la vitella era tale , vi entrava di nascosto e poi laccetti e cervella prima dell’ era della mucca pazza , arrivavano poi le verdure per il ripieno e per il sugo , quasi tutte venivano dal nostro orto. Carote, sedano, rosmarino , alloro , l’onnipresente persa , i preziosissimi pinoli accuratamente nascosti per evitare saccheggi e il prebugiun , misto di erbe di campo con la particolarità che ogni persona aveva le sue preferenze e le sue certezze, questa no perché è dura , questa è amara, questa fa passare la notte sul vaso , nu l’è vea vuiatri sei furesti questa a lè bunna l’emmu sempre piggiaa, nu capii in belin a proscima notte apassemmu a zugaa a trei sette in sciù cessu …. Noi bambini per non sbagliare le prendevamo tutte e lasciavamo i grandi a litigarsi mentre cercavamo astutamente i pinoli . Alla sera si faceva passare in padella con l ‘olio la carne per il sugo, le carote il sedano i pinoli , si bollivano le verdure per il ripieno, si preparava il pan cotto fatto con biscoti de pan, specie di gallette dure ma friabili appena passati con acqua calda e aglio in modo da ammollarsi e i pinoli passati al burro in padella con la vitella e i gusti del caso . Il tutto, carne , pinoli , verdura e pane veniva passato poi al tritacarne naturalmente a manovella in modo da renderlo omogeneo e quindi si univano alle uova sbattute da noi ragazzini un poco da tutte le parti , al parmigiano gratuggiato e l’immancabile maggiorana . Naturalmente questo ripieno bisognava assaggiarlo per il sale, il formaggio e allora giù ditate , rimbrotti , pareri falsamente discordanti ancun in pitin de saa , damme u furmaggiu da grattaa , levite de in ti pee che ti nee za grattou abbastansa. Veniva pure preparata la pasta per la sfoglia , messa la farina a montagnetta si univano le uova , con parsimonia non come quegli spendaccioni di Emiliani , tre per chilo di farina massimo, il sale e se serviva un po’ d’acqua e vino bianco. A questo punto ai più forzuti era dato l’incarico delle prime manipolazioni passando poi la mano ai più piccoli quando il tutto diventava più morbido. Lasciato riposare tutto questo ambaradan e ripulita la cucina e i cucinieri , si aspettava la mattina della domenica . Per chi ci riusciva la sveglia era bello presto , bisognava mettere sù il sugo con la carne e la verdure , il pomodoro concentrato preparato l’estate prima il rosmarino e l’alloro. Una parte di carne poteva essere lasciata intera e serviva poi come secondo ,allungato il tutto con un po’ d’acqua o brodo se dopo ci toccava anche la gallina ripiena , si portava tutto a bollore , il punto ideale era quando faceva blop ………blop ……blop ma attenti non troppo alla svelta , tre o quattro ore circa. E ora veniva il momento centrale del rituale , la crosta . Si tirava fuori la macchinetta per la sfoglia , una Imperia a manovella testimone lei sì di tante croste , e dopo aver smoccolato per fissarla al tavolo iniziava l’operazione .
Lasciatemi adesso fare un attimo di reclame a questa azienda , benemerita per aver tolto tanta fatica , alle mattarellatrici, disprezzata dagli intellettuali del cibo , ma si sà sono appunto intellettuali perché non fanno un belino oltre che al dare giudizi , ma osannata da tante massaie. Io un piccolo Arco di Trionfo a manovella lo farei , anche piccolo piccolo su una ciassetta anche ascusa , de quelle duvve sé mangian i panetti in sce banchette cun i picciun cun scrittu “ A eterna memoria “ mi ou faiesce. Spezzata dunque la pasta a pezzetti si passava tra i rulli , prima distanti poi sempre più vicini , subito cercavamo di accelerare i tempi saltando qualche buco cercando di non farsene accorgere dall’artista cuoca , mia madre , noi piccoli manovellatori ma il trucco non funzionava mai e allora riparti dal primo buco , ci vuole il suo tempo come in tutte le cose. Arrivati agli ultimi buchi entrava in gioco l’artista , mica era facile tirare una sfoglia quasi trasparente , gira lentamente , appoggia la sfoglia che esce sugli avambracci , non con le dita che bucano e poi sul papee mattu infarinato.
Arrivava poi lo spalmatore , compito di responsabilità da cui dipendeva l’esito del tutto , difatti mettendo troppo ripieno quando li cuoci scoppiano e mangi una minestrina , se ne metti poco sembrano vuoti come se volessi risparmiare e non è bello, poi la seconda sfoglia a coprire la prima , tagliate le parti eccedenti si facevano combaciare i lati esterni , in modo che il ripieno non uscisse ,con una leggera pressione delle dita e poi il taglio . Su questo esistono varie scuole di pensiero , chi usa un cannello sagomato a quadretti e poi taglia con la rotella, chi usa una riga per segnare e poi taglia , chi più tecnologicamente usa una specie di pantografo con tante rotelle che i futuri archeologi potranno trovare durante gli scavi davanti alla finestra della mia cucina dopo un volo definitivo , oppure come facevamo noi direttamente con una energica pressione della rotella a formare i tanto agognati quadretti , meno bordo più raviolo. Lasciati asciugare un poco erano pronti per la cottura , l’acqua bella bollente , una ramina per tirarli su , il grilletto con dentro il sugo fumante , le formaggiere piene di parmigiano gratuggiato fresco , fresco sicuramente perchè non arrivava mai a diventare vecchio , e via mescolare , mettere il formaggio direttamente nel grilletto perché se nò agli ultimi non arrivava , prima ai bambini , no ti nu , t’èe vusciu e braghe lunghe e oua fanni u grande , a lee ti n’èe dou de ciù , nu l’è vea mia chi , cuntemuli , bravu belinun ti te nèe za fou tre bucchèe fino a che lo sbraitare dei grandi metteva a tacere questa indegna gazzarra .Come avrete capito i Ravioli non sono quindi un semplice piatto di pasta ma per noi genovesi sono la prima pagina di un libro di ricordi che stà andando perduto . Queste poche righe le vorrei poi dedicare a chi mi dice che cuciniamo sempre le stesse cose , che non abbiamo il coraggio di metterci in discussione , io mi immagino davanti a un bel piatto fumante di ravioli , tu a un filetto di Triglia adagiato su un letto di rucola del Sudafrica e verdurine tagliate da Julienne , fate voi chi stà meglio!
- Sancio Panza -
sabato 26 novembre 2011
E le trippe?
- del Sancio -…..E le trippe ? dove le lasciamo le trippe ? Piatto dei più poveri , praticamente sacrificato all’altare delle diete e del filetto bello magro, difficili da trovare visto che quelle che si trovano generalmente in commercio sono quelle modello “ fighetto “ fatte diventare belle bianche dagli ultimi ritrovati della scienza e della tecnica per non rovinare il senso estetico del piatto e togliere quella orrenda puzza . Giustissimo ma perché allora non vi mangiate un bel filettino all’ ormone verde ? invece di rompere los pelotas a quelli che cercano le trippe come devono essere ?dove trovarle dunque ? semplice basta andare da u trippàa , lui sì aveva le trippe come si deve , le cuoceva di persona e sceglieva le parti migliori , non solo le classiche . Purtroppo questi negozi non esistono quasi più , come si fa a pagare l’ affitto e tutti i lacci e laccetti vari solo con le trippe ?Se avete però la fortuna di avere il dono della fantasia provate a chiudere un attimo gli occhi e andiamo a cercare u trippàa . Torniamo indietro di qualche decina di anni potremmo trovarci sotto i portici di Sottoripa , per i non genovesi l’ angiporto .
Lì troviamo un campionario di varia umanità che altrove è difficile trovare ,vedete ci sono le “ bocca di rosa “ di turno , vendono una mezzora d’amore per pochi soldi , le più navigate arrotondano le ormai scarse entrate vendendo sul portone su di una cassetta pronta a sparire al primo allarme “ Sigarette , accendini , Malboro , Lucchi striche , Polmoll , preservativi “guardando con invidia le colleghe più giovani salir le scale . Sotto i portici ci passa il mondo , marittimi di ogni nazionalità e colore , bianchi , neri , a mezza botta , hanno divise di tutti i colori ma chissà come mai bocca rosa riesce sempre a riconoscerli in lontananza , saranno gli occhi allupati dopo mesi di astinenza solitaria o le bave che scendono dalle bocche davanti a tutto quel ben di dio , se poi i soldi sono pochi un pò di lavoro arriva anche per la venditrice di tabacco , ma dimenticavo u trippàa , annusa l’aria e tra l’odore di spezie , di fritto e di sudore senti la traccia della trippa bollita , seguiamola , viene da quella bottega là in fondo , la porta a vetri avrebbe bisogno di una sistemata e la maniglia non prende bene ma semmu sempre in tè speise ,apriamo e veniamo avvolti dall’odore di trippa bollita ,in fondo vedi c’è il banco di marmo con la bilancia modello Cecco Beppe che guarda caso sbaglia sempre in più ,la pila di papèe mattu e dietro U Trippàa con la giacchetta bianca con le medaglie di tanti anni di lavoro e il coltello sempre a portata di mano , dietro lui ci sono i ganci con appese tutte le parti migliori .
Quella gente seduta da una parte che mangia nella scodella , vedi , sono i propronipoti degli antichi sbirri e mangiano il brodo di trippa con dentro una galletta e poco formaggio , riempie e scalda la pancia con poche palanche ed è anche buona . L’odore incomincia a essere gradevole e tra le nuvolette si fanno avanti le storie di antichi vapori , traversate atlantiche , mostri tra i ghiacci del Baltico , miracoli nelle tempeste , una vera ONU della sfiga . Come faranno a capirsi è un mistero è la zuppa che fa da collante. Non esistono comandanti o mozzi qua dentro tutti hanno pari dignità inschiallà , tovarisch , mai frend , bruttu ase , và tutto bene per scaldarsi. Purtroppo son solo ricordi di un mondo che abbiamo messo da parte troppo alla svelta ma nelle serate solitarie è bello sognare del Trippàa e del suo mondo perduto.
-Sancio Panza-
venerdì 18 novembre 2011
Douce France | Una lepre come farmaco salva vita




























lunedì 10 ottobre 2011
Guidando nella notte

Ieri sera guidando nella notte da solo ho avuto una grande pensata , perché non proviamo ad abbinare ad un vino invece che un piatto un pezzo musicale ? Gli unici due neutroni rimasti si sono messi in moto, e senza prendere il tunnel del Gran Sasso, ecco il risultato . Il pezzo musicale è Riders on the Storm dei Doors mentre il vino che ho pensato è: Gevrey-Chambertin 1° Cru Bel Air 2005 Philippe Pacalet.
Istruzioni per l’ uso mandare il video e stappare la bottiglia e estraniarsi.
Piloti nella tempesta , il vino è soave , avvolgente pieno ed appagante , si sente una tempesta sullo sfondo sono i tannini ancora dirompenti ma tenuti a bada dalla rotondità del vino . Piloti nella notte , col secondo bicchiere il ritmo aumenta si sente l’acqua scrosciare e il vino scende tranquillo ma la tempesta dei tannini rimane in bocca , si vede la statale che attraversa la Borgogna, la tempesta è sempre più piacevole , in bocca sembra di correre a piedi scalzi su di un prato con mirtilli , more, lamponi: ma il terreno è umido ed è piacevole correre . Altre immagini ci raggiungono , il tuo sorriso , il vento nei tuoi capelli , corriamo nella tempesta , il vino è suadente , avvolgente la tempesta si è trasformata in festa i lampi e i tuoni la colonna sonora , le impronte dei passi il ritmo della corsa , la bocca l’ atmosfera dove tutti questi sogni si sono dati appuntamento . Guidiamo nella tempesta , cerchiamo la strada di casa , ma attenti ci sono dei killer per strada cercano di farci deragliare , di portarci nella loro casa . Cerchiamo la nostra casa , quella che si trova sempre oltre la siepe , oltre la tempesta e speriamo di trovarla il più tardi possibile . Il senso della vita è la ricerca , il senso di questo vino è la ricerca della pienezza senza la banalità , del piacere del viaggio attraverso le varie sensazioni fruttate segnando l’autorevolezza dell’ interpretazione .
Così la vedo io, se vi pare, passeggeri nella tempesta .
Sancio Panza
giovedì 5 maggio 2011
Il diritto di mugugno

- di Sancio Panza -
Ovvero
E ma o’ belandi …
Ovvero
Vabbè che è finita la torta di riso ma rovinarsi il magazzino del cacao da soli ……!!!!!
Metti il caso che un pomeriggio una coppia di amici avendo un paio di orette libere tra due impegnative sedute di lavoro decidano di andare in pellegrinaggio al vigneto più famoso della liguria , decantato pure da il più autrorevole dei Bauscia , il sempre presente Gino , come la Romanèe Conti italiana . Metti che la strada era conosciuta , almeno in teoria , non conosciuta era la potenza della Natura di fagocitare quello che noi piccoli uomini decidiamo di dimenticarci . Metti che qualche vapore alcolico era presente a bordo , metti che la discussione sul numero di reggiseno di una bucolica dog-sitter ci abbia tenuti occupati per parecchio tempo , metti che i Led Zeppelin picchiavano a tutto volume e i Creedence attendevano il loro turno , ma un cartellino oltre quello iniziale potevano pure metterlo , potevano segnalare o meglio , recuperare i vecchi vigneti , ma noi Liguri siamo fatti così , abbiamo scelto il diritto di mugugno e lo usiamo senza limiti .Chi si credono di essere questi “ foresti “ che vengono a “ rumpii u belin in casa noscia “e pretende de cumandaa in sciu nostru ballou “Se poi una “ brancata “ di braccia tolte all’ agricoltura decidevano di tornare alle origini in vista della pensione , miracolosamente un terreno incolto dove manco li cani pur se accompagnati da una quarta abbondante osavano andare , si trasforma in un terreno edificabile sulla piazzetta di Portofino .Così è se vi pare …. E se non vi pare fa lo stesso , almeno fino a quando la torta di riso finirà veramente .










