sabato 20 dicembre 2014

Dischi & Ricordi



Duca 50 & Marco 50

…ma, caro Duca, la nota casa discografica milanese che ha prodotto artisti fuori calibro non c’entra, stamattina nella mia macchina inserendo la retro si è insinuata altra musica  che mi riporta indietro, non mi resta che condividere…
Dovrò riportarti agli anni ottanta e, nolente, immagina di riascoltare con me Last Christmas e di rivedere gli Wham! e il loro storico videoclip girato sulla neve,
Andrew&George donarono l’intero ricavato delle vendite per fronteggiare la carestia in Etiopia ma non solo per questo meritano rispetto, in quel periodo cavalcavo gli ottanta e qualcos’altro , neve&Wham! sfondo&musica dei miei week end…
Wake me up, DJ
Nella nostra casa con fiocchi a vista, la sera dopo le discese sulle piste preparavamo la pasta con ogni formaggio reperibile in dispensa e stappavamo quel che capitava
Wake me up, DJ
Oggi che cavalco i cinquanta già da un po’ sceglierò una buona pasta di grano duro che tenga bene la cottura e del gorgonzola novarese al quale farò sentire il calore del fuoco, poi, fuori fuoco, o comunque un attimo prima, una bella spadellata con sedano fresco e una macinata di pepe nero.
Wake me up, DJ e per favore consigliami una bella boccia delle tue in abbinamento e, soprattutto, una musica di sottofondo diversa, ora ti saluto ho gli occhi rossi, sarà la tormenta…o il tormento?

Marco 50


  …ma, caro Marco 50%50,è onore immeritato, pesante fardello e grave responsabilità dover proseguire e concludere questo 50%.
Starò attento che alcun lettore, alla fine, o da subito, invochi l’adagio “Asinusasinumfricat”.
Tuttavia non mi sottraggo.
Nevergive up

Hai fortuna se inserisci la retro e ti fermi solamente agli ’80.
Quando pianto la retro li baipasso, perché il riferimento è là, è prima, assai prima,ma tant’è.
E non è questione di anagrafe.
Nevergive up.

Andrew è sempre stato il tallone d’Achille, l’anello debole sul ring, in tutto e per tutto, finché George, avido di profondità, lo ha messo al tappeto, cambiando strada, non disdegnando tappa in quella toilette, a Beverly Hills…
Anche lui avrà detto, sopra o sotto (pensiero): “Nevergive up”.

Leggo Dischi&Ricordi e per associazione viaggio a Tiscordi&Sozzogno, a Caianello, al maestro Scannagatti…Gli ’80? Neanche all’orizzonte, nemmeno i prodromi.
Nevergive up.

Quando pianto la retro, il riferimento scavalca gli’80 e ragiono sull’arco 1967-1977, anno più, anno meno.
Palese, da sempre, la non completa lettura e comprensione – mistificazione, senza contestualizzazione, quella sì, perché faceva, fa comodo - di tutti i treni e i trends musicali dei (primi)’70.
Lo sostengo, quasi sempre a vuoto, anche con l’archetto della cuffia in testa.
Nonostante tutto, anche io:
Nevergive up.

Circa il liquido per il tuo piatto, una sgrassante bollicina francese millesimata ante terzo millennio non la vedrei male. Tuttavia, non c’è due senza tre, e chi meglio del padrone di casa, al secolo GdF, ti, ci può venire in soccorso, magari con un Bourgogne blanc che solo lui…
Nevergive up, Guardiano.

Manca il sottofondo che, se scelto con scienza e coscienza, inevitabilmente esprime e riflette, sempre, il nostro status interiore. In questo momento mi viene in mente Dj Cam, ma anche DaveAju, o un dj set di Maya Jane Coles o di Anna.
Ma solo hic et nunc. Tra due minuti i lanci sarebbero altri.
Oppure back in the seventies e allora non basterebbe un blog…


E ora, se mi è permesso, ritorno nella mia tana, perché qui bene latet bene vivit.

venerdì 19 dicembre 2014

Aoc Champagne Selection Extra Brut s.a. Jeaunaux-Robin


Parafrasando, malamente, il Poeta e allineandolo ai giorni nostri,”…Sézannais, dove minkia si trova questo posto?”

Ve lo spiego subito: spostatevi 30 km a sud-ovest di Epernay, troverete un micro villaggio - Talus-Saint-Prix - di un centinaio di anime, a dieci minuti d’auto dal paese di Sézanne, da cui Côte de Sézanne, o Sézannais, al confine con il limite sud della Côte des Blancs.

Si tratta, a dirla tutta, di una zona quasi mai menzionata, per non dire ignorata e forse trascurata, e per conseguenza, ai più sconosciuta, ma che rientra, a tutti gli effetti, sotto la denominazione, con il Pinot Meunier che primeggia.

Non sostengo sia una zona sottovalutata, tuttavia ci sono alcuni rm da prendere in seria considerazione e Cyril Jeaunaux ci sta dentro di bella.

All’incirca 6 ettari di vigne – età media 30 anni – per 50 mila flaconi, coltura ragionata, in conversione biodinamica, vinificazioni sia in acciaio che in fusti di rovere e bassi dosaggi.

La boccia di oggi è un blanc d’assemblage – 60 Pinot Meunier, 30 Pinot Nero e 10 Chardonnay – dosato 5,5 gr./l, con oltre un anno di sboccatura.

E’ dorato, di bella intensità, con il naso segnato da sentori di agrumi – arancia e pompelmo – tratteggiato da tocchi floreali bianchi, note tostate e un bell’incedere minerale.

L’ingresso è molto fresco e vinoso, con una bella materia che si sviluppa ordinatamente e si affida a una dinamica tessitura gessosa, la quale, mano a mano, sottrae larghe fette alle espressioni agrumate e floreali, occupando, incontrastata, l’intero arco.

Sorso equilibrato e cremoso, appuntito, ma senza ossessioni, per un finale rinfrescante e duraturo, che custodisce, intatta e inviolata, la marcia crayeuse, con lievi scosse di torrefazione.


Ottimo da aperitivo ma, con i giusti abbinamenti, anche capace e fidato per tutto il pasto.

giovedì 18 dicembre 2014

Eternit


gdf 5 min

Sta cominciando di nuovo la peggior settimana dell'anno, e faccio oggettivamente fatica a vedere il bicchiere mezzo pieno quando l’altra metà mi è finita miseramente sulla tastiera dello storico HP portatile, fedele compagno di vita da ormai otto anni, uccidendolo sul colpo, lui e la lunga storia che abbiamo condiviso su ogni blog, su ogni portale, su ogni pagina face book. Mi mancherai caro amico, ricordo ancora il primo viaggio, io e te a Arles, luogo di pazzi, da Van Gogh a Rabanel, comunque artisti.

Mai successo con un gintonic. Ci voleva un bianco d’Abbazia a colpire, un Kerner per la precisione e per il gusto del dettaglio di chi sicuramente sarà interessato più al fatto di cronaca nera piuttosto che al bicchiere mezzo pieno.

Vatti a fidare dell’energia che gli abati hanno potuto e voluto riversare nel vino versato. Manco di Benigni ti puoi più fidare, passato da Papocchio ad un comizio sull’interpretazione bonaria del Catechismo. Gran donna la p.r. della santa sede. Centrato in pieno l’obiettivo.

Rovescio e tampono, la tastiera, con carta e stracci, ma ormai è troppo tardi, lo spigolo l’ho già preso ormai, anzi era un fungo grigio di montagna, di un paese di mezza montagna dove mettono quei mezzi funghi di cemento tra un posto macchina e l’altro, per dar lavoro ai carrozzieri. Il para urti non li para, li subisce.

Leggo che a Crodo se ne fottono se l'acqua sia passata o no sull'eternit, e hanno ragione a costruirci sopra i presepi, è nell'aria la minaccia . A Barolo non se lo potrebbero permettere.

Veramente vorrebbe recensire questo nuovo albergo oggi? Cortesemente, caso mai venga dopo la Befana, il sabato prima di Natale la famiglia  ha già in programma una cremazione non prorogabile.

Viviamo tutti sotto un tetto di eternit, di amianto, di veleni, ma non a tutti è imposto di bonificare il tetto sotto il quale vive, e poi con quale diritto, decidere per me se voglio o no vivere sotto un cielo cupo, sempre aspettando che un altro varco si apra sul cielo come in Blade Runner e dopo una catastrofe nucleare.

Mi rivolgo agli amori letterari, necessari per alimentare la creatività quanto il terzo gintonic; rapporti epistolari platonici, perfetti per stimolare la penna ed inquietare anime serene e avvicinarmele di umore. Non importa se non mi risponde, io continuo a scriverle egoisticamente, a costo di rimanere soffocato sotto quintali di carta da macero, non potendo più coprirmi con l'eternit.


mercoledì 17 dicembre 2014

Testalonga 2013


Cambia l'etichetta, cambia l'annata, ma il succo della questione rimane inalterato negli anni. Anche l'edizione 2013 dei vini di Nino Perrino (ormai star internazionale), segue il fil rouge noto agli appassionati dei suoi vini, appassionati abituati all'originalità, alla diversità, alla variabilità del bouquet del suo "Dolceacqua", come tenderebbe ad etichettarlo, per differenziarlo definitivamente dalle decine di Rossese qualunquisti che infestano l'entroterra ligure, di qualsiasi provenienza.

Ma non servirebbe neppure far del maquillage all'estetica per capire la diversità, come di quella ragazza che fa vanto del suo setto nasale non perfetto, però intrigante, interessante, ed infine affascinante.  Quelli dalla facile puzzetta sotto il naso si stupiranno di sapere che ormai questi rossi vanno in carta in alcuni ristoranti Newyorkesi vicino al centinaio di dollari, a trovarli, perché farne poco di vino, come insegnano in Borgogna, non significa aver poca incidenza sul mercato. A far massa ci pensa già l'impatto vinoso, dove andare a cogliere la mora selvatica oggi è fuori luogo. Bisognerà attendere la stagione migliore, tra qualche mese, quanto il tumultuoso Rossese ... anzi, il Testalonga Dolceacqua 2013 troverà una collocazione dove sistemare tutte quante le sue sfaccettature di personalità


Intanto ci sarebbe da bere a secchielli il bianco, che si sforza a non sembrare ruffiano tanto è gourmand di frutto maturo, da sembrare un 'altra cosa piuttosto che un rude vermentino. Fiori bianchi, crema pasticcera, susine mature ed un rimando citrico a resettare il palato ad ogni bicchiere. La bottiglia dura veramente poco, e poche ce ne sono, ma bisognerà farle bastare attendendo che la movimentata massa critica del Rossese si plachi.


gdf

martedì 16 dicembre 2014

Althea Lattuada al Restaurant De Paris



Althea Lattuada
gdf

Non per fare gli esterofili, ma il nome storico dell’albergo era questo, e questo è rimasto dopo la felice ristrutturazione conclusasi pochi anni fa, al termine dei quali è stata cercata una soluzione ideale per la collocazione fisica e gastronomica del ristorante, inizialmente bizzarramente collocato nel seminterrato, e poi giustamente trasferito al piano che consente di sbirciare un piacevole scorcio di vista mare e di Corso Imperatrice, la strada simbolo di Sanremo.
Una delle tante palme zariste decapitate
dopo l'attacco dei punteruoli rossi
A fianco della Chiesa Russa, con sullo sfondo le palme che arrivarono qui ad adornare il viale lungomare grazie all’Imperatrice russa Maria Alexandrovna, cambiandone il paesaggio; paesaggio di nuovo in corso di cambiamento a causa di un insetto killer denominato punteruolo rosso, che colpendo in maniera letale centinaia di palme -che devono essere decapitate della loro folta chioma dopo l’attacco dell’insetto- e così cambiando di nuovo il profilo della città delle canzonette, ridisegnandone il paesaggio, ora caratterizzato da alti tronchi di palme decapitate, come fossero totem simboleggianti l’inutilità di andare contro natura.


Il paesaggio gastronomico invece cambia poco e a fatica, e quindi, per noi che di questo ci occupiamo, è stato un bel segnale da rilevare quello che è accaduto quest’anno all’interno di questo bellissimo albergo, perché al di fuori, se novità ci sono state, sono state negative quelle evidenziatisi all’ombra dei rigogliosi pini marittimi.


Invece qui, grazie all’energia spumeggiante dell’istrionico Davide Zunino, molti commentatori e quasi tutte le guide non hanno potuto fare a meno di evidenziare il tentativo di riportare la “Cucina d’Autore” senza compromessi all’interno di un grande albergo della Riviera dei Fiori. Espresso, Touring Club e Michelin arrivano tutte in coro a indicare la novità nelle rispettive edizioni 2015, proprio mentre Zunino faceva le valige per Milano, come molti suoi colleghi in questi ultimi due anni, per portare il proprio savoir faire al pubblico milanese e a quello che arriverà durante EXPO 2015.


Fa comunque piacere rilevare che la proprietà abbia fatto una scelta di qualità dopo aver visto il risultato conseguito da Zunino, e pur se ridimensionando il food cost, ha saggiamente chiamato una ragazza di queste parti e che consoce la cucina di queste parti, Althea Lattuada, che insieme ad altri validi collaboratori, sta cercando di equilibrare il rapporto qualità prezzo, con l’intenzione di avvicinare al Palazzo anche la clientela esterna, fatta di molti francesi e da altrettanti russi, che però non sono quelli che si sono parcheggiati a Montecarlo, perché da tempo anche in Russia le classi sociali si sono riformate, e quindi il potere di spesa dei turisti che approdano sulla parte italiana della costa è ben diverso da quello dei turisti che frequentano Montecarlo e la Costa Azzurra. 
Gamberoni avvolti nel lardo, in crema di porcini e patate
L’obbiettivo è doppio, e cioè cercare delle formule ristorative che invoglino i clienti dell’Hotel (26 camere + 2 suite) a rimanere in albergo anche a pranzo e a cena e non solo nel momento dedicato alla colazione, e nel contempo attirare i clienti che passeggiando lungo “L’imperatrice” e leggendo carta e menù del De Paris possano rendersi conto che dentro a questo gioiello architettonico di fine ‘800 è possibile mangiare una cucina originale, comunque radicata al territorio, e non quella banalmente ricca di termini e di materie prime ostentate, abbastanza fuori luogo.

Ravioli di olive taggiasche farciti di stoccafisso ... aglio e prezzemolo
Quindi allontanandosi dall’archetipo “homard foie gras truffe caviar”, ma anche dalle lunghe declinazioni di pesce crudo tante care a Zunino, così come dal concepire ricette troppo complicate, da leggere e da capire. Altri "must" più moderni si impongono, Wagyu e Black Cod, perché comunque dentro un Grand Hotel ci troviamo, ma nel complesso sono altre le attrattive democratiche su cui punta Althea.

Rana pescatrice alla mugnaia, passata di fagioli di Badalucco, pomodorini secchi e olive


Black Cod, spinaci e patate
Millefoglie al cioccolato, mele, crema alla cannella e salsa Guinness
gdf

lunedì 15 dicembre 2014

Marsala Marco




Marco 50&50

“Ieri mi sono fatto un regalo.” L’ho scartato subito. Ma andiamo con ordine, Nasone da Meda me l’aveva detto, c’è un’isola felice, puoi andarci a colpo sicuro, la trovi in fondo sulla destra, quasi di fronte all’ingresso.

Quattro ruote sono troppe per fare il contropelo a Paolo Sarpi, ce ne vorrebbero due, meglio ancora la Metro fino a Moscova. Mentre faccio il toscano metropolitano, osservo, sono quasi tutti al telefono, chi non conversa naviga, mi sento quasi fuori posto poi lei prende posto di fronte a me e comincia a parlare, mentre i vagoni sfrecciano veloci sorride e lancia nella mia direzione la freccia di Cupido.

La ragazza al telefonino indossa un basco di lana sformato, una gonna autunnale, calze da mille denari, una maglia morbida e un piumino, ma la polvere a casa non credo la faccia, il colore di fondo è un marrone fogliame, ton sur ton con stivali vissuti corteccia d’albero, ride.

Lei è perfettamente a proprio agio in un vagone rumoroso e sovraffollato, parla a voce piuttosto alta ma non capisco le parole se non a tratti, ma soprattutto ride, la sua risata è al contempo sguaiata, provocante, allegra, femminile, sensuale e coinvolgente, il suo interlocutore è un uomo fortunato, è bella, per nulla volgare, allegra.

La sua bocca è splendida, porcellana finissima tra il rosso delle labbra e il rosa della lingua, MOSCOVA. Scendo e mi dirigo nella Chinatown milanese dove non si trova un autentico panettone meneghino nemmeno a pagarlo oro ma se ci si guarda intorno è pieno di mandorle, mi devo ricordare di prendere anche un po’ di frutta secca, gorgonzola&cioccolato sono già stati allertati e mi aspettano in dispensa.

Alle Cantine Isola acquisto un Marsala Marco, De Bartoli naturalmente poi, evito tentazioni metropolitane e faccio partire il contapassi. Stasera mi potrò permettere un extra bonus, avrò fatto almeno diecimila passi, forse uno più lungo della gamba azzardando questo post ma ci proviamo, sensazioni senza scheda tecnica, emozioni in diretta, liquido racchiuso nel cristallo trasparente, parole nei cristalli liquidi del display.




Il Vigna La Miccia, Marsala Tipo Oro è vinificato a freddo, come per l'oro verde, vergine e un po' extra, l'oro liquido è racchiuso nella bottiglia da cinquanta, quella che prediligo. Sono piccole, maneggevoli, ben equilibrate, ti sanno riscaldare al primo assaggio, dolcezza di carattere da perderci la testa, femmine dal temperamento inaspettato, minute ma ben proporzionate, lingue di velluto per picchi di puro godimento, Bacco&Venere col tacco, piaceri della vita. Stappo e rimango folgorato sulla via di Marsala, ci vorrebbe della frutta secca da Damasco, ma Siria è impegnata in concerto, qualcosa da abbinare lo trovo lo stesso



Provo e godo con gorgonzola, noci,  torta di mele e uvetta sultanina, impasto 50&50, farina doppio zero e farina d’avena, termino con Novi fondente settantadue. Ma la mia serata non finisce qui, prima dell’ultimo abbinamento,  una provocazione mi dimostra che se un prodotto è eccellente, come in amore e con amore si può osare.

Una giuria di esperti ha premiato lo chef Giuseppe Agliano, che a Marsala gestisce la Corte dei Mangioni, per il suo Couscous Pantesco con Pistacchi di Bronte, capperi di Pantelleria, ortaggi dorati e filetti di pescatrice in zuppetta, il tutto abbinato al Marsala Vergine del Consorzio refrigerato a dieci gradi.  Lorenza Cerruti, delegato Ais di Catania in giuria ha affermato “Mi sono stupita di questo azzardo ma mai azzardo fino ad ora è stato così azzeccato”

Ecco la nota di degustazione di Agliano:
Il Vino Marsala Vergine da me consigliato rappresenta senza dubbio alcuno la soluzione migliore ai grassi che caratterizzano questo piatto. L'abbinamento trova radici nell'antica tradizione culinaria di Trapani e Marsala, quando nelle tavole gli unici vini che si bevevano erano quelli ad alto grado (16°/18°) ottenuti da uve Grillo. L'evoluzione di tali vini è rappresentata dagli attuali Marsala Vergine che ottenuti con poco alcool aggiunto, costituiscono ancora ad oggi e a maggior ragione l'accompagnamento ideale per questo piatto unico dal gusto forte, ricco, intenso, complesso e di profumi e aromi persistenti che solo un buon Marsala Vergine può bilanciare, accompagnare.

Ed ecco la mia:
Potete provare ad accompagnare il Marsala Marco De Bartoli Vigna La Miccia con un libro, la mia scelta è caduta in piedi su un giallo di Michele Giuttari col quale ho trascorso parte della serata…



… in poltrona ad occhi chiusi e lampada spenta, un segnalibro a metà del libro giallo, oro giallo nel calice, penso, poi qualcosa si accende, anche il lato in ombra ha la sua luce, sto meditando, meditazione, dal latino meditatio, riflessione, svanisce d’incanto il chiacchierio di sottofondo, la mente si acquieta e trova la pace

M 50&50

domenica 14 dicembre 2014

Sotto Copertura





Marco 50&50




Per lavorare sotto copertura non si deve commettere alcun errore, come per fare un buon risotto, è un’operazione di intelligence, ci vuole sale, anche se il risotto non è alla zucca.



Ho provato a chiamare RaspellONE, il numero uno, il maggior esperto di risotti in Italia ma dalla segreteria capisco che per il suo parere “spassionato” dovrò aspettare: spiacenti, non possiamo rispondere ai vostri quesiti sui risotti, a Crodo ci sono i Presepi sull'acqua e dobbiamo ancora decifrare il messaggio subliminale delle bufale di Cuneo. 

Bufale, ho trovato, chiamerò il Signor GG, l'autore del pezzo su quelle di Paestum, devo ancora complimentarmi con lui che, alle critiche nemmeno troppo velate che gli sono state mosse in proposito, ha saputo rispondere in modo intelligente,  ironico&garbato senza ricorrere a mazzate da fabbro ferraio.

Ma torniamo ai risotti, i due in apertura di post, gustati&apprezzati dall’ispettore delle bufale, li ho assaggiati più volte anch’io e non mi è parso di riscontrare alcun neo circa i tempi di cottura quindi concordo sui pregi, un po' meno sui difetti, diciamo sui peccati veniali.

PalatoAcquario, ma anche Vergine,  per cui libero da preconcetti, che non scrive ma pensa (spero di non fare l'opposto) sembra però concordare con l'accurata analisi del Signor GG, apprezza, ma toglierebbe dal fuoco un minutino prima.



Sono disperato e in minoranza, ma ho la scusa per tornare, munito di cronometro, da Nicola:


Benvenuti all'Opera


Pane&grissini


Mazzancolle al bacon, ceci e crema di crostacei


Calamari ripieni di patate, cozze, vongole e sughetto piccantino


Pera cotta al vin brulè


Mousse di cioccolato al latte, gianduia e fondente


Miss Pasticceria che ha gambe belle si presenta in minigonna al caffè che gioca il jolly con meringhe, gelatine e bignè al caffè



...ma soprattutto:


Risotto mantecato con lenticchie speziate e gamberi scottati 


Risotto zucca crudo di mare (salmone, branzino, gambero rosso, scampo, ombrina) e liquirizia 


Risotto castagne dolci  e taleggio



Non è certo il numero di visite che fa il critico, ma dopo aver assistito ad una trentina di "opere", per difetto, credo di poter avere voce in capitolo per poter dire se il risotto fa difetto, il Signature dish di Nicola Locatelli è fatto con Passione e piace ai Gourmet, ma dobbiamo ricordarci che, come si evince, 



è targato BG a tutto tondo e a Bergamo e provincia la cremosità la fa da padrona e si fa capire anche senza frustino e tuta in lattex. Ma dopo la cremosità, dopo la mantecatura, dopo tutto non c’è un Fernet, ri-sotto copertura c’è il chicco. Resta da vedere se il corriere Bartolini prossimamente mi consegnerà una fornitura di riso targato BG o delle ricottine buonissime targate GG…


M 50&50

sabato 13 dicembre 2014

Cantina Emidio Pepe : 50 anni raccontati in orizzontale e verticale


 -by Sophie R.-



Qualche mese dopo l’eccezionale verticale che si è svolta nell’ambito di Vinitaly e che ha visto come protagoniste sette annate di Montepulciano d’Abruzzo comprese tra il 1967 e il 2007, l’Azienda Emidio Pepe,per festeggiare i 50 anni della cantina, replica l’evento, su una scala emotiva ancora più vasta, là dove tutto ebbe inizio, nella splendida cornice della Val Vibrata, a Torano Nuovo.


La verticale, a numero chiuso e riservata a un cinquantina di fortunati tra distributore, importatori e giornalisti, si articola su 10 annate che spaziano dal 2010 al 1964 ed è proprio l’annata più vecchia ad aprire le danze. Una scelta che potrebbe risultare inusuale visto che le verticali canoniche si svolgono abitualmente a ritroso nel tempo, ma che in realtà è dettata dal buon senso: il Montepulciano tende a spogliarsi con il passare degli anni e potrebbe risultare  penalizzato dall’irruenza giovanile delle annate più recenti.


1964, un’annata emblematica per l’Azienda Pepe. Se è vero che l’azienda nasce alla fine dell’Ottocento, è solo nel 1964 e per volontà di Emidio, terza generazione nell’albero eno-genealogico della famiglia Pepe, che il vino sfuso viene imbottigliato per la prima volta. 


Emidio Pepe è un uomo di poche parole ma di grande concretezza e lungimiranza. I suoi vini con la loro capacità intrinseca di attraversare il tempo ne sono la testimonianza. 


La degustazione si svolge di primissimo pomeriggio, dopo la presentazione del libro ‘Manteniamoci giovani’, biografia di Emidio Pepe, a cura di Sandro Sangiorgi, che conosce la famiglia Pepe da tanti anni.

Una verticale che rimarrà negli annali anche perché, per la prima volta, assecondando la richiesta di Sandro Sangiorgi, i vini vengono serviti senza essere decantati. Una delle particolarità della cantina Pepe è proprio quella, prima della messa in commercio dei loro vini, di stappare le bottiglie prese dalle cataste, di decantare il vino e travasarlo in bottiglie vergine che vengono successivamente colmate, ritappate ed etichettate.

1964     Se è vero che stenta un po’ ad esprimersi del tutto al livello olfattivo, a distanza di 50 anni e a conferma dell’intuizione di Emidio,la bocca stupisce per la sua integrità.

1975     Il primo impatto con il vino rivela profumi deviati. Non c’è nulla di cui stupirsi data la scelta di non decantare nessuno dei vini, neanche quelli più attempati. Con la giusta aerazione, il vino si libera dei sentori sgradevoli sprigionando note di frutta matura. Figlio di un’annata più fresca, la bocca è marcata da una bella acidità.

1979     Il vino si presenta di un colore granato ancora più scuro del precedente. Intensi e caldi aromi di tabacco e  scorze di arancia si sviluppano nel bicchiere mentre la bocca è al contempo carnosa e fresca.

1983     Un’annata, questa, che ha dato del filo da torcere ad Emidio. Ci sono voluti ben dieci anni di bottiglia per domare questa annata recalcitrante. Caratterizzata da un’alcolicità maggiore, questa annata richiama note di tabacco e di reganisso.

1985     Il colore è scarico anche se ci troviamo in presenza di un’annata abbastanza calda. Il vino si contraddistingue per il suo equilibrio: la materia, avvolgente, è contro bilanciata da una bella vena acida.

1990     Sensazioni olfattive di grande impatto,riconducibili al sotto bosco, con note terrose, di humus e di fungo. La bocca dalla tessitura vellutata svela anche una bella trama tannica.

1993     La maturità del frutto, a discapito del colore piuttosto spoglio del vino, è sostenuta da rinfrescanti note mentolate. La bocca invece è  dominata da alcol e tannini ma anche potenza ad eleganza.

1998     Naso complesso ed intenso che preannuncia un vino dalla bocca ricca e dal finale lungo.

2001     Finezza nei profumi e sottile connubio tra eleganza e ardore giovanile.

2010    Il bicchiere sprigiona tutta l’estroversione propria ai vini giovani. La fragranza del frutto è arricchita da note di torrefazione e caffè. Tanta è la materia in bocca. Una gemma  che deve ancora sbocciare.
           
A metà percorso, la degustazione viene momentaneamente interrotta da una discussione animata ma dai toni amichevoli tra Sandro Sangiorgi e la padrona di casa, Sofia Pepe, che ostentano una posizione a dire poco divergente su un’annata fuori programma, la 1995. Gli animi si scaldano anche in platea, il pubblico pretende di dire la sua, e l’annata in questione viene servita ai presenti. La sentenza popolare è resa inappellabile dalla bontà e l’autenticità presente nel calice.
           
La verticale si conclude con un’altra bella sorpresa. Anche se il cavallo di battaglia dell’Azienda Pepe è il Montepulciano d’Abruzzo, Fabio Luglio tiene a sottolineare che il Trebbiano d’Abruzzo dell’Azienda non è da meno e propone di farcene degustare un’annata alla cieca, la 1995. Colpisce nel segno. Il vino che viene servito, ricordiamolo, dopo una batteria di 11 annate di Montepulciano da paura, dimostra di non temere il confronto con il fiore all’occhiello dell’azienda, assume con brio il ruolo di protagonista del gran finale.
Una giornata dunque all’insegna delle emozioni, non solo quelle scaturite dai bicchieri, che a turno svelano l’anima propria ad ogni annata, ma anche e soprattutto le commoventi testimonianze delle figlie Daniela e Sofia, della nipote Chiara entrata da poco in azienda, che insieme agli amici evocano con umorismo, tenerezza e grande orgoglio gli esordi di Emidio, le sue peripezie in giro per il mondo e in particolare il richiamo di quella terra lontana che gli è sempre stata a cuore e ha il sapore della conquista, l’America.