venerdì 28 agosto 2015

Aoc Champagne Premier Cru “Les Vignes de Vrigny” Brut s.a. Egly-Ouriet


Ti sei mai chiesto cosa sarebbe (stata) la musica, classica o dance tout court non importa, senza gli archi? Poca cosa, te lo assicuro.

Allo stesso modo, mi sto ancora chiedendo cosa sarebbe (stato) questo champagne, senza falegnameria al seguito. Tanta, tanta roba, senza dubbio alcuno.

Il colore è quello dell’ oro e l’effervescenza è molto fine, per questo Pinot Meunier in purezza (Blanc de Noirs), 20% di vini di riserva, 38 mesi sui lieviti, non filtrato e dégorgement settembre 2013.

Il tratteggio olfattivo riesce a dispensare frutta esotica, fragola, tocchi di mandorla, spezia e, sembrerebbe, precisa mineralità, nondimeno, risulta rivestito da un’armatura legnosa, tutt’altro che insignificante e trascurabile.

In bocca, tra una piallata e l’altra, sembra riprenda il passo olfattivo e sviluppi le espressioni di frutta, anche secca, abbinate a tinte gessoso-minerali, che si rivelano di notevole spessore. Il sorso contiene verticalità e volume, profondità e persistenza.
Peccato che, anche il palato, non sia dissimile dal naso e si presenti costretto in una corazza legnosa, la quale rende greve il calice.


Qualche condizionale di troppo, da un flacone, per il quale, da noi, a comprarlo bene, si spende quasi un cinquantone. Ergo, attendersi qualcosa in più, mi sembra ancora poco.

giovedì 27 agosto 2015

il potatore



Quelli che incontro al bar ormai intuiscono il senso delle mie domande. Non me la posso cavare come in passato, quando nessuno sapeva che cosa stavo tramando alle loro spalle, e quindi,  oggi, smascherato e quindi sdoganato da ogni responsabilità di trasparenza mi piace raccontare del potatore, uno dei mestieri più misteriosi per quelli che come me soffrono di vertigini e rischiano di cadere ogni volta che cercano di salire. Con un effetto leva loro riescono a tagliare qualsiasi legame con il passato, e se non bastasse, la motosega farà il resto.

Vorrei aprire una nuova rubrica gastronomica equilibrista senza rete che facesse un po' il verso al Rock, e vista la collocazione del faro, proporrei quello in the casbah piuttosto che quello di csaba, capirsi senza un'acca.

Il colloquio

Quante te ne sei fatte oggi?  Ho un contratto per 128, penso di sbrigarmela in una decina di giorni. Io neanche a Campari ce la farei. In quanti siete? in tre: io, la scala e la macchina che taglia, tedesca. Sembra che tagli la tedesca, e invece vivifica il futuro  Ma con l'albero da frutto come si fa? Si taglia come c'è scritto sul manuale delle giovani marmotte, solo che poi quelli che lo leggono non ci capiscono sul punto esatto, e mi richiamano. Draghi, magro come un ramo secco: come si prende una palma o un pino marittimo? Marittimo sarà il pino, la palma ci da da mangiare come nussun albero da frutto, anche da morta, quando è ancora più dura da levare da terra, tanto che un pezzo lo dobbiamo lasciare.

 A chi?   No ho capito!?!

mercoledì 26 agosto 2015

BUON UMORE



Marco 50&50

Sono inverso, sarà il canone, accendo il fuoco e il condizionatore, condizionato dall’eterno dilemma, imposto i gradi per stare al fresco o quelli necessari affinchè  chi mi sta vicino non geli…
Un confit inverso è quel che ci vuole, cercherò di estrarre con amore, dal pomodoro, il meglio del suo umore per ritrovare il mio in un piatto di spaghetti.
Ci sono persone che sanno scegliere le bolle ma non sanno godere delle gioie determinate dal loro stato sociale e usano semplicemente “pomodorini”, se fossi nobile utilizzerei soltanto pomodori Principe Borghese, purtroppo cognomi e blasoni non si scelgono, mi accontenterò dei dolci & londoniani Piccadilly, di un bel rosso intenso e dall’aspetto sano.
Lavandoli ad uno ad uno li sottopongo al controllo qualità, prezzo ininfluente, se il risultato sarà in misura direttamente proporzionale all’impegno profuso si capirà dal profumo e dall’assenza di fumo, si profila un arrosto all’orizzonte autunnale, quest’estate stanno finendo le energie disponibili, dimentico il forno e cerco il confit inverso e risolutore, posizionerò in padella, i pomodorini tagliati a metà, capovolgendoli rispetto al normale confit, l’idea è quella che volendo estrarre i succhi che dovranno servire a dar sapore alla pasta, la posizione capovolta sia meglio, certo è più rischiosa, potrebbero bruciare o disfarsi, ma cos’ho da perdere…
Dunque, olio, aglio tagliato sottilmente, peperoncino, un po’ prima che l’aglio dalla carnagione chiara, senza protezione adeguata si bruci, posiziono amorevolmente i pomodorini a due a due, per cui uno ad uno, sulla padella, mentre l’acqua per gli spaghetti bolle li osservo senza toccarli, il fondo della pentola è un susseguirsi di collinette rosse, non ce ne stanno altri, questo volevo, il fuoco è basso ma acceso, non li perdo di vista, fidarsi è bene…
Tengo a freno il polso e la voglia di spadellare, accenno un movimento, quasi a volerli cullare, per vedere che non attacchino, salo poco, attento ai tempi di cottura loro e della pasta, scolo molto al dente adagiandoli, gli spaghetti, resisto, non salto, trattengo l’indole da spadellatore, il calore permette alla pasta di cuocere un altro po’, adesso è il momento di insaporire tutto, il polso è caldo, il profumo è quello giusto, salto la pasta e di gioia, dovremmo esserci, non essere nobile mi da un vantaggio, posso divorarli come non ci fosse un domani.

Ode al pomodoro 
di Pablo Neruda
La strada si riempì di pomodori, mezzogiorno, estate, la luce si divide in due metà di un pomodoro, scorre per le strade il succo.
In dicembre senza pausa il pomodoro, invade le cucine, entra per i pranzi, si siede riposato nelle credenze, tra i bicchieri, le matequilleras la saliere azzurre.
Emana una luce propria, maestà benigna.
Dobbiamo, purtroppo, assassinarlo: affonda il coltello nella sua polpa vivente, è una rossa viscera, un sole fresco, profondo, inesauribile, riempie le insalate del Cile, si sposa allegramente con la chiara cipolla, e per festeggiare si lascia cadere l'olio, figlio essenziale dell'ulivo, sui suoi emisferi socchiusi, si aggiunge il pepe la sua fragranza, il sale il suo magnetismo: sono le nozze del giorno il prezzemolo issa la bandiera, le patate bollono vigorosamente, l'arrosto colpisce con il suo aroma la porta, è ora!
andiamo!
e sopra il tavolo, nel mezzo dell'estate, il pomodoro, astro della terra, stella ricorrente e feconda, ci mostra le sue circonvoluzioni, i suoi canali, l'insigne pienezza e l'abbondanza senza ossa, senza corazza, senza squame né spine, ci offre il dono del suo colore focoso e la totalità della sua freschezza.


Decisamente sopra media, la Margherita con bufala di Rossopomodoro, detta Verace, invita al buon umore, la catena che ha punti vendita in Italia e nel mondo sembra ben oliata, l’olio è un EVO della penisola Sorrentina, mi sono concesso una doppietta senza che sentissi il bisogno di ricariche, nel menù avevo letto, Marinara con filetti di pomodori antichi di Napoli, quando è arrivata non ho pensato più a nulla e l’ho divorata in un lampo, dimenticando quello al magnesio, in chiusura l’immagine dei pomodori che, volendo, si possono acquistare, ne ho presi due, uno per cucinare, così mi sono garantito un superbo piatto di spaghetti, l’altro per venerarli fino a che non verrà il momento di metterli su una pizza casalinga con un filo d’olio e due frutti panteschi.



M 50&50


lunedì 24 agosto 2015

Pisellino, Fanghina e Lagunello



gdf 12 minuti

Anche Allegri si sentirà un po' più nero che bianco senza Pirlo. La triglia non ha un bel colore lontano da Livorno. Dopo gli orange wine pensavamo di averne visti do ogni colore al bancone dell'Armadillo Bar, invece ecco una nuova generazione di vini,  quelli evidenziati senza falsa ironia nel titolo, che si rifà ad un grande nome della satira italiana. Sono anche più di tre le nuove tipologie di vino indentificabili nell'immaginario etilico come satir-wine 2015.  Michele Serra , che ho spesso letto pronto alla risata amara o al ghigno cinico condiviso, ce le racconta a modo suo nell'articolo apparso su L'Espresso on line, appunto, come forma di satira preventiva, come dire, mettendo le mani avanti non riuscendo a metterle sulla bocca per nascondere un principio di riso, non trovando proprio modo di auto stimolarsi, neanche con una manciata di chicchi che possano andare oltre ad un sorriso parboiled. Ah, trovare una venus milk machine, anche usata, sai che risate a metterci dentro il Pisellino.

E così il Pisellino diventerebbe l'indispensabile connessione tra una Passerina e una Pecorina, pardon, Pecorino, per non dare adito a illazioni sui gusti e le rispettabilissime tendenze personali. La Fanghina fa da vino di riferimento della Terra dei Fuochi, spegnendo sulle labbra le polemiche sul tema delle falde inquinate, mentre il Lagunello prende forme lipstick e colori contro versi, perché frutto e fruttato da calici lasciati a metà -mah- da crocieristi lagunari tutto compreso, in maniera da poter consentire -allo chef de cave della nave- di creare cuvée sempre diverse, a seconda del rollio e dei giri di stomaco. Le cuvèe potrebbero essere anche numerate e millesimate, Jacquesson insegna. La maglietta più in voga tra i croceristi sopr'aggigliati? : " Ansonica? No grazie. Ma se non ne sai di vino toscano che fai? Un ti capisce nessuno fin che non vai più a fondo."

Vale tutto. In Toscana abbiamo anche il Rotaia, forse amico o parente dl un Regionale Veloce senza controllore, fratello di etichetta del Sassicaia, mentre si sale di tono quando le citazioni arrivano a denominazioni più famose quali il Barolo, che forse a causa del passato luglio, il più caldo dal 2003, sa già di brasato in vigna (questa mi piace perché rivela conoscenza dei problemi in vigna), o rivelandoci che il Franciacorta è già originariamente gassoso in chicco, così come le genti di quelle terre, autori di vini degni di essere abbinati con fatica ad ogni calamaro già ripieno di se stesso.

Gassoso ... già ... viene in mente il noto Terzinho, che potrebbe essere stato un difensore brasiliano fludificante in prestito al Napoli in attesa di dimostrare le sua qualità, peculiarità che potrebbero allargarsi ben oltre l'uso locale; mentre invece è un'altra cosa, dovendo la sua notorietà ai fattori pedo climatici del luogo, alle caratteristiche uniche delle falde su cui è cresciuto. Terroir per ora unico ma che potrebbe essere abbastanza facilmente replicato altrove in Campania.

Terzinho che poi si rivela nel bicchiere per i curiosi toni di colore cangiante, archetti nel bicchiere che si allargano a macchia d'olio. In bocca scorre via veloce, sfuggente, come ai nas meno avveduti, correndo ai limiti del consentito della DOC, rimanendo però coerente al naso e al retrogusto fino all'ultimo sorso possibile, per l'inequivocabile sentore di idrocarburi, così come troveremo in un Riesling irriguardoso, libero di evolversi senza doversi guardare alle spalle.

Bha, forse un decennio di frequentazioni di forum vinicoli come quello del Gambero Rosso, dove si è già detto laqualunque sui temi ilari legati o allegabili al nome dei vini che più si prestano al cazze@@io ci ha un po' esaurito le pile allo zinco carbone, a partire dall'origine del tema : il virile Bricco dell'Uccellone, perché poi da li è stato tutto in discesa, giù dalla collina, di tutto ... un ardente Buttafuoco, un cracchiano Barbacarlo, un pungente Castello di Lispida. L'elenco sarebbe infinito, va bene tutto, si sta scherzando, e quindi perchè non evitare di cadere nel Lacrymare Tristi.

domenica 23 agosto 2015

Il segreto della Catalana


Marco 50&50



Mi fermai, già consapevole, quando la vidi per la prima volta.
Ero sulle Ramblas, banale & scontato, come il soggiorno in Costa Brava, il mio approccio, lei probabilmente non capì perché invece di andarsene si fermò a guardarmi con una mezza interrogativa sul viso per nulla accigliato dal punto di domanda in attesa di risposta, le ciglia nerissime, come i capelli, un taglio corto quasi maschile, ma non ci si poteva sbagliare sul sesso che spargeva da tutti i pori, sguardo nocciola caramellato, le sorrisi.
Si chiamava Blanca, anche se aveva un bel colore ambrato, la piccola catalana che faceva impazzire.
L'abbronzatura presa a piccole dosi, di porcellana finissima, scoprii dopo, le zone meno esposte e maggiormente erogene, Barcellona & Blanca, un viaggio lungo un sogno di mezza estate, che, da turista per caso divenne naturalmente e spontaneamente l’indimenticabile estate della scoperta della catalana.
Il buio ci colse affamati, assaporai per la prima volta la crema catalana, rotta la crosticina in superficie i sensi, già svegli, non si riaddormentarono tanto facilmente, lei mi si offrì senza filtri di alcun tipo, mi raccontò della leggenda della crema e delle monache, tenne per se solo un segreto, ci bruciammo.

La crema catalana, dolce al cucchiaio tipico della Catalogna, soffice e cremoso,  si presenta in tutto il suo splendore con la superficie croccante di zucchero, caramellato o con un ferro per cremar, un disco in ghisa arroventato con il manico lungo, dal sapore romantico e antico, oppure con una fiammella a gas o, semplicemente, con un passaggio in forno col programma grill.
Differisce dal creme caramel, dalla crema inglese e dalla creme brulèe francese soprattutto per consistenza e metodo di cottura, la catalana è cotta sul fuoco e la leggenda narra di un vescovo in visita ad un convento di monache catalane che prepararono un budino troppo liquido al quale provarono ad aggiungere dello zucchero caramellato caldo, il vescovo assaggiandolo si bruciò e, in catalano gridò “quema” che significa  brucia, così, forse, nacque la “crema cremada”.

Il latte, aromatizzato con la scorza del limone e con l’aggiunta di zucchero e cannella viene portato ad ebollizione e poi tolto dal fuoco mentre, in un’altra ciotola, tuorli, zucchero e maizena, precedentemente sciolta nel latte freddo, daranno vita ad un composto omogeneo che amalgamato al latte precedentemente bollito e aromatizzato, sarà portato ad ebollizione e mescolato sul fuoco per un paio di minuti, la crema calda, morbida e liscia, andrà distribuita nelle apposite piccole pirofile e lasciata raffreddare, ancora un paio d’ore in frigorifero a rassodare e sarà pronta per essere cosparsa di zucchero di canna che andrà caramellato con un ferro per cremar.

Ogni riferimento a persone, a cose o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, è tutta colpa di un colpo di sole, che in Catalogna ti lascia a bocca aperta e senza fiato, proprio come una catalana…Marcos, ironia della suerte, direttore di banca ha sposato Blanca qualche mese dopo il suo addio al nubilato non preventivato, nelle notti come questa, di mezza estate, sento il bisogno di qualcosa di dolce, come il suo segreto, nei locali sul naviglio solo qualche creme caramel dalla dubbia consistenza, troppo solido o troppo gelatinoso, nell’aria polveri sottili come nel dolce, per il resto terra bruciata, la crema bruciata me la sogno, ad occhi aperti.



M 50&50

sabato 22 agosto 2015

Elina Svitol ina Armadillo's fans club


Era dai tempi di Monica Seles che non si vedeva una femmina di pesce gatto così affamata di palline su un campo da tennis, proiettili gommosi da scaraventare dall'altra parte come se ci fosse una guerra da vincere. Pugnetto stretto stigmatizzato spesso dal Clerici. Al Bonacossa due colpi di nascosto li tirai anch'io per capire il senso di certe espressioni, forti e  da tirare sulle righe, sulla terra o contro i muri di cinta dove ci mettevi dietro l'auto sperando di ritrovarla. Muri ora più belli, dipinti da artisti di strada in erba, terra o cemento, non importa, questa ci arriva lo stesso. In passato furono magliette dilatate da Francone con l'immagine di Lara Gut a dare un senso improprio ad un Armadillo Meeting. Ora, se gli anelli d'argento sono d'accordo e si vorranno di nuovo incontrare, in mancanza di biodinamiche georgiane proporrei come testimonial -comunque mancante- la rima Ukraina, una che ti smonta nel nome e che ti smorza nel cognome. Ti lascia solo a rete, e poi al cambio campo, perché è già di là che ti aspetta per dartene ancora di dritto e di rovescio, come da minacce materne: tu stai pure li a bere un bicchiere di quel che vuoi sulla sedia al cambio campo. Elina la Svitolina è già andata via perché sei uno, sei uno, e basta. Energia pura .
gdf



venerdì 21 agosto 2015

Aoc Champagne Blanc de Blancs Grand Cru Brut s.a. A.R. Lenoble


Anne e Antoine Malassagne rappresentano la quarta generazione di questa maison, fondata, dall’alsaziano Armand Raphaël Graser, nel 1920.
Ancorchè la sede aziendale si trovi a Damery, un minuscolo villaggio della Vallata della Marna, considera che ben undici ettari, dei diciotto coltivati, si trovano a Chouilly, uno dei 5 villaggi Grand Cru, nella Costa dei Bianchi.

Ergo, solo Chardonnay, acciaio e fûts de chêne, tre anni sui lieviti. Questo flacone proviene direttamente dalla loro cantina e attiene la vendemmia 2010, 35% vini di riserva, 6 gr./lt. di dosaggio, con un paio d'anni di dégorgement.

Classico oro brillante, con riflessi verdini, della bacca bianca, per una effervescenza esuberante e fine.
Al naso, subito intensa e sottile freschezza, con bianche note, tanto fruttate, quanto floreali, legate, a doppio filo, a un coté burroso e di panificazione, davvero preciso. Gelsomino, Granny Smith e tocchi di lime sono impregnati della grassa mineralità, peculiare di Chouilly.

Eleganza e finezza che rispondono pure all’appello del palato, dove il vino entra freschissimo, ampio e rettilineo. Una trama raffinata si sviluppa vivace e tonica, rinnovando tutte le impressioni olfattive – burro, croissant, pesca e pera – e assume, un calice via l’altro, cremosa profondità, grassezza e sapida persistenza, regalandomi un finale vibrante, tutto agrumi e gesso.

Per un aperitivo di classe.

mercoledì 19 agosto 2015

LA SINDROME SUI CUBI


Peter Pan, 50% sindrome, 50% discoteca

Marco 50&50

Dimmi qualcosa di banale.
Mi piace la Milano deserta, anche se il clima non è desertico, caldo e secco con forti escursioni termiche, quanto piuttosto un clima tropicale, o meglio, da foresta pluviale tropicale.
Mi piace scartare ogni mattina un regalo, quello che mi fanno le tangenziali milanesi nelle prime tre settimane  d’agosto, facendosi trovare mezze nude, mi piace il rumore del pavè pensato per cavalli e carrozze mentre lancio i miei cavalli sul Naviglio alla ricerca di una mozzarella in carrozza.
Mi piacciono i negozi chiusi, i ristoranti chiusi, i telefoni che suonano a vuoto e il vuoto intorno, mi piacciono  i semafori verdi che cambiando colore consentono ai ricordi di bussare piano…

La verità è un’altra e risiede nel senso di andare in vacanza nei ventuno ruggenti.
In tempi relativamente vicini, ma evidentemente così lontani, sarebbe stato semplicemente impensabile rimanere a Milano dall’uno al ventuno Agosto, il resto del mese mancia, oltre tutto sarebbe stato stupido non andare in ferie quando ci vanno tutti nei ventuno ruggenti, che, a ben pensarci potrebbe essere riferito anche all’età, oggi infatti che senso avrebbe andare in vacanza alle Eolie, in un’isola greca, in Sardegna, a Minorca o a Formentera nel periodo più caotico dell’anno, l’alta concentrazione di giovani in vacanza potrebbe garantire maggior divertimento e possibilità d’incontri, ma bisognerebbe essere in grado di tenere il ritmo per non andare fuori tempo, riprovarci servirebbe solo a dimostrare quel che già in fondo sappiamo, c’è un tempo per ogni cosa, anche per le estati senza tempo.
Il traffico inesistente, in realtà, ogni mattina mi fa un regalo di consolazione, perché non dovrei essere qui ma in vacanza, adesso studiamo le partenze intelligenti evitando i giorni da bollino nero, eppure nei ventuno ruggenti che, fortunatamente, ho potuto replicare per qualche lustro, non credo di aver mai pianificato più di tanto le mie partenze, la coda faceva parte del gioco ed era motivo di gioia e se al Peter c’erano solo posti in piedi, tanto meglio, oggi l’alba ha un sapore diverso, adesso le nostre vacanze estive diventano viaggi a primavera inoltrata o d’autunno imminente, oppure scegliamo un “vero” periodo estivo ma una meta di nicchia, scambiando per esclusivo un contesto silenzioso, senza percussioni, senza un pulsante quattro quarti che ci ricorderebbe che siamo ancora vivi.
I posti esclusivi, i viaggi alternativi, mi sono sempre piaciuti ma la fuga dal caos non è mai stata prioritaria, si diventa più orsi ad ogni giro di lancetta, così immagazziniamo grasso e arrediamo la tana in previsione del letargo, invece dovremmo puntare al miele, al succo di vita, ballando sui cubi.
Il numero di persone che, sedute di fianco a noi sulla sabbia, condividono le nostre estati, diminuisce inesorabilmente ed inevitabilmente con l’aumentare dell’età anagrafica, gli anni delle immense compagnie è l’immagine iniziale più nitida che perde protagonisti, luminosità e colore nel tempo, adesso sta rannuvolando, l’estate sta perdendo colpi, il sole non picchia più con costanza mettendoci l’applicazione dovuta, a proposito di applicazione sembra ce ne sia una che consente di trovare con facilità ed immediatezza località, albergo, parcheggio, abbigliamento adeguato, “lontani” di ombrellone, letture consigliate, per una vacanza “autunnale” di fine agosto, vado a scaricarla.



…sbiadisce assieme al verde la speranza, ammonito con un giallo dal semaforo che diventa rosso, transitano sfuggenti ricordi smeraldi che sembrano pietre false, come le carte che farei, per tornare, almeno per un attimo, fuggente, indietro, sulla spiaggia del Pevero

M 50&50

lunedì 17 agosto 2015

Il pubblico profilato


del Guardiano del Faro


Dicevano a Renzo Piano : ma quando lo finite il lavoro ?


Scrivi una pacata recensione su uno dei migliori ristoranti della Penisola, ci aggiungi fattori collaterali ma non secondari come il contesto in cui opera, le persone che ci lavorano, l'indotto che ne può conseguire e i prodotti del mare e della terra che sta rivalutando nella sua cucina, e poi senza che tu lo possa prevedere, quello strumento che si chiama Facebook te lo da in pasto ad un pubblico che voleva altro da masticare.

Descrivi, quel che fa quel ristoratore, e anche quel che riescono a fare altri che operano nella medesima zona con qualche difficoltà di comunicazione, a beneficio non solo proprio ma anche della collettività, essendo il locale l'indiscusso riferimento del luogo, e gli altri comunque validi, e il prodotto di cui si parla, elemento costante e presente ormai in mezzo mondo quando si tratta di alta cucina, .... ma al pubblico "non profilato" interessa un altro aspetto, anche se credo tutti mangino almeno due volte al giorno.



Ci aggiungi una variabile relativa all'attualità, quella che si chiama "notizia" e così ti sembra di aver messo insieme una cosa carina da leggere o da guardare. Ti metti li in attesa del riscontro 2.0 (che arriva sponteneamente da facebook) e ti rendi conto che fatti 1000, sul tema gastronomico non commenta nessuno, mentre sulle olive giganti di ferro si scatena il tiro al tordo di passo, che con le olive ci sta anche piuttosto bene. L'articolo è qui, non ha bisogno di altri click, comunque se ve lo volete guardare non lo nascondo.


Difficile ritracciare tutti i commenti, perché le condivisioni creano non un solo grande fungo atomico ma centinaia di piccole esplosioni che, a catena ne scatenano altre. Un filo comune, come nel film I Mostri dove Tognazzi e la moglie sono al cinema. La scena è quella della fucilazione di Partigiani da parte delle SS. Finita l'esecuzione, Tognazzi, da dietro pesanti lenti e pesantissima montatura si rivolge alla moglie -passiva come un ameba- confidandogli che il muretto della loro villa lui lo vorrebbe così, come quello che finalmente si riesce a vedere meglio dopo che i Partigiani sono caduti a terra sotto i colpi delle SS.



Il disinteresse verso il lato gastronomico è deprimente, mentre le olive di ferro prendono si e no un 25% di Mi piace, e dove invece il 75% degli utenti non profilati sul food and wine ma preparatissimi sulla sterile polemica politica, si scopre avrebbero destinato il denaro -ma sapendo come trovarlo ?- ad "altro". Come dire, qualsiasi cosa, anche un prato secco e un lampione spento in mezzo a quella grande rotonda, ma quelle olive no. Perché no? Ho zappato a lungo per cercare motivazioni degne di una mente evoluta, inutilmente.

Mi viene in aiuto un tecnico informatico, facendomi capire che ogni pubblico sensibile a Facebook ha ormai sviluppato un suo profilo, appunto, un profilo Facebook, che raramente decide di cambiare. la sua inclinazione e di conseguenza il suo interesse può essere prioritariamente rivolto verso ... A: la gnocca; B: i gattini; C: i cagnolini; D: il calcio; E: la politica; F: la cronaca, meglio se nera; G le previsioni del tempo; H: le auto che non si può permettere; I : il cazzeggio; L: la polemica sempre e comunque; M: chi è morto oggi ... food and wine non pervenuti, se è vero che i siti più specializzati sul tema non vanno oltre alle unità di migliaia su ogni pezzo, spesso non arrivando neppure a 2000 click.

Imparino! Invece di ostinarsi di tenere la testa sul piatto provino a parlare nella recensione anche dell'aministrazione locale del paese dove sono andati a mangiare e delle opere che ha messo  o non ha messo in atto quel Sindaco, e quanto sono costate, e come e perché, aggiungendo pettegolezzi, sentito dire, e ancora ponendo domande retoriche, allora si .... allora farete il pieno, anche se non lo vorreste, non in questo modo.

L'assessore Ivan Lombardi, Mauro Olivieri, Vincenzo Genduso ... con Luigi -ovunque- Cremona

Comunque sia, tutta la mia solidarietà - e anche i complimenti sinceri- a Mauro Olivieri, premiatissimo food designer affermato e maitre à penser delle Olive Giganti di ferro di Taggia, al Sindaco Vincenzo Genduso e a tutti quelli che hanno creduto utile questa opera, che farà discutere quanto il Beaubourg, ma che identificherà in maniera indelebile Taggia e il suo prodotto Principe ... hai voglia a spostarle, pure cambiasse l'amministrazione ... e diventerà inevitabilmente un punto d'attrazione, di selfie, meeting point e luogo di partenza per salire in una vallata, alla scoperta di quello che il 75% degli utenti profilati sulla negatività non vorrebbero che si sappia cosa si sta facendo di buono in quella vallata, quelli che probabilmente sono fieri di vantare uno Zampillo come simbolo di una città

gdf


domenica 16 agosto 2015

Terre e scelte estreme

Marco 50&50


“L’arte è una fuga dalla follia, ma è la follia ad indirizzare quella fuga”
Venerdì scorso nell’ambito di Riccione incontra, Vittorio Sgarbi ha parlato del progetto del Museo della "Follia" al Palazzo della "Ragione" di Mantova per poi arrivare alla “capra” che gli consente di ridurre le querele, il più discusso e provocatorio storico dell’arte italiano ha tenuto una lezione d’arte su Modigliani, Van Gogh, Annigoni, Frida Kahlo, Caravaggio e, soprattutto, su Ligabue.

Questo lo spunto che cercavo per sfiorare  temi che spaventano affascinando, fuga, follia, solitudine, sfide.

Trovarsi almeno una volta nella vita nella condizione umana più antica, soli, senza alcun aiuto se non quello delle nostre forze è un’attrazione che potrebbe risucchiarci  nel vuoto e devastarci, tre giorni e tre notti senza un euro, in una grande città sarebbero più che sufficienti a far abbassare le ali ad un bel numero di presuntuosi.

Quando, anni fa, lessi “Nelle terre estreme”, tratto dalla storia vera di Chris Mc Candless, da cui fu tratto “into the Wild” diretto da Sean Penn, provai quella stessa attrazione fin dal momento, che ricordo perfettamente, dell'acquisto del libro che descrive il viaggio di un ragazzo americano, due anni attraverso gli Stati Uniti fino alle terre dell'Alaska che prova a vivere in mezzo alla natura,  senza alcun contatto col mondo civilizzato, trovando, prima di morire per aver ingerito delle bacche avvelenate, quella felicità interiore che è negata a quasi tutti.

Da quella lettura intensa e rara, difficile da trovare in un "non romanzo", capii due cose, la prima, che ero pericolosamente vicino all'inquietudine di quel ragazzo che si era "messo in cammino".... 

Chris subì critiche da gente sconcertata e rabbiosa che reputava inconcepibile il fatto che non si fosse portato una radio, un telefonino, gente che lo accusava di essersela cercata, di aver agito da pazzo, da sprovveduto, gente che aveva interpretato il suo ritorno ad una condizione primordiale come la sfrontatezza di una stupida sfida, un anticonformismo da esibire piuttosto di un modo diverso di sentirsi, di essere, nella natura la ricerca della propria natura.

...la seconda, che c'era dell'altro e, vent'anni dopo, Carine, la sorella, dandomene conferma, ha raccontato quel che non si poteva leggere nemmeno tra le righe, a meno di essere mezzi pazzi, che non è una brutta parola, come Chris.

I dettagli sono ininfluenti e le persone reagiscono in modo diverso ai dettagli, questo per sensibilità ed altre variabili non di poco conto.

Chris, dice Carine, se ne è andato a cercare la vita che voleva, in piena libertà, io credo si sia, piuttosto, allontanato dalla vita che non voleva.

La felicità è autentica solo se condivisa, scriverà prima di morire Chris, che abbraccio, ammiro e in un certo senso, in fondo invidio.

Parafrasando lo Sgarbi in apertura, credo si possa dire che, si fugge dalla follia ma bisogna essere un po' folli per avere il coraggio di fuggire davvero.


  
Autoscatto di Christopher Mc Candless appoggiato al Magic Bus



M 50&50