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mercoledì 25 settembre 2013

Una bottiglia di Chablis e i segreti di Villa Rosa

Quel pomeriggio Paperino rinvenne nei sotterranei di Villa Rosa dei diari, leggendo i quali trovò l'ispirazione per crearsi una seconda identità: Paperinik. Tempo dopo, giocando da solo a Monopoli, mi resi conto di averne già inventate almeno quattro di personalità diverse, quanto avverse. Quelle amichevoli mi diedero subito sui nervi, perché noiose e stucchevoli, e perdenti al Monopoli.


gdf 1967

Nel 1967 avevo sei anni e attraversavo tutti i giorni una strada statale di corsa per andare ad affrontare la fine di quella strada asfaltata che mi portava a confrontarmi con una Prima sensazione che mi dissero importante, ma secondo me molto Elementare. Accompagnato, si, ma solo il primo giorno, e da una moderata emozione per non suscitare dubbi.

Poi da solo, con le mie prime palline di carta impastate di saliva da lanciare dall'ultimo banco e una matita ancora da appuntire, da temperare e svuotare dentro a quel piccolo contenitore di vetro (il calamaio) incastrato su un angolo del banco foderato di formika (lo scrivevo con la k) che avrebbe dovuto contenere inchiostro invece che grafite e legno temperato.

Uscivo dal negozio dove vendevo a mia insaputa dischi in vinile e elettrodomestici smaltati, fatti di plastica e metallo; lampadari di strass, caffettiere in lega leggera dell'uomo con i baffi, vassoi d'argento, acciai Alessi, ceramiche di Limoges, vasi di Baccarat, bicchieri di cristallo di Boemia e molti mangiadischi, e cioè quell'oggetto che rigava e divorava comunque ogni disco, non facendo differenza tra Rita Pavone e i Moody Blues

Quella mattina di inizio estate non ci dovevo più andare a scuola, potendomi così dedicare ad una collezione di Topolino che avevo rinvenuto in un armadio a muro rimasto chiuso da chissà quanti anni in quella casa che non era mia, che non era nostra, e non sarà mai stata di nessuno, pensando ad una vita in affitto. 

Risalivano agli anni ’50 e i primi '60 quelle edizioni di Topolino che mi fecero spalancare gli occhi e passare interi pomeriggi a leggere e imparare, steso su un letto di immaginazione.

Il mistero di Villa Rosa mi affascinava più di ogni altro titolo. Pensate che Paperino ne divenne proprietario per un errore delle Poste. I sotterranei di Villa Rosa, per me più intriganti di tutti i milioni di dollari di zio Paperone o di tutte le fortune di Paperoga. Meglio la sfiga di Paperino come antipasto. All'opposizione fantasiosa mi sentivo già a mio agio.


Quel pomeriggio Paperino trovò nei sotterranei di Villa Rosa dei diari, leggendo i quali trovò l'ispirazione per crearsi una seconda identità: Paperinik. Tempo dopo, giocando da solo a Monopoli me ne ero già inventate almeno quattro di personalità diverse, quanto avverse. Quelle amichevoli mi diedero subito sui nervi, perché noiose e stucchevoli.

Sembravano tutti più belli e interessanti quei piccoli volumi, forse perché non sapevano di edicola ma un pochino, come dire, quasi di muffa, ma non di tappo, solo di chiuso e quindi avevano bisogno di un poco di aria per esprimersi. Sapevano di chiuso, di maturo, ma non ancora di vecchio. 

Topolino mi sembrava uno già troppo opportunista rispetto a Paperino. Uno che sapeva aspettare il momento buono, mentre l'altro, Paperino, più istintivo e irascibile: uno fuori controllo per un niente. 

Quella mattina era anche domenica mattina, ma di andare in chiesa non se ne parlava proprio, magari al cinema si, ma non a quello dell’oratorio. Il fascino di quella collezione abbandonata da qualche bambino nato molto prima di me e abbandonata in quell'armadio a muro chiuso a chiave mi fece capire il significato dell'attesa, il fascino del ritrovamento, della bellezza -invece della paura- che si poteva celare dietro al muro.

Anche gli oggetti maturano. Con qualche ruga o qualche riga, ché quando li tocchi o li riguardi non sono molto diversi dagli esseri umani. Quei "Topolino", tra gli otto e dodici anni di invecchiamento si esprimevano al meglio, come oggi una bottiglia di Chablis d'autore.



Una BMW 2000 CS coupè davanti al mio naso appena uscito dalla porta di casa cosa ci faceva? Non c’era null'altro intorno di parcheggiato in quella stradina di un qualsiasi paesino di campagna dove stavo parcheggiato in quel periodo. Grigio metallizzato. Si diceva argento metallizzato. Non aveva nessun senso logico quell'oggetto messo li in quel momento. Mi dissi, anzi, comunicai a quell'oggetto: tu un giorno, anzi, mettiamoci d'accordo fin da ora; adesso non è tempo, ma tu tra una dozzina di anni sarai mia, evoluta, un poco diversa, ma sarai tu il mio primo grand cru!

Non fu quella là, ma  la sua evoluzione, dodici anni dopo, perché uno Chablis Village va atteso meno che in quella misura di maturità, mentre invece un grand cru lo si può aspettare un po’ di più. Anzi, si deve aspettarlo di più, se no lo sprechi. Ne ho sprecate alcune, anche di molto buone tentato dal forzarle ad uno stappo precoce. Arrivò più in là quella là, quella aggiornata, quella colta al momento giusto. Si, però, ma anche questa, accidenti a lei! Questa bevuta oggi sapeva proprio di vinile buono, appena velata dal tempo, avendo avuto la pazienza di aspettarla.

gdf '67 



mercoledì 17 luglio 2013

Chateau Gilette 1970


del Guardiano del Faro

Che questo sia un mondo difficile ne siamo certi, e che le certezze scarseggino, ancor di più; ma alcune ci rimangono più evidenti sotto gli occhi. Non mi piace andare per esempi, quindi, per esempio: che le modelle selezionate per un qualsiasi video di Brian Ferry sono sempre state first class, che i cerchi nel grano li possono aver fatti solo altissimi alieni, e che le verdure grigliate in pizzeria solo degli inetti terrestri. Chateau Gilette è un’altra delle cose più ripetitive mai fatte da esseri umani, tra le più sicure e prevedibili di questa vita, perché è sempre molto buono, quando non è eccellente.




I saggi del bicchiere a stelo lungo direbbero, e sempre confermano: un grande Sauternes si beve preferibilmente dopo 30 anni dalla vendemmia, da un'ottima vendemmia, quando il suo colore tende all’ambrato. Affermazione condivisibile tra gli alcolisti professionisti, quelli che non vanno a mangiare le verdure grigliate in pizzeria ma che sondano con la lente d'ingrandimento le carte dei vini delle tavole declinanti, alla ricerca di una vecchia bottiglia di Sauternes rimasta 30 anni in cantina -alienatasi in attesa del loro arrivo- sperando di trovare anche un torchon de foie gras da appoggiare su una fetta di pane grigliato, e accontentandosi per il contorno, anche solo di una piccola albicocca confit.



Bello dirlo, trovarlo e berlo 20 anni fa era un discorso fattibile, ma ormai di questa roba -che ne aveva compiuti 43 di anni in bottiglia- è piuttosto raro trovarne in un'enoteca quanto dentro tutte le carte dei vini dei ristoranti, anche blasonati, anche se ormai fossero declinanti o decadenti; proprio quelli che comprarono piramidi di Sauternes dorato ai tempi d’oro, non riuscendo più a separarsene una volta esaurita la moda del Sauternes degli anni ’80, quando i golden boys della montante economia del terziario -quello che non è avanzato- riuscivano a bere Sauternes giovane e ben freddo con tutto, anche con le ostriche Belon.

Il vantaggio di Chateau Gilette, rispetto agli altri grandi Sauternes, e gli appassionati lo sanno bene, è che viene messo in commercio già molto maturo, anche dopo decenni, e questo consente di evitare il proverbiale mal di testa del giovane Sauternista.

Facendo un rapido conteggio mentale non mi viene in mente un altro Sauternes bevuto così anziano. Nello specifico (quindi non Yquem), e cioè Gilette. Si, qualcosa degli anni ’50 (1959 forse), ma bevuto negli anni ’80, e qualche cosa degli anni ’60, ma bevuto negli anni ’90, altri degli anni '70, ma bevuti mai oltre i 40 anni di bottiglia.

Uno sicuramente su tutti, sul filo della sua e della mia quarantina: una piccolina del 1961 nel 2001. Tornavo da uno dei miei tre pranzi settimanali che avevo stabilito come tappa intermedia tra casa e ufficio al Caffè Groppi di Trecate, dove avevo un'altra certezza: trovare Fabio Barbaglini ai fornelli. Non sapevo più neanche se stavo facendo il cliente, l’amico, il consulente o il consucliente.

Ma per farla succinta -e anche perché questo post non diventi un racconto d’estate- stavo ritornando a casa da Trecate sotto un diluvio torrenziale estivo. Luce saltata, strade vuote e nere già dalle 18. Tuoni e fulmini. Allarme di casa fulminato, così come il telefono, il pc e anche il televisore. Prima di ciò anche una spessa lettera da raccogliere sulla soglia della porta blindata, inviatami da un avvocato che evidentemente pensava di aver buoni motivi per portarmi a rispondere di alcuni fatti in tribunale.

Il quadro della serata, anche se erano solo le 18, mi appariva profondamente nero, però ero conscio che non avrebbe potuto peggiorare, non avrebbe potuto mettersi anche a piovere; perché già stava diluviando, perché mancava la luce, e perché anche quando fosse tornata, difficilmente avrei potuto usare il telefono di casa, il computer o vedere la televisione.

L’unica cosa da fare, attendendo di rivedere la luce del giorno dopo, scendere in cantina con una torcia e risalire con una mezza bottiglia di Chateau Gilette  1961 da bere con due grissini e una bella fetta di gorgonzola naturale che Fabio mi aveva regalato. 40 anni in mezza bottiglia: lacrime dorate nella pioggia.

Con la torcia esplorai meglio la letteraccia di quell’avvocato minaccioso, e finita la bottiglia, dopo circa un’ora, presi una decisione diversa dalle altre: decisi di non rispondere più alle provocazioni degli avvocati, salvo quando si dimostrano amichevoli e si presentano al tavolo con uno Chateau Gilette straordinario come un 1970, ma pare che stavolta la questione non si chiuda qui. Con quell'avvocato minaccioso la chiusi bevendomi un Gilette 1961, ma con questo, credo proprio che la questione rimarrà ancora aperta, spero a lungo.      -gdf-




p.s: da non dimenticare assolutamente anche questo delizioso 1978 bevuto la scorsa estate con Andrea e Massimo. Da mettere pure lui nell'archivio del nobile antiquariato dei Sauternes. Nel mio prezioso data base di Chateau Gilette, ricordando con loro (i miei soci per il libro sui vini francesi) quella gentile signora che alla presentazione di Milano stigmatizzò il fatto che su quel libro non avessi dedicato neppure un piccolo capitolo a Chateau d'Yquem. Mah, è che ognuno di noi trova le sue rare certezze accumulando esperienze proprie; figuriamoci, non per altro.