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venerdì 21 giugno 2013

Ristorante Marco Polo | Torino



gdf




L’aspetto più vergognoso della faccenda sta nel fatto certo che ormai sono sette anni che conosco Marco Milelli, alias breg sul web, e che in tutto questo tempo non mi sono mai degnato di andare a fargli visita mentre lavora.

Adoro andare a menarglielo a chi sta lavorando, mentre io, ormai, mi metto comodo al tavolo e aspetto che qualche cosa accada, fosse pure a mia insaputa.  A dirla tutta, dura e pura e senza correzione di bozza o di testo, il mio intento secondario era di farmi servire un Blangè da breg.

breg & gdf


Missione fallita, pas de Blangé, ma in compenso ho conosciuto il nuovo chef del Marco Polo di Torino: Daniele Santovito, da un mese  transitato qui dal neo stellato VO, sempre in Torino, dove faceva il secondo, mentre qui può fare il primo.

Il nuovo chef Daniele Santovito


Che belli i ristoranti su due piani se fai il cliente. Ma anche se ci lavori qualche cosa di buono te la danno le scale, perché se hai gente che spinge spesso la porta, difficilmente potrai mettere su qualche etto sul giro vita: quindi tutti belli e magri qui al Marco Polo, in via Marco Polo, dentro uno dei più bei quartieri residenziali del centro di Torino. Sono in tre in sala, tutti alti e in black look. Ragazzi! siete in gran forma: potete anche provare con altri colori, evitando però quelli delle pareti.
La sala al piano superiore


La Whiskyteca vale il viaggio senza ritorno, mentre la luminosa sala al piano basso a me piace proprio perché ha una luce bella e chiara, che ti lascia un collegamento certo con il calmo quartiere che hai appena lasciato alle spalle. Quartierino dove per solo qualche eurino puoi trovare il comodo parcheggino.

La Whiskyteca al piano terreno


32 gradi all’aria e al sole di Torino invogliano a trovare subito la porta d’ingresso quando arrivi, e subito quella dell’auto quando scendi dalle scale del primo piano del Marco Polo, dove la cura e l’eleganza degli interni rinfresca quanto l’aria condizionata spinta al massimo per reggere il peso di un clima folle: un giorno a 18, un giorno a 32.

La sala al piano terra


La cucina è fresca e delicata come la scelta di inserire in vetro le verdure di stagione. Vere verdure di stagione, messe lì in mezzo al tavolo a testimoniare che la stagione  è questa: l’estate. La prima settimana d’estate con le verdure e la frutta d’estate. Questo prima di tutto, ancor prima del tema fisso di questo locale, dove l’elemento ittico, qualunque sia e da ovunque provenga, sarà quello marcante e dominante la scena.

Uno dei diversi centro tavola di verdura fresca...


La mano dello chef è leggera e precisa, ma si capisce che sta ancora aggirandosi per la cucina cercando una quadratura della pentola. Ma quando ha il tempo e la maniera che solo il dessert freddo ti consente di avere, fa intuire che la fiducia potrebbe  essere stata ben riposta.  Inevitabile notare qualche vizietto da Grand Hotel londinese o, come si diceva in altri tempi, da Transatlantico all’attracco, perché inutili vezzi perditempo, per quanto carini, potrebbero essere convertiti in termini di tempo e di concentrazione a dettagli più importanti. Dettagli e concentrazioni.

Marco Milelli: sommelier

Ma c’è breg al pass, quindi siamo in buone mani, perché sono certo che questi due  troveranno in breve tempo lo sguardo d'intesa incrociato al pass, quello che non ti dà il tempo di pensare, quello che non ti dà motivo di discutere; basterà incrociare gli sguardi per capirsi al volo. Quello sguardo che sono i tuoi occhi in sala caro Daniele. E tu hai la fortuna di averne un paio di veramente affidabili.

Da un mese al Marco Polo: Daniele Santovito



Intenso, ricco, quasi cremoso...



Sfoglie croccanti di farina di riso




... alle noci, alla salvia, olive nere...

Un assaggio di salmone marinato all'aneto e cipolla confit

Fresco, profumato, beverino: l'agile Vitovska

St.Jacques scottata, salsa allo zenzero e  cialda di pecorino

Acciughe fresche marinate e farcite di ricotta, asparagi, soncino, pomodoro candito...

Millefoglie di spada in olio-cottura, melanzane grigliate, mozzarella di bufala e salsa densa di basilico

Trancio di baccalà, pomodoro confit, patate schiacciate con olive taggiasche, schiuma di timo...

Va bene con il prossimo piatto, ma di per se stesso vira un po' troppo verso la sovra maturazione arrivando vicino alla stucchevolezza ...

La finissima lasagnetta di gamberi e bufala, sedano rapa, zucchine e pomodorini...

Dommage, è andato oltre, e non è la prima volta che mi capita con Pierre Morey (abbiamo fatto un test con breg...) e su un 1999 è un vero peccato aver vinificato un Meursault in questa maniera, probabilmente andando a cogliere le uve al limite della maturazione; si beve, ma con difficoltà.

Il piatto migliore: la gallinella sullo scoglio ( fatto di patate, nero di seppia, cozze e vongole), in brodetto d'acqua pazza.

La mousse al cioccolato in abito scuro e oro, con salse ai frutti rossi e pistacchio

Biscotto friabile di nocciole farcito di crema pasticcera, albicocche poché alla cannella, e crema liquida alla vaniglia...

Non serve neppure domandarlo: breg mi conosce ;-)


Grande chiusura. Bas Armagnac 1960

Ristorante Marco Polo
Via Marco Polo, 38
Torino


TEL: 011 500096



... e infine una curiosità, perché il Marco Polo, oltre ad essere un Ristorante specializzato nella cucina di pesce e nella selezione eccezionale di whisky, possiede anche una bella collezione di libri antichi, o anche solo un po' vecchi. Libri di cucina, di ristoranti e vecchie guide dove ritrovare le emozioni degli scorsi decenni, dove trovare, ad esempio, immagini come questa:
una bella immagine dal Palma di Alassio (1989) non esente da un clamoroso errore di stampa, Viglietti e non Vighetti! Mannaggia al correttore di bozze...


gdf

martedì 11 giugno 2013

Commenti d'Autore


Il tema è ricorrente: che succede quando un commento è meglio del post? E' il rischio che deve correre l'autore da quando il web due punto zero cominciò a dare spazio all'interazione. L'articolo scritto dall'autore si può trovare a confronto con un commento che emoziona il lettore più dello scritto dell'autore stesso, diventando così un commento d'Autore, o di più: una testimonianza.

Certo, è il post che ha provocato la reazione positiva da parte del lettore/commentatore, però è un peccato che il commento non abbia a quel punto lo stesso spazio del post, come ad esempio vedo sul blog vinicolo de L'Espresso, dove è stato opportunamente creato un angolo dedicato.

Ravanando tra le pagine web me ne sono ricomparsi davanti agli occhi alcuni veramente notevoli, come questo, stimolato sicuramente anche dal luogo (l'Hotel de Paris di Montecarlo) e dalla cucina di Alain Ducasse, perché il ristorante di lusso francese non è mai morto e mai morirà. Neanche la Rivoluzione Francese ha potuto. Il lusso vero è stato creato appositamente per creare emozioni indelebili e così sempre sarà, costi quel che costi. Patrimonio mondiale e immateriale dell'Umanità anche per l'Unesco. Immateriale, ma che lascia un ricordo incancellabile. Una testimonianza di verità.  - gdf -


By Breg

"...Il proprietario del ristorante dove lavoro,  toccato al cuore dal dardo a forma di forchetta dorata del Dio che regola le gastronomiche fortune, ha reso possibile che il mio sogno di risparmiatore da Grande Table prendesse improvvisamente forma tangibile.
Novello Cenerentolo, mi ritrovo a prendere possesso di una camera con vista Lady Moura all’ Hotel de Paris. Il comfort ha qui delle accezioni che il comune mortale come me difficilmente immagina. Il paradiso in terra del gaudente. Il pensiero fisso è uno solo: la cena che verrà.
Arrivata la fatidica ora; si marcia a passo languido ma deciso verso l’aperitivo all’american bar dell’alberghetto in cui mi trovo, lo champagne rosé mi accoglie festoso e mi accompagna solerte all’ ingresso del Louis XV.
Sorrisi e calore umano sono i primi piatti che assaggio: mi paiono di ottima qualità e nota tecnica per i golosi non sono affettati ma serviti nature.
Il maitre Michele, mio quasi concittadino e faccia da Sopranos sempre sorridente, indica il tavolo e tutto ha inizio. Lettura del menu’. Comanda. Vino.
Il tempo di finire un calice di champagne rosè, che piacevolmente si fa ritrovare anche all’interno del ristorante, mi separa dalla prima sorpresa : visita alla cucina. Piccola per quello che immaginavo, sublime per come si presenta; un formicaio popolato da cuochi candidi e silenti, le cucine per me sono covi di pirati e farabutti geniali non sacrestie benedettine all’ora dei vespri. Impressionante.
Uscendo dalla cucina, anche una rapida visita alla Cantina del giorno, poco soddisfacente per il voyeur, colma di meraviglie per il sognatore informato.
A tavola, quando arriva il famoso pinzimonio come benvenuto della cucina, mi rendo conto che non di Benedettini si tratta ma di Certosini tanta è la precisione e la cura con cui è stato composto. Accompagnato da una salsa a base di olive Taggiasche molto buona da una prima idea di quanto valga quel 40 % di tecnica che secondo Ducasse compone un piatto.
Vengono serviti due piatti che ampliano il concetto: verdure di stagione al tartufo nero e cocotte di frutta e verdura al succo di moscato alsaziano. 

Piatti semplici nel concetto ma che la tecnica trasforma in grandi piatti. La cottura di ogni ingrediente è perfetta e lascia ad ogni verdura la giusta consistenza e il giusto sapore. 

Equilibrio perfetto in entrambi e golosità inattesa per dei piatti vegetariani. Il piatto seguente parla del 60% riservato all’ingrediente nella Ducassiana filosofia: capesante arrosto con salsa di leviche e tartufo(ne) bianco di Alba. Strepitosi sia le capesante che il tartufo. Non lo fossero il piatto non avrebbe senso anche a fronte della cottura perfetta.
Poi un riassuntino per fissare le idee con furtivo assaggio dal piatto di un commensale: astice al forno glassato con i suoi succhi, funghi porcini prosciutto e marmellata di pomodori porcini e maggiorana.  Meglio di un bignami.

Il classico piccione con il foie gras grigliato smorza parecchio la mia avversione per il volatile, la cottura come al solito perfetta e la dolcezza mitigata dal passaggio amaricante sulla griglia sono indiscussi protagonisti.
E’ l’ora della lepre. Il piatto di lepre di cui ho sempre sentito parlare. Il piatto del viaggio che mille volte ho immaginato. E’ davanti a me, è bellissimo, è invitante ma mi trattengo un attimo, voglio godermelo questo attimo. Penso che quando racconterò l’esperienza sarà questo attimo che terrò per me, l’attimo che la passione per la cucina ti riserva raramente, il cui racconto attira sguardi compassionevoli da parte dell’ ignaro interlocutore che non capisce perché tu faccia tanta strada per andare a mangiare quando al ristorantino all’angolo servono un menu’ completo a nove euro e cinquanta. 

Ora mi rendo conto che l’ho colto ed è mio, non mi importa più: l’ho raccontato. E’ il miglior piatto che io abbia mai mangiato. Non che ne abbia mangiati tantissimi ma così è. Per me non è poco. Ricorderò sempre quella salsa così scura e lucida da sembrar cioccolato, forte ed elegante allo stesso tempo che accompagna in maniera quasi simbiotica il cilindro di lepre farcito di foie gras . Piatto saturante nel senso più lato del termine.

Il babà al rhum finale l’assaggio per dovere di cronaca ma il palato pensa ad altro.
La sorpresa finale.
Credo che il maitre durante la cena mi abbia sentito raccontare di un occasione in cui con altri crapuloni mangiammo del Beaufort buonissimo abbinato a Chateau Chalon e della difficoltà di reperirne di altrettanto buono infatti come pre dessert ne ha fatto servire un assaggio con del Comtè Vieux ma al momento di andar via, insieme agli omaggi biscottati per le signore mi consegna un sacchetto con la carta dei vini del ristorante (sorpresa) e un tocco gigante di Beaufort (sorpresona) per profumare la valigia nel viaggio di ritorno.
Lungo la mia via ho una nuova pietra miliare."

*Commento che è diventato testo e testimonianza by Breg. Foto gdf

* il commento fu pubblicato a suo tempo su PassioneGourmet


lunedì 5 novembre 2012

La nascita di un sommelier


 - by breg -

Avevo dormito poco. Ancora. Avevo dormito molto poco. Non per  il caldo a volte soffocante del piumone e nemmeno per il freddo che vigliacco entrava come un ladro dal maledetto spiffero della finestra.

Il caffè aveva momentaneamente rimesso tutto sui tranquilli binari dell’ insopportabile normalità, solo quel senso di inquietudine. Ecco. La causa della ennesima nottataccia. Ma perché? Non era mai successo.

Non ricordavo da quando questo senso di inquietudine, così lo definivo, era mio inspiegabile compagno e mi faceva sentire seguito, spiato nel mio quotidiano, così che anche al sorriso più sincero mi sembrava mancasse qualcosa.

Mi interessava sempre meno scovare quella luce che ogni giorno cercavo negli occhi della mia compagna e che mi faceva sentire vivo. Preferivo star da solo nella pausa pranzo, le chiacchiere infastidivano quel parassita che mi portavo dietro e lo costringevano ad alzare la voce per farsi sentire meglio. Preferivo stare da solo. Anche la luce gli dava noia, che palle. 



Quindi il massimo era stare da solo e al buio.

Quando era successo? Anche ripensandoci non riuscivo a venirne a capo, non riuscivo a identificare il momento esatto in cui mi ero imbattuto per la prima volta in quel freddo compagno di viaggio che si faceva trasportare ovunque andassi. Pesava il parassita. Faticavo a portarlo in giro e con il passare del tempo pesava sempre di più, quindi preferivo stare fermo. Solo, fermo,al buio.
E la vita? Che si fottano tutti.

Ma tutto girava veloce, pieno di luce  ed era necessario essere sempre presente. E allora stavi sempre sulla giostra cercando di mostrare i denti, che il sorriso ti dava pena pure pensarlo. A tutti , adorabile compagna, chiassosi amici, colleghi impegnati nell’ up or out, mostravi i denti e a loro andava bene così. Ti capitavano, innocenti e assassini insieme, gli inviti a cena. 

Era uno sforzo titanico vestirsi , il mio sasso appeso all’anima, l’esigente simbionte che era diventato non gradiva che io avessi attenzioni per altro che non fosse lui medesimo, figurarsi pensare di passare una serata a casa di amici. Ma la giostra girava e girava. Di ritorno dal mio sfavillante posto di lavoro, stremato, annullato dalla fatica di fingere, ero entrato nell’ enoteca. Il mio posto del cuore mi lasciava ormai indifferente e le bottiglie schierate per l’adescamento erano un confuso sovrapporsi di grigi contenitori di liquido. Le storie , gli aneddoti, la cultura che mi avevano sempre affascinato erano scomparse. Un bottiglia per la stramaledetta cena e poi finalmente sarei potuto andar via. Sorpresa, un ricordo. Una sera con il bicchiere in mano di fronte ad una figura indistinta.

“ Che vino vorresti bere prima di morire?”
La bottiglia era li ben in alto sullo scaffale, che in basso hanno tendenza a sparire mi aveva raccontato l’ enotecario.

“Prendo quella” .
Faceva freddo sulla banchina, lo vedevo nei gesti di chi mi stava intorno. Io non lo sentivo, ciò che avevo dentro era peggio. Dieci minuti di attesa. Mi ero seduto, avevo la nausea. Avevo la bottiglia. Avevo l’ospite stranamente eccitato. Scarto la bottiglia. Guardo. Krug, Rosè, Brut, Epernay, France, NM, quei rametti che non mi sono mai piaciuti chissà perché. Stappo? Guardo. Vedo. Krug, Rosè. Stappo. Il sangue mi frizza, lo stronzo si diverte, cuore a mille. Mi devo alzare o svengo. Non sento più nulla, nessun rumore, nessun pensiero,nessun profumo, nulla. Bevo? Bevo, come beve chi non berrà più. Sento le bollicine frizzare nel colletto della camicia non in bocca. Spostamento d’ aria, linea gialla , 20 secondi, bevo.

Ritorna l’audio fortissimo, sento distintamente l’odore di ruggine delle rotaie e ancora più forte quello dei mozziconi di sigaretta a terra e quello paralizzante del cuoio della valigetta che porto a tracolla, regalo della mia adorata, come un pugno sul naso e il treno che fischia. Il treno è fermo. Io no. Tremo. E le lacrime scendono silenziose ed invadenti senza ritegno fino agli angoli della bocca. Accade quello che non dimenticherò mai e tuttora  rivivo in sogno. Una signora, capelli argento e guance rosse, si avvicina e mi accarezza la guancia. Si bagna la mano ma non si scompone. Ha capito e trema anche lei ma sale sul treno silenziosa.

Avevo ancora la bottiglia in mano quando decisi di non tornare mai più alla mia vita precedente. L’argentea levatrice mi aveva accolto nella mia nuova vita che necessariamente doveva avere a che fare con il vino, unica passione sopravvissuta di una vita soffocante schiacciata sotto un treno.





- breg-