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martedì 3 settembre 2013

Les Musigny


del Guardiano del Faro


Il ragazzo, a frammenti mentali e singhiozzi verbali, cercava di capire qualche cosa in più di quel piccolo grande mondo. Capire più chiaramente di che cosa stesse parlando quell’uomo in gessato grigio, camicia bianca e cravatta blu; così elegante, così ben pettinato, così sicuro di se stesso. Il padrone di casa citava con impeccabile pronuncia parigina una serie di nomi e di termini che dovevano secondo lui corrispondere ai migliori vini di Francia.



Il padrone della grande casa sembrava più svizzero che italiano, perché parlava implacabilmente in tedesco, in inglese, in italiano e in francese, applicando la medesima disinvolta certezza dogmatica di fronte ai molti e diversi clienti provenienti da mezza Europa. E tutti sembravano capirlo, più del ragazzo italiano.



Di fronte a tale autorevolezza il ragazzo per un momento fu tentato dal lasciare le scelte in mano al Maestro, ma poi, posto di fianco, si accorse con la coda dell'occhio che la giovane ragazza che lo accompagnava lo stava fissando con ammirazione e aspettative alte. Fu in quel momento che decise di non deluderla, ma di giocarsela sporca, bluffando clamorosamente.



Prese in mano con decisione quell’enorme volume che conteneva lo scibile enologico mondiale cercando di ricordarsi qualche parola, qualche nome, qualche termine che fosse il più possibile evocativo. Qualcosa di già sentito ma che non fosse troppo banale.  Tutti gli Chateaux già  gli apparivano un poco scontati; invece in quel locale non lo erano assolutamente, ma si giustificò dicendo che quelli ce li avevano già tutti in carta.



La divisione per comuni della Borgogna sembrava la più interessante, perché i nomi delle località erano quasi tutti doppi, quindi nobili: Gevrey Chambertin, Vosne Romanée, Puligny Montrachet, Chambolle Musigny, Aloxe Corton, Pernand Vergelesses. Poi c’erano anche dei vini che non portavano neppure il nome dei villaggi dove venivano prodotti. Quindi, immaginava, ancora più rari e prerogativa degli appassionati più informati, più colti, più snob. Perfetti per il bluff, per fare il botto!



E li i termini si alzavano di fascino e di promesse: Le Richebourg, Le Montrachet, La Tache, Le Musigny. Con l'articolo davanti? Che figata! Musigny? Curioso questo nome, che non ti pone neppure il solito problema di arrotare una R alla francese fino a grattugiarti la laringe. E poi, guarda un po' ; se lo vuoi, a parte il prezzo abrasivo anche se senza R, lo puoi avere sia bianco che rosso, invece gli altri no.


Il ragazzo cominciò a ragionare partendo dai piani alti della Borgogna attraverso un vino bianco e uno rosso, come in osteria, ma denominati Musigny. Invece dei piani alti arrivò alla terrazza dell’attico, e da lì sopra decise che il mondo era più bello visto dall’alto, fosse pure stato un grattacielo, un condominio, una montagna, o un faro.  Immediatamente apparvero,quasi d’incanto, quattro grandi e finissimi bicchieri a forma di goccia rovesciata. Si chiamavano Riedel Willsberger spiegò il formidabile anfitrione poliglotta.


"Mesdames et Messieurs les bienvenus dans un monde parallèle, un monde d'exotisme bourguignonne."


Tornando sul pianeta Terra, il viaggio nell’esotismo di un Musigny, rimane impresso più di tante fotografie o cartoline scattate o comprate durante un lungo viaggio attraverso i terroir  di Francia. Il punto di partenza per capirne il fascino misterioso dovrebbe essere costituito dalla visita dell’appezzamento di terreno di 10,7 ettari che riposa sul lato sud del comune di Chambolle Musigny fino a piombare sui margini del muro che lo separa da Clos de Vougeot, partendo dalla terrazza rocciosa e calcarea che occupa.



Ma essendo già seduto a tavola e non sapendo neppure come fosse fatto questo vigneto né conoscendone i migliori produttori mi accontentai di una lezione sommaria, che come tutte le lezioni di vino, andrebbero prese con un bicchiere in mano.

Negli anni ’80, i produttori più noti in Italia erano il Domaine Comte Georges de Vogue, Joseph Drouhin e Louis Jadot, in un mix identificativo vago, tra viticultori e negozianti. In seguito acquisirono progressiva notorietà altri, che diventarono i tre migliori produttori di Musigny; e cioè Georges Roumier, Leroy e Jacques Frederic Mugnier, con un occhio d'attenzione a quel fenomeno (ma non sempre regolare) che si chiama Dominique Laurent.


Per cominciare a capire andavano benissimo in quegli anni i vini del Domaine Vogue, anche perché è il proprietario di tre quarti dell’appezzamento, e quindi, per rintracciabilità e prezzo rappresentava la migliore soluzione. Inoltre, chicca rarissima, il medesimo Domaine aveva piantato nel grand cru Musigny anche uno 0,66 ettari di chardonnay a spezzare il monopolio del pinot noir, da cui ricavare alcuni tra i migliori vini di questa vita. Il Musigny Blanc 1982 e 1985 per esempio, di una ricchezza pari ad un Montrachet, ma con una freschezza espressiva ed una finezza superiore, corredato da quella vena esotica data dal terreno che ti fa l’effetto dello strabismo di Venere. Portare al ristorante una bella ragazza con gli occhi vagamente divaricati mi ha sempre intrigato. Dopo due Musigny, l'effetto divaricato si dilata per una mezzora, poi si ricompone.


Siccome le vigne vennero –diversi anni dopo- strappate e ripiantate con nuove, quei vini irripetibili degli anni ’80 e in parte ’90 non sono ancora stati ripristinati da produzioni più recenti, e quindi volendo tentare oggi di provare l’emozione sarà necessario sborsare almeno un migliaio di euro per un Musigny Blanc de Vogue 1983, 1985, 1989, mentre l’ultima annata definita grande dagli esperti è la 1998.

Il primo Musigny en rouge che il Maestro mi fece provare fu invece dell’annata 1978. Chi ha in mente la tabella delle quotazioni dei millesimi capirà che era difficile capitare meglio di così. Sarebbe come bere oggi, o tra qualche anno, un Grand Cru della Cote de Nuits del 2005.

Poco sensibile al fascino dei vini dei Domaine che mixavano le attività di Proprietari e di Negociant, spesi poco tempo e denaro sulle produzioni di Jadot, Drouhin e Prieur (comunque interessanti nelle grandi annate), mentre affioravano le tre minuscole produzioni di quelli che oggi sono considerati i migliori Musigny, e cioè Leroy, Roumier e Mugnier.

Tutti molto in alto nelle classifiche, en rouge naturalmente, perché il Musigny Blanc va oltre ogni normalità, e oltre ogni classifica. Non c'è un cz da fare, certe cose non si possono neppure immaginare di replicare. Neanche il milionario cinese che si è lamentato con il suo agente di viaggio per l'albergo prenotato per suo conto a Parigi riuscirebbe a comprare un Musigny blanc 1982, 1985, 1989, e berlo nelle condizioni migliori. Potrebbe aspettare che gliene producano uno più recente, come rimodernare quell'albergo sgradito, il Ritz e tutta Place Vendome, un piccolo quadro storico che gli è parso così scandalosamente vecchio in rapporto al prezzo richiesto.

gdf



mercoledì 4 maggio 2011

Pinot Blanc en Cote de Nuits ? Oui, bien sure...

- gdf 2011 -


Sono rari i casi come questo in Cote de Nuits, dove il 99% dei terreni vitati, sono coltivati a Pinot Noir e non Pinot Blanc. Vero che esistono altre note eccezioni, come il Musigny blanc di Vogue, ma in quel caso si tratta di chardonnay, non di Pinot Blanc . Una volta domandai spiegazioni ad un esperto, uno studioso di quei luoghi misteriosi che tanto appassionano quanto fanno impazzire i neofiti, che mai riescono ad agganciarsi ad un certezza ché immediatamente si trovano di fronte ad una eccezione opposta. L'uomo, parecchio addentro ad i fatti Borgogna mi rispose sommessamente e a voce bassa "... si tratta di una caso di impollinazione retrograda inversa..." lo disse come si trattasse di una malattia incurabile, invece il tono era relativo alla ristretta produzione confidenziale di una micro categoria di vini a cui è molto affezionato. In quell'occasione si faceva riferimento alla piccola parcella di Nuits St.Georges di Henry Gouges, La Perriere, mentre a ben guardare non sono pochi i produttori che hanno in repertorio questa curiosa variante al solito Pinot Noir. Penso al Domaine de l'Arlot o a J.F.Mugnier per citare due tra i più noti e nobili nomi di quel comune. Non poteva però mancare la versione del nostro amico Philippe, che non sempre mi ha convinto nelle sue vinificazioni in bianco, mentre in questo caso devo dire che su questo 2009 ci ha preso proprio bene. Il colore è già bellissimo e cristallino. Un paglierino chiaro con riflessi verdini di gioventù che scorre rapidissimo e leggero nel bicchiere. Porta fresche sensazioni di fiori e frutta bianca ( pesca ) e mandorla fresca. Molto diverso quindi da uno chardonnay, piuttosto virile direi, per nulla sdolcinato, dotato di un nerbo e di una nobile verticalità, un bianco in drop lungo. Le bottiglie sono pochine, credo attorno alle 1000-1300 ricavate da una parcella di o,25 ha. Il prezzo non proprio da vino per tutti i giorni, come è giusto che sia per una rarità, ma il gusto e la curiosità di provarlo sono stati ben ripagati. -gdf-