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giovedì 8 agosto 2013

Leroy D’Auvenay 2003 | Bianco o Rosso?


gdf+Fabrizio Nobili


Il decimo anniversario dalla tragedia è prossimo. Con il compimento della seconda metà di agosto il secondo lustro avrà chiuso il suo cerchio sulla maledizione della canicule 2003. Era dai tempi in cui gli pterosauri smisero di nidificare sui campanili di Meursault e Gevrey Chambertin che i Villani della Cote d’Or non registravano sui loro pallottolieri 15 giornate consecutive ad una temperatura superiore ai 40 gradi.

Non erano in vacanza in Mesopotamia, ma i più, per prudenza, si limitarono al Languedoc. In fretta e furia furono costretti dagli eventi meteo a posare il bicchiere di Mas de Dumas Gassac sul tavolino e a portar via le palle infiammate dalla sabbia rovente della spiaggia di Montpellier per correre ad affittare qualche camioncino termo condizionato a Lyon. Suonarono qua e là, ma quasi nessuno rispose; in Cote Rotie erano felici di poter festeggiare l’evento. 6-0 6-0 6-0  ai fighetti del pinot noir! Finalmente. Allora i Villani del pinot noir salirono più a nord, ma a metà agosto erano quasi tutti chiusi anche i rent à car di Dijon, figuriamoci i rent à camion avec frigidaire.

Qualcuno ce la fece, qualcuno no. La selezione  delle specie fu spietata. L’uva Darwin qualcuno la colse, e qualcuno invece la raccolse. La produzione si dimezzò. Qualcuno fece del vino, bianco o rosso, mentre altri fecero della confiture de mirabelle o della creme de cassis. Le chardonnay confit e le pinot roti erano comunque finiti in bottiglia e pronti ad essere venduti al doppio del prezzo della straordinaria annata precedente: la 2002, eccellente sui due colori. Due categorie di persone ci rimisero parecchio: gli ottimisti che pagarono quei vini il doppio e i produttori di vetri a forma di bottiglia borgognona, che ne vendettero la metà.


Ma Notre Dame aveva o non aveva l’arma segreta? Mandò i cagnolini in perlustrazione in vigna  oppure no? Sicuramente Bettina (e le altre impiegate) stavano sotto la doccia ( eh! ), ma Lei, che l’anno dopo si dimostrò umana non riuscendo a venire a capo della disastrosa annata 2004 (en rouge) sarà riuscita almeno al Domaine D’Auvenay a portare in cantina qualche cosa da lasciare in eredità alle prossime dieci generazioni a perenne memoria enologica? Annata illogica, focosa, furibonda e furiosa.

Mi sembra di stare su Kazzenger, ma adesso atterriamo. Perché Fabrizio Nobili (te lo ripeto caro il mio utente distratto), è uno dei più grandi nasi mai apparsi sul web; dicevo, il Nobili mi manda i suoi rilievi sul bianco, su un Meursault Narvaux 2003 esaminato al coroner di Meda. Si tratta di un vino prodotto in 1704 esemplari, quando la normalità è il doppio (la grandissima 1999 in 3597 esemplari per esempio), mentre a distanza di tre giorni a me è toccato di bere un 2003 in rosso, perché la bottiglia era trafilata.

Lo fa a volte, non spesso ma talvolta ammicca, fa così quando vuole essere bevuta prematura. Ti fa l’occhiolino e si fa scappare la goccina fuori. E tu che fai? Non la vai a leccare? Io, no, io non la vado a leccare. Io me la bevo, facendo finta di essermi fatto prendere dal panico. Intanto il Meursault.



Non si può perdere l'occasione, "non s'ha da fare"!
l'occasione di degustare nelle migliori condizioni possibili un vino importante, prodotto da un mito dell'enologia mondiale qual'è Mme Leroy, in un'annata più unica che rara e dalla giusta maturazione, al fine di testare e se del caso, mettere in discussione le proprie capacità di degustatore.

Bisogna innanzi tutto tener conto che "Nostra Signora del pinot noir e dello chardonnay" è una biodinamica convinta ed indefessa, che ha come primo obbiettivo quello di esaltare le caratteristiche di quello che la materia prima gli offre. La cura amorevole e maniacale dei vigneti, l'esperienza che non ha paragoni in cantina, sono elementi che dobbiamo necessariamente prendere in considerazione nella fase di assaggio di qualsiasi vino sia stato prodotto da Lei.

L'annata in questione (la 2003) non ha avuto termini di confronto negli ultimi 200 anni, nessuna annata registrata è mai stata così calda e non solo in Borgogna; pensare altresì che l'annata 2004 è stata esattamente l'opposto permette poi di comprendere quali siano le effettive difficoltà di questo mestiere.

Questi estremi mi hanno portato alla conclusione che le annate fresche ed umide vadano degustate dopo parecchi anni e da persone in età giovanile mentre le annate calde vadano consumate senza troppo invecchiamento e da persone di età matura.

Il Meursault in questione ha un colore giallo dorato brillante compatto ed intenso, al naso esprime una notevole personalità che rispecchia il village ma anche una forte componente alcolica coerente con l'annata. Profumi di caramella d'orzo, fiori gialli, cera d'api e burro sono semplicemente la conseguenza della calura che ha accompagnato la maturazione dell'uva. 

In bocca si esprime con notevole corposità e concentrazione ed una evidente mancanza di acidità, una complessità limitata ma una persistenza decisamente lunga dovute all'andamento climatico nell'estate del 2003.

Un vino che soddisfa chi per ragioni proprie ha bisogno di provare più soddisfazione palatali che olfattive. f.n.




Le considerazioni si fanno il giorno dopo. Specialmente se insieme al pezzo da 90 hai bevuto tante altre cose che hanno lasciato il segno; un buon segno. La mia verifica ultima la posso fare solo il giorno dopo, ascoltando la mia lingua, il mio palato, il mio cervello. 

Perché se quella sensazione forte di incenso, china e amarena prosciugata resiste fino al mattino successivo vuol dire che (anche stavolta) ci siamo. La prova del nove è quella. Quella sensazione che da pivello mi sorprendeva, alle prese con le prime bottiglie DRC gerenza Leroy, quelle degli anni '70 e '80. Quando al risveglio nessun caffè o tè era in grado di scacciare dal palato un vino rosso di Notre Dame.

E' successo di nuovo, con un sorprendente 2003. A questo punto mi sembra giusto citare un'osservazione che ho colto dal Forum del Gambero Rosso, dove un utente che non conosco personalmente (tale davidef) dice a proposito del mio libro sui vini francesi: "costa troppo caro, è scritto con caratteri cubitali ed una impaginazione che presumo serva a far volume, è troppo Borgognocentrico"

E si caro mio, hai proprio ragione, la Borgogna è un po' così, certe cose si pagano, così te le ricordi, ma non solo per il prezzo elevato o perché l'etichetta è stata scritta in grande. Te lo ricordi benissimo anche il giorno dopo, e senza prendere nessun appunto, perché quel colore rubino scarso perso in una trama rarefatta da sembrare un succo di melograno annacquato non si può dimenticare. Non può non sorprendere quando altrove vedi colori più vicino al catrame che al ribes.

Perché il primo giro di naso è stato come entrare in un'Abbazia Cistercense, e uscendone e rientrandone, in una Chiesa Gotica. Con il terzo giro sono entrato a occhi chiusi in una Moschea. Questo trip me lo sono provocato con due dita di questo Bonnes Mares, dalla Borgogna, attraversando l'Italia e finendo  a Samarcanda.

Queste cose è giusto pagarle caro davidef. La Grande Borgogna, in questo caso in versione esotica, non è per tutti. Anche avendo i soldi per potersela permettere. La persistenza di un certo modo di fare e di pensare non può far altro al cervello che provocarti la malattia del Borgognocentrismo. 


gdf + Fabrizio Nobili

mercoledì 26 dicembre 2012

Ci faremo le prugne cotte



- gdf 2013 -

Tanto sa già di suo di prugne confit e di cannella. Risparmiamo anche sulla speziatura o zucchero e saremo comunque sicuri che farà effetto.  Pensate che incubo. Trovarsi in fondo alla cantina una cassetta intera e intonsa di questa roba qui, di un grand cru di Corton 2003! L’annata tropicale, quella dei over 40 per 15 giorni, anche in Borgogna. Ma una speranza c’era guardando dove si trova questa vigna sulla tavolozza delle parcelle della Montagna di Corton. Giusto a contatto con il limite massimo di altitudine, dove comincia il bosco, a fianco delle parcelle più alte anche per lo Chardonnay, per i Corton Charlemagne grand cru.


Il produttore non è di primissima fascia, però è così bella quella casa che tutti conoscono,  che tutti hanno visto percorrendo il tratto di Route National che coincide approssimativamente con la fine della Cote de Beaune e  l’inizio de La Cote des Nuits. E anche il fascino e l'allure di luoghi e belle donne non è da tralasciare quando si fanno delle scelte.


Però no, dai, così non va: niente da fare con questa. A distanza di quasi dieci anni dentro questa bottiglia c’è un liquido dal colore rubino cupo con riflessi appena mattonati, che non sarebbe un cattivo segnale, ma cominciando ad avvicinarsi con le narici si rivela essere una cosa che potrebbe somigliare ad un Montepulciano d’Abruzzo di annata calda e di produttore di seconda o terza fascia. Con tutto il rispetto per il Montepulciano, ma qui di pinot noir di Borgogna c’è rimasto veramente poco. Alcool che spinge ancora sui 14 gradi, acidità in fase di spegnimento, tannino morbido, confettura di prugne alla cannella. Fosse un Cote Rotie, forse, ma invece è un Pinot Rotie, e allora facciamolo bollire con le prugne e svuotiamo la cassetta. Così si che farà effetto. Un amico nel momento del bisogno.