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lunedì 19 settembre 2016

Altissimo Berton


del Guardiano del Faro




Allegria! A pochi passi dal faro gli hanno dedicato una statua bronzea, mentre qui a Milano ci indica la via, una di quelle che più amava annunciarci: Sempre più in alto! Non è il Cervino, non berremo grappa ma abbiamo almeno scavalcato il Poggio a calici di Champagne. E' stata come una Milano-Sanremo, insieme ad un amico ritrovato sulle strade della Classica. Adesso, come Moser '84, sono sicuro che non mi prenderete più da qui fino al traguardo.


Altissimi i grattacieli -almeno per i miei euro parametri- altissimo lo chef e quasi di conseguenza molto alta anche la cucina che ho incontrato qui, dove i bambini della mia generazione venivano a giocare nel verde, quelli che ora rimpiangeranno  il profumo di quel parco giochi immerso nel verde pallido e dello smog nebbioso, della caotica circonvallazione interna, così come i gusti artificiali del gelato. Caspiterina, sembra un rigurgito di Via Gluck, che è li dietro, ma non glielo far notare ad un milanese, perché ogni cosa che non è proprio li è dall'altra parte della città.


Insegna davanti e ingresso di dietro. Chissà come si divertono da dentro guardando fuori. Da fuori non vedi niente mentre da dentro noti parecchio, per esempio gruppi di coreani che si sgranchiscono le ossa con esercizi ginnici insieme a coreane piccine ma haute de gamme. Discutono animatamente, forse nel dubbio che ...  l'essesette resisterà all'acqua? (sta diluviando) ... prenderà veramente fuoco al solo contatto con le dita? o si liquiferà in Borsa?

Niente spazi all'aperto qui fuori, per nessun locale. L'agorà si spegne così facendo, perché chi passa lo fa solo per dovere e raramente per piacere. Ma perché? Perché i molti metri quadri disponibili non sono comunali ma bensì condominiali. Ci vorrà un palazzetto dell sport, dove convocare una riunione manicomiale -pardon- condominiale, che deliberi la possibilità di affittare gli spazi all'aperto agli esercizi pubblici.


Dentro è proprio Milano dentro con un plus d'architettura e di design non solo dimostrativo ma perfino confortevole. Funziona bene l'illuminazione, che si accorda finalmente con la studiata acustica.

Non sento il bisogno delle tovaglie, ma l'abbinata di gusto con il tavolo spiovente riporta spesso lo sguardo a terra, dove il saltellìo delle posate cadute invita a guardare oltre il piatto.


Poltroncine di una comodità e di un'eleganza rara. Bicchieri intelligenti e vasellame chiaro e utile, funzionale a ciò che conterrà. Non il solito minimalismo freddo. Qualche cosa che parla l'italiano a Milano, che è già tanta roba.


Fiori pochi ma spunta il giglio. Lorenzo Sica, maitre maggiordono modellatosi in alcuni dei migliori Relais & Chateaux italiani, conosciuto in alta (pure quella) montagna. Non era il Cervino, ma il Gran Paradiso a fare da riferimento, in uno dei più buoni e più belli alberghi delle Alpi, il Bellevue di Cogne.


Per lui l'aperitivo è qua come là., dove l'accento va. Billecart rosè. Cos'altro? Torniamo un attimo a COGNE Lorenzo? L'unica differenza è nel look del salernitano che sa stare nel mondo valdostano e milanese con la medesima classe, con competenza e sapendo lasciarsi scivolare addosso dal completo i rilievi -alla fine irrilevanti- di una bella giornata, dove, ritrovando un giovane grande uomo di sala al servizio e un vecchio amico al tavolo ho ritrovato anche un pezzo di Milano-Sanremo di nuovo partita.


Posso fare qualche foto Lorenzo? Giuro di non disturbare, nessuno, neppure lo chef. Grazie. Guarda qua questo scrigno dorato dove immagino modelle come al Trussardi, ma che devono forzatamente avvicinarsi a forme più curvy, perché qui i piatti, i brodi e le salse di Berton rappresentano colorate rotondità, sotto i grattacieli acuti.

Il pesce, in senso lato, mi piace molto perché arriva dall'Adriatico, mare basso ma sapido, conciso e chiuso, e neppure distante. Non capisco invece l'ostinazione verso Mazara. La Milano - Sanremo ? Santa Margherita? Sono gamberi da sprint e di freschezza molto più immediata. Il food cost qui non dovrebbe essere una preoccupazione, così come il prezzo mensile da pagare ai 17 in cucina e ai 7 in sala. Impeccabili.


Gli oggetti di sala e di tavola, questi arrivati da Bisceglie, efficaci.  Alcuni perfino geniali, come quelli che contengono amuse bouche e piccola pasticceria, che non sfuggono ne' agli occhi ne' alle dita, collocati in maniera da non confondere ne' i sapori ne' le idee di chi li ha immaginati, fruibili con facilità. Visti, valorizzati, mangiati



Son et lumière. Tutto a posto. L'illuminazione e l'insonorizzazione. I punti deboli di molti locali ambiziosi qui non si sentono e non si vedono. Si vede e si sente il giusto di un ristorante, dove la distanza di sicurezza non deve essere così distante dalla realtà ma solo accennata, se no come fai a mettere il naso sullo splendido soufflè che non hai ordinato?


Il muro nasconde "il segreto", come in alcuni nobili mobili degli anni in cui era importante tutelarsi, Gli oggetti in quel caso, in casa o in ufficio. La riservatezza si può esibire in pubblico, volendo esserci ma senza farsi vedere.

Togliete la batteria dal Samsung però.


Tecnologia, si, ma. Capisco. Bello, bravi, complimenti per l'impegno, si, ma, per carità,  non è bello criticare la tecnologia, quella che non prende fuoco e resiste all'acqua.  Ancora più importante se si tratta di vini. Grandi vini da Berton. Si, ma ridatemi la carta dei vini su una carta buona che profumi di carta e di inchiostro da calamaio, perfino macchiata di gocce di calamaro, di pinot nero e di chardonnay.


Da qui in poi è tutto in discesa fino alla salita del Poggio da Via Mike Bongiorno alla statua di Mike Bongiorno. Lunghezza, Profondità, Finezza, leggerezza, concentrazione, allineamenti, abbinamenti, freschezze, sapidità, acidità, croccantezze, distrazioni preziose.

36 piatti diversi in carta o a menù, da scegliere nei menù  -estrapolando- piuttosto che, appunto dalla duttile carta; o ancora richiedendo un menù sartoriale, come questo, che è stato pensato dall'alto da uno dei pivot della cucina italiana contemporanea, Andrea Berton

Ricami di cristallo, croccanti, dolci, sapidi
Questi declinati su temi caseari, da un'idea di Caprese ad una sottile sfera di Parmigiano


Canestrelli e liquirizia


Dettaglio su questo pane sfogliato alle olive taggiasche

Primo abbinamento con questa morbida e profumata Malvasia secca dal Collio

Brodo di granciporro al lemongrass, indivia belga e brunoise di verdure


Etichetta complicata per un vino asciutto, secco e verticale.Verdicchio assai adeguato ai piatti di pesce

Tracce del famoso menù dei brodi a cui si alternano infusioni diverse ...

Raviolini all'aglio, olio e peperoncino (ben piccanti) con brodo di cicale e crostino di cicala
Sfoglie di meluzzo in brodo di prosciutto crudo, rapanelli e pane al prezzemolo

Questo per le carni, assai rotondo ed esuberante

Spalla d'agnello da latte ai porri e aglio nero ... salse perfette  e inserite in quantità finalmente opportuna 

E chiudiamo la prima parte del menù "personalizzato" con le animelle, iceberg, balsamico, crema di grana padano ... ciliegia.

... e brodo di vitello profumato con verbena

Tutto a posto chef ... in tempi di crisi di personale di sala qui gira tutto senza intoppi

Ottimo contrasto tra il lattico del sorbetto e la barbabietola, anche cromaticamente bellissimo

La girella di mango e tè affumicato ... che ricorda un po' il Solero

Abbinamento più che corretto, il giovane sommelier ci tiene a far bene il suo compito

L'uovo, esercizio di stile e sfoggio di tecnica

Qui non c'è nulla di banale, con particolare rilievo per i macaron e l'ultimo "cioccolatino" farcito di una ganache deliziosa. Per il resto, più sale che zucchero, risvegliando appetiti sopiti

Il clamoroso soufflè con gelato al fior di latte ...

gdf

giovedì 19 gennaio 2012

La prima alla Scala


- del Guardiano del Faro -

Questo piatto l'ho già visto. Ma dove l'ho già visto? E quando. Quanto tempo sarà passato? Mi sorprendo troppo spesso nell'associare nostalgicamente emozioni vecchie ad altre nuove, ma stavolta non serve correre molto all'indietro per ritrovare la tesserina giusta da inserire nel mosaico. Pur se parzialmente stordito da una vertiginosa verticale di Martini cocktail sui Navigli e  riconfermato nello stato mentale da un'altrettanto stordita che mi passa piacevolmente sui piedi al ricevimento di un albergo del centro riesco comunque a completare il parallelismo, che però si limitirà al solo piatto segnaposto. Camera 514 mi viene suggerito, informazione che mi farà dimenticare il numero della mia, ma poco importa, ci sarà tempo per pensare al seguito. Intanto c'è da cercare il secondo piatto uguale. Prima rovistando nei cassetti della memoria e poi ritrovando addirittura la scheda immagini di una noiosa serata Catalana. Ed eccolo finalmente uscire fuori l'altro piatto uguale, è qui:

Eccolo il piatto segnaposto del Sant Pau di Carme Ruscalleda, ricordo di una serata moscia e sdolcinata, profondamente connotata dal formalismo e dal senso estetico. Più o meno quello che secondo il gusto degli altri avrei potuto trovare anche al Trussardi alla Scala. Questo, che insieme alle frequentazioni sempre meno frequenti della capitale milanese da quando mi sono trasferito una decina d'anni fa sul faro bretone mi aveva tolto la volontà di salire al primo piano invece di fermarmi al piano basso a sorseggiare l'ennesimo Martini in mezzo a  eccellente materia prima di ogni provenienza. Secondo il gusto degli altri qui mancherebbe quel qualcosa che avrebbe fatto la differenza, commenti dolci e soavi, quando invece sarebbe bastata una spruzzata di acidità agrumata a farmi ritrovare lo swing. Ma cercare di vedere le cose attraverso lo sguardo di un altro non è cosa molto intelligente, e allora eccomi qui.
Ma dove sono le foto dei piatti? Le foto dei piatti  non le pubblico perché non sono di mia soddisfazione e quindi non vedo perché doverle mettere ugualmente, tanto per far numero?


Solo questa, che evidenzia  bellezza ed estetica, tecnica, senso del gusto e della misura. Dalla carta è stato divertente pizzicare un coraggioso scampo alla piastra con ironica e grassa salsa rosa, riuscito contrasto amaro costruito con radice di scorzonera al tabacco e crunch laterale. Il classico "riso" alla milanese con medaglione di osso buco, dove il risotto è perfetto per consistenza, profumo, concentrazione e contrasti tra zafferano e sentori agrumati. Migliorabile la parte carnea, che se fosse stata meno magra avrebbe dato maggior importanza al tutto. Ancor meglio la raffinata preparazione dell'anatra Nantaise, dove il petto è stato cotto rosa, ricoperto di sale grosso e gentilmente passato nel cestello per la cottura al vapore. Cipollotto e taccole alla piastra per uno studiato stacco vegetale e divertente wafer farcito delle sue cosce confit. Piatto connotato da potente contenuto salino, ma a mio avviso non fastidioso. Piccola pasticceria di assoluta eccellenza mentre potrebbe sorprendere che la parte della serata dedicata all'aperitivo sia stata risolta con i colorati e croccanti snack di riso, per altro molto buoni, ma non sorretti da quello che altrove è consuetudine, e cioè un qualche pre antipasto che faccia da tramite tra la lettura del menù e l'arrivo della prima portata. Confortante invece la gentilezza e la competenza del servizio, anche se la tendenza a servire i vini più freschi della media può sorprendere. Eccellente il V.P di Egly Ouriet con sboccatura 2007, azzeccato l'abbinamento tra risotto e Barbaresco Roagna 1999 e ancor più goloso quello tra anatra Nantaise e il Vosne Romanée di Gros Freres e Soeur 2006. Ancora del Porto Colheita 1995 per una chiacchiera sul presente compiuto e i programmi futuri. Ancora un inevitabile Gin Tonic, finito di bere in cucina, seduto sopra alla fedele De Manincor insieme allo chef e alla diligente brigata. 
Grazie chef, ottima serata al Trussardi alla Scala, per un attimo ho sognato che fuori ci fosse la Madeleine o l'Operà Garnier. Lo stile, la classe, l'ambiente e la sontuosa carta dei vini con ricarichi parigini mi avevano illuso. Quasi tutti i nomi dei produttori presenti nella sequenza dei Vini Francesi del Guardiano del Faro qui li troverete, quindi quale luogo migliore dove rifugiarsi in una freddissima notte milanese?
Forse la camera 514 ? Forse.

Trussardi alla Scala
Andrea Berton
Piazza della Scala
Milano


- gdf -