giovedì 20 marzo 2014

L' Amicizia con un vino.


di Fabrizio Nobili

Diversi anni fa il ns gdf mi fece conoscere un vino; seduti al tavolo stellato di un ristorante vicino alla stazione del treno ebbi modo di sentire qualcosa che poche volte nella vita può capitare: la nascita di un'amicizia.

Sono sensazioni di facilità comunicativa ed interpretativa dei concetti e dei pensieri. Trovare riscontro positivo sempre e comunque senza falsità troppo spesso necessarie per farsi accettare da un qualsiasi “club”. Mi annoiano gli sforzi fatti per entrare a far parte di un terroir eccellente nella speranza di essere ammirati dal popolo bue.

Dovrei ascoltare di più mia moglie che sensorialmente ha più fiuto di un segugio sia che si tratti di olfatto per un vino che per un profumo umano-caratteriale. In questo caso il suo silenzio vale più di mille parole. Ascolta, raccoglie, elabora ma non giudica. Buon segno ! Nessun problema nei paraggi.

Delle volte capita che si è iscritti in un club che in questo caso è un' AOC e poi per motivi esterni (così è se vi pare) da un giorno all'altro non si fa più parte di quel club perché così è stato deciso da altri. Cos'è cambiato in seguito? Niente Eloi, niente!

Il carattere , la convinzione, la certezza di essere nel giusto non ha scalfito il terroir e la personalità, solo forse un piccolo sforzo commerciale si è reso necessario ma niente di che. Non è sufficiente chiamarsi Grand cru per essere il meglio. Molto più divertente è quando uno sconosciuto qualsiasi supera il primo della classe che ha pure la possibilità di favoritismi ( non parlo e mai parlerò di calcio ).

Avevo in cantina una decina di annate in verticale quando ebbi la fortuna di Conoscere il papà del mio amico. Fu sorpreso che un appassionato qualsiasi conoscesse il suo prodotto tanto da consigliarmi in quale sequenza sarebbe stato meglio berli negli anni a venire.

Certo che ci si potrebbe quasi scandalizzare davanti ai consigli relativi ad un banale vino che non può nemmeno fare la chaptalization come tutti i vini da tavola che non partecipano a nessun club. Niente favoritismi, lo zucchero lascialo usare a chi vuole indorare la pillola o a Mary Poppins.

Gli amici sono lo specchio dell'anima e non servono parole, bastano gli sguardi, a volte non servono neanche quelli che le risposte arrivano e sono quelle giuste.

Se somiglio in qualcosa sarà certamente per la rusticità complessiva, per l'atipicità notevole se paragonata alla materia prima da cui deriva ma è questo il bello del mio amico: non ha paura di essere se stesso.

Il suo 2000 ha un colore rubino intenso e profondo quasi denso, profumi precisi caldi e dai colori scuri che passano dal marrone al nero. l'unico riferimento paragonabile che ha un colore diverso è la balsamicità delle foglie di menta.

Grande spalla acida e persistenza lunghissima completano le banali note che anche mio figlio sarebbe in grado di scrivere se solo gli fosse permesso.

Un grazie mille al tappo che ha fatto tutto per bene nel mantenere integre le condizioni di una bottiglia che si può bere anche tra parecchi anni ma che mi è servita per ribadire che un vino con grande personalità lascia più segno di un vino tecnicamente impeccabile.


F.N.

mercoledì 19 marzo 2014

Il dubbio Aml-etico

Marco 50&50
Hanno parlato male di me, affermano che io cucini pesce decongelato

L’hai letto da qualche parte o sono frasi supposte ?

Sono supposte, COMUNQUE.

Bad news travel fast, per questo si dovrebbe sempre fare attenzione a far correre i polpastrelli sulla tastiera, cercando di ricordarsi che dall’altra parte c’è, COMUNQUE, il lavoro di diverse persone.

Se la critica viene fatta in forma privata, verbalmente e direttamente allo chef o al responsabile di sala, non credo ci sia nulla da eccepire, anzi sarebbe sbagliato non farlo, ci sta anche una mail chiarificatrice a piatti digeriti, magari non del tutto, ma sempre guardandosi negli occhi o nella tastiera senza testimoni.

Per il rispetto che devo a me stesso non faccio certo buon viso a cattivo cuoco, se me la sento dissento, nonostante altri “autorevoli riscontri” se chiediamo un risotto all’onda e ci arriva sotto forma di “mappazza”, spiaggiato con l’ultima onda, non credo si debba aspettare l’alta marea per una protesta civile.

Che sia una stella di latta, da sceriffo, marina o michelina, ho sempre risolto, se tentano di assegnarmi un tavolo improponibile, quando all’atto della prenotazione ho specificatamente chiesto un tavolo con certe caratteristiche, risolvo, se mettono erroneamente nel mio conto un piatto di rane mai ordinate e depennano con supponenza invece di scusarsi, risolvo, i miei conti tornano, al limite non ci torno io.

Se la critica, un commento, una rece, viene fatta in forma pubblica il discorso è diverso, delicato e al contempo spinoso, soprattutto da un punto di vista etico.

Chi scrive e racconta di un’esperienza fatta al ristorante, dovrebbe cercare anche di offrire un servizio pubblico che, proprio perché pubblico, necessariamente deve differire, almeno nel tono e nella forma da quello di una conversazione tra amici.

Così capita di trovarsi di fronte al dilemma, stare attenti a non screditare pubblicamente un locale e mantenere l’onestà intellettuale indispensabile sia per chi scrive che per chi legge, perché, chi poi al ristorante dopo una rece decide di andarci, possa, come dice Alba, “trovare riscontro con quanto esposto nei canali informativi”.

Il discorso abbraccia tutto il mondo enogastronomico, ma le difficoltà maggiori si riscontrano con i solidi, di più difficile digestione, quando stappiamo una bottiglia, non abbiamo certezze e, non dovesse andare bene, non proviamo alcun imbarazzo, diamo la colpa al tappo, la facciamo sostituire e superato l’incidente di percorso possiamo proseguire con il percorso gustativo.

Inoltre, davanti a noi non c’è quasi mai il produttore o l’enologo, il ristoratore facendo da interfaccia ci mette volentieri la faccia, di norma si risolve, se un vino risulta imbevibile la colpa sembra sia di un’entità, stappiamo un’altra bottiglia contenti di notare le differenze, il lavoro di un’annata rimane, come dice il Duca, nel flacone e  ci si gingilla con :
vedi quest’altro come si è evoluto in modo diverso…

Difficilmente sentiremo dire la stessa frase, soprattutto con la stessa serenità, a proposito di un risotto che non riesce a fare surf perché ha perso l’onda o a proposito di un rombo che ha perso le sue geometrie e ci viene presentato in un ammasso semibruciacchiato ed informe.

Se un piatto non funziona e risulta immangiabile il colpevole non è un’entità, è di là in cucina, è lo chef che oggi cucina per noi ma deve poter continuare a cucinare per altri perché quello è il suo lavoro.

Poche categorie di lavoratori sono così soggette a critiche pubbliche e scritte, difficilmente in rete leggeremo : ieri sono stato nella banca x, la cassiera di nome e cognome yz, ha svolto male il suo lavoro, oppure, ho comparto la frutta da Fruttolo, il proprietario alfa beta, sembrava analfabeta, ho chiesto delle pere, nel sacchetto ho trovato solo mele marce.

Per rimanere a cavallo, l’ideale sarebbe nascere cavalieri, saper glissare, saper scrivere tra le righe, anche se poi non tutti riescono a leggere, usare degli artifici colorando le lettere in modo diverso,  poter scrivere alla luce di un faretto che ci possa guidare e come i cavalieri che fecero l’impresa, dire in punta di forchetta quel che sarebbe da dire con una mazza da fabbro, ma il rispetto per il lavoro degli altri, almeno pubblicamente, deve prevalere.

Devo salutarvi, oggi ho un corso avanzato di corsivo virgolettato, speriamo funzioni anche con i mezzi toscani.

M 50&50

martedì 18 marzo 2014

Il grande naso


gdf


E’ una virtù di famiglia, vanto di questa famiglia, una dote da ostentare una volta tramutata in logo sull'etichetta dei vini Du Nemu, un grande naso che campeggia sui biglietti da visita, sulle etichette e sui cartoni ondulati da imballaggio dal grande profilo.

Un grande naso è però stato anche il motivo per cui sono partito di nuovo per la Val Nervia in un momento di crisi del Nervia, salito parecchio di livello nelle settimane scorse sotto il diabolico ponte che avvicina il vecchio a il nuovo.

Incuriosito da una querelle mediatica,  e risalito lungo la Val Nervia per conoscere Luca Dallorto, qui a Dolceacqua, per lui, per il suo Rossese, e per il fatidico Pigato della baruffa, traduzione italiana di querelle e non altro.

Luca Dallorto ( è quello da un metro e ottantacinque ) nella sua cantina


Ci sono venuto, si, ok, anche per assaggiare i suoi vini, ma come è nel mio modo di procedere, innanzitutto per conoscere –con cautela- le persone che sanno fare il vino: ché me lo spieghino, a me che non lo so fare  e che cerco solo di raccontarlo, ascoltando verità riferite e fidandomi poi delle mie emozioni e delle mie sensazioni, con il bicchiere in mano, di fronte a chi quel vino l’ha fatto o si è fatto aiutare a farlo.


Viceversa, non sono pochi sul web gli utenti convinti di aver capito tutto semplicemente mettendo il naso in un bicchiere e poi sentenziando pubblicamente cosa c’è che va o cosa non va;  ma fin qui stiamo ancora sul piano dell’opinabilità e del gusto personale di chi è convinto di avere un grande naso.

Mi piace o non mi piace è ammesso anche da (quasi) tutti i viticoltori; diverso è quando ci si permette di indovinare quale  tecniche di vinificazione abbia usato il viticoltore, che in caso di affermazione errata, potrebbe anche perdere la calma e prendere a sua volta in mano la tastiera e pigiarci sopra con una certa decisione, scrivendo nella stessa maniera, come se avesse potuto parlarci guardandolo in faccia il grande naso del giorno.


Con tastiera o con altri mezzi di congiunzione tra mente e social network, non sono pochi quelli che si sono fatti notare per affermazioni eclatanti, da Bressan a Manetti: ovvero quando un opinione diventa prima uno show e poi una notizia.

Dallorto mi è parso invece uno piuttosto schivo (se dici ligure basta che non glielo vieni a menare con discorsi strani ...) e rappresenta uno dei rari casi di persona in grado di reggere la parità di espressione sul web o dal vivo.

Sono venuto qui da Luca senza la priorità del Rossese, ma soprattuto per il suo discusso Pigato. Un Pigato buono a Dolceacqua? Ma si, e perché no, se riconosciuto tale anche da un paio di guru locali del Rossese

Luca Dallorto presenta il suo progetto di Rossese rosato metodo classico...


Il piccolo scontro verbale che mi ha incuriosito e indirizzato ancora una volta a Dolceacqua lo potrete ritrovare sul G.R. Forum, nell’ultima delle sezioni che ancora si fa notare per un encefalogramma che rivela esistenza di vita cerebrale. Per trovare i cinque messaggi di Du Nemu Vs Pippuz, dopo esservi registrati, basterà clikkare nel campo di ricerca nel sito tre termini anomali anche per il correttore di word: StraCrioMacerazione + Pippuz + Du Nemu.

Questo è il colore del vino base


Da li a qui il tragitto per me è stato breve, e con il bicchiere in mano sono uscite altre verità, che non sono state invece colte dai grandi nasi sentenzianti, perché di ghiaccio secco qui non c’è traccia, e vedendo quali sono le condizioni di spazio e di accesso alla cantina viene da chiedersi del perché sbattersi per avventurarsi in quella tecnica (subito abbandonata dopo averla dichiarata nella prima brochure), quando, superata la fase sperimentale durata il tempo di una vendemmia, si è rivelato sufficiente controllare la temperatura in fase di fermentazione per conservare la freschezza di quei profumi di fiori e frutti bianchi e gialli, originati da un altro motivo, che però non voglio svelare, se no i grandi nasi cosa avrebbero ancora da cercare in quel bicchiere di Pigato non crio macerato?




Ne volete ancora? Allora ci sarebbe quell’altro forumista che scrisse di IperSovraMaturazione a proposito di quel Rossese e che poi invece si rivelò essere… e di quell'altro che di vitigni ne sentiva almeno tre. Insomma, di materiale su questo tema non ne manca, ma intanto assaggiamoci serenamente questi vini di Luca Dallorto, per tutti, Du Nemu.



http://www.dunemu.it/


" buono, sa di more selvatiche, come deve sapere un Rossese, ma questo vino ha fatto legno, molto probabilmente legno nuovo, la senti questa vena di vaniglia? "

Si, è l'Allier, ma  non è legno nuovo, è di secondo passaggio, e solo in assemblaggio per il 20% del totale che stava in acciaio


" come fai ad affermarlo con così assoluta precisione?"

Ho chiesto, anzi, ho visto fare l'assemblaggio al produttore



gdf 12 minuti

lunedì 17 marzo 2014

Aperto quando c’è il sole


 gdf



Quando c’è il sole cambia tutto. L’energia che ti trasmette il sole e la brezza primaverile fa la differenza, e anche se lo sai e ci sei già abituato dallo scorrere degli anni, riesce sempre a sorprenderti, come la data dove cadrà la Pasqua o quando, più drammaticamente, cambierà l'ora.

Questo clima mi fa venire la voglia di uscire, anche se quando mi sono alzato dal letto troppo presto non ne avevo la minima intenzione. Anche la Formula Uno stamattina faceva meno rumore e non disturbava il sonno spostato sul divano. Ibridi elettrici col turbo ed a benzina razionata sono diventati, e se fanno minkiate gli tolgono i punti patente come a noi? Che tristezza. Io che amavo Rollerball. Gli metteranno anche la pausa riposo come ai camionisti al prossimo giro?



Il giorno di chiusura prestabilito, per un ristorante ha poco senso se non sta in città. In piccole o medie località balneari il giorno di chiusura è un concetto astratto. Le persone, i clienti, la materia prima insomma, si muove in funzione del tempo, in preda alla massima crisi di meteoropatia e sarebbe in grado di risolvere a proprio favore crisi economiche se ben assistite.

Non serve a niente che tu stia aperto di venerdì se piove. Meglio che tu chiuda e apra di lunedì se fa bello. Tanto la gente si muove su frequenze diverse dai permessi comunali, guardando il cielo e annusando l'aria. Oggi era domenica e quindi non fa testo, ma se fa bello escono poi comunque tutti insieme, e anche se di solito vanno a rotolare tutti in spiaggia, vale la pena di provarci anche se stai in seconda fila di ombrellone, che non è una seconda scelta, ma quella appena più defilata, quella che si riempie subito dopo e senza prenotazione. Quindi, se sei pronto, sarai premiato da un mantra continuo: c’è posto per due, c'è posto per due, c'è  posto per due... .


E' prevista qui, all'Acquolina di Ospedaletti, una serata con un menù a quattro mani tra Piero Bregliano e Flavio Costa. La data è il prossimo 4 aprile


Gamberi e carciofi...

Totanetti rosticciati e crema di topinambour

Ricciola, salsa di carciofi, cozze e piccole verdure


Ravioli di carciofi e maggiorana, pomodori confit e fonduta di Castelmagno


Sicilia 1 : semifreddo al pistacchio di Bronte e sorbetto cioccolato

Sicilia 2 :cassata

gdf

sabato 15 marzo 2014

Chiacchiere di Carnevale


Marco 50 & 50


Sabato grasso è appena passato, per mantenere il peso forma ed una forma accettabile, in questo periodo ho evitato di passare troppo vicino alla pasticceria dove solitamente mi fermo per un caffè, la subdola, risentita per il mio atteggiamento, per puro dispetto ha sparso aromi di dolci carnevaleschi con maggior intensità del solito.

Da quanto tempo non mangio un chilo di tortelli, dolci, fritti e ripieni di crema, da accompagnare con quattro chiacchiere tra amici e al forno. Quando gli eccessi erano la consuetudine "stavamo" meglio anche di salute, adesso basta sgarrare un attimo che arrivano messaggi vibranti, lampeggianti, sonori ad indicarci che abbiamo preso una strada sbagliata, quindi se non voglio ridurmi come un cencio, niente cenci.

Non so se sia mancanza d'affetto, l'indice glicemico che fa i capricci o l'effetto Quaresima, ma in questo periodo di sacrifici bisogna pur compensare con qualcosa per dare un senso alle rinunce e soprattutto per evitare di vanificare un periodo di restrizioni con un'unica sosta davanti ad un vassoio di tortelli.

La prova costume sembra lontana, ma mi conosco, il tuffo è dietro l'angolo, così resisto, rimetto il vestito da Zorro nel cassetto dei ricordi, la spada nel fodero e la mascherina sul comodino nell'eventualità di quota rosa lettrice accanita, magari potrei concedermi un ricordo  di quelli dolci, sperando non mi lasci l'amaro in bocca.

Invitai un'amica a casa, mi avrebbe aiutato nella scelta dei vestiti per la festa in maschera, portò degli abiti orientaleggianti, in qualche modo una volta indossati ricordavo uno sceicco, mentre mi vestiva, purtroppo, non buttò l'occhio né altro  sotto la cintura damascata, rimasi male perché lei mi piaceva molto soprattutto dalla vita in su ma col sen(n)o di poi tutto sommato andò meglio del previsto.

Arrivammo in discoteca da buoni amici e ci perdemmo di vista, era la seconda volta nella mia vita da adulto che mi mascheravo, mi sentivo un po' ridicolo, uno sceicco fuor d'acqua, poi la vidi, vestita da odalisca, combaciavamo, dopo la festa ci fermammo qualche minuto in piazza Vetra, aumentò il battito cardiaco, diminuì quello dei nostri orologi che poco prima dell'alba ripresero un battito regolare.



La prima volta che mi mascherai era Inverno, in Primavera e in pigiama arrivai col fotografo davanti all'ingresso, non "rimbalzammo" pur indossando stivali invece delle pantofole, è passato molto tempo da quella notte ma ricordo perfettamente due situazioni così vicine e così diverse, oggi so che quella sera ho assistito alle due rappresentazioni dell'amore : con coinvolgimento e senza.
Lui era basso, largo, scuro, vecchio (per i nostri parametri di allora) e brutto, adagiato su un divanetto circondato da topastrone   che  facevano a gara per strofinarsi contro i baffoni di questo Emiliano Zapata più conquistatore che guerrigliero, oggi mi spiego quel che allora ci sembrò inspiegabile..

La stessa sera incontrammo un amico comune che, tanto per rimanere in tema, anni dopo sarebbe stato a capo di una delle più importanti agenzie di modelle nella capitale della moda.

Si fermò con noi solo qualche minuto, il tempo di presentarci la sua nuova ragazza, una giovane modella danese, la loro storia in parte sotto traccia durò negli anni, poi Gitte, divenne molto famosa, sposò Stallone e si allontanò da Milano, ma il primo amore, soprattutto se misura centottantacinque  centimetri ben distribuiti, non si scorda mai, forse Luca, l'Apache, ogni tanto ripensa ad una dea in pigiama.





Dovrei chiederlo a Diego, che non sento da anni, ma chissà, magari questo messaggio nella bottiglia farà una navigazione nella tempesta e, con meno immediatezza di facebook, arriverà comunque a destinazione, a meno che mia moglie diventi cattiva, non colga il lato romantico di questo post e la bottiglia me la spacchi sulla testa, sempre che non lo faccia prima Rambo, punto nell'orgoglio, beh potrei sempre dirgli che è stato solo uno scherzo di Carnevale, sperando che Gitte non mi smentisca.

M 50&50

venerdì 14 marzo 2014

Con una punta d'appetito

gdf

Con una punta di fame, con una punta d’appetito, con quella sensazione di non completamente appagato, con quella voglia di mangiare ancora qualche cosa, con quell’idea di rimanere per qualche istante di più a tavola, oppure di ritornarci la sera stessa. Ecco quest’ultima sensazione è forse tra le più intense tra quelle che uno chef possa cercare di far trasparire sul fondo di un suo menù completo, ma che nella testa e nello stomaco del cliente gourmet non lo è stato : completo e pienamente soddisfacente

Quando iniziai ad interessarmi di alta cucina il mio referente alla Michelin mi trasmise proprio questo parametro di giudizio. Per lui una grande cucina meritevole di stella doveva trasmetterti, insieme ad altre emozioni, anche quella di non sazietà

Gli stessi Gault & Millau quando codificarono da Bocuse il decalogo della Nouvelle Cuisine francese, lo fecero proprio in funzione di quella sensazione di incompiuta leggerezza (licenza poetica), e così, dopo aver pranzato divinamente dal vecchio Paul, ci ritornarono la sera stessa, solo per quei famosi fagiolini verdi appena scottati e conditi, se non ricordo male, con una leggiadra vinaigrette di olio di nocciole e aceto di lamponi.

Chiaro, con 25/26 anni e pesando meno di sessanta chili mi riusciva abbastanza facile uscire dai ristoranti con una punta di fame, anche perché la scuola Marchesiana era già stata velocemente assorbita dai molti emuli che riducevano la porzione di pasta o di riso ampiamente entro i 50 grammi di prodotto. Quantità che secondo me è ancor oggi adeguata ad un menù gourmet italiano.

E forse anche perché in un epoca in cui il denaro girava come la pallina di un flipper, era più facile sommare parecchie frequentazioni in breve tempo, e senza ingrassare. Bello no?

Oggi invece, in piena crisi economica e di età, con un metabolismo che viaggia alla metà di quei giri, e con il denaro che gira a regime ancor più basso, diventa invece più difficile ritrovare quelle sensazioni.

Quando c’è crisi, si sa, le persone tendono ad appagarsi diversamente, quindi non riuscendo ad arrotondare il conto corrente quando si siedono a tavola pretendono di rialzarsi pienamente soddisfatti, almeno a tavola Un giorno pensi che ti manchino i soldi per arrotondare la giornata fino al raggiungimento della pensione e un giorno pensi che sia il giro vita ad essersi troppo arrotondato.

Ci ho ripensato dopo essere uscito poche settimane fa dal Mirazur di Mauro Colagreco, ritrovandomi piacevolmente per un attimo in quella condizione non dimenticata. Con chi mi ha dato riscontro via mail o per telefono mi sono confrontato proprio su questo tema, il tema dei molti (italiani) che continuano a non gradire quella cucina, che in Francia è considerata tra le migliori in assoluto, mentre dalla parte di qua della frontiera assolutamente no.

Cosa c’è che non va in questi piatti? Cosa manca? A guardar bene e rivedendo le immagini non manca sostanza ma una cosa sostanziale per un italiano medio o alto di cultura gastronomica : manca l’apporto importante del carboidrato, quello che placa la fame, anche più dei cereali o del pane stesso. Ci fossero pure patate, ma per l’italiano non basta. Ci vuole la pasta.

Potrebbe anche essere un aspetto psicologico più che di viscere, perché non c’è niente da fare, per un italiano medio, un menù senza una pasta o un risotto è incompleto, quanto lo può essere per un argentino un pasto senza carne. 

Allora mi sono andato a cercare le recensioni più o meno recenti di blogger italiani sulla cucina di Mauro, così, per cercare di capire se, come dicono i maligni, dopo un menù così ti devi per forza fermare all’autogrill per un Camogli a Bordighera.

Il materiale non manca. Tutti quelli che ci dovevano passare ci sono passati duranti gli ultimi anni, ed il giudizio medio è piuttosto alto, non elevatissimo come per i francesi, ma comunque alto, ed in controtendenza con quanto poi si ascolta in conversazioni private.

Insomma, fa figo in Italia dire che questa cucina è ottima anche in tempo di crisi di denaro ma dilatati di giro vita; poi in confidenza si confessa che senza quell’autogrill di Bordighera, si tornerebbe a casa con quella punta di appetito oggi non più condivisibile.

Stasera, dopo un pranzo che mi lasci una punta d’appetito, bollirò per pochi minuti dodici fagiolini verdi, proprio appena scottati in  abbondante acqua salata e poi conditi solo con una vinaigrette di aceto di lamponi e olio di nocciole… Che meraviglia! Che leggerezza. Che bella sensazione ritrovare quella punta d'appetito.


 gdf




giovedì 13 marzo 2014

Aoc Champagne Brut Réserve s.a. Bérêche & Fils

- by Dj Il Duca -

E’ il biglietto da visita della maison, il suo prodotto di ingresso nell’universo Champagne. I nove ettari di vigneti, in conversione biodinamica, di questa famiglia di récoltant, si trovano in vari villaggi della Montagna di Reims.

Questo bsa, ha come base la vendemmia 2010 con lo Chardonnay che vi figura per 25 parti, il Pinot nero 20 e il Pinot Meunier 30, cui si aggiunge un 25% di vini di riserva, provenienti dalle due annate precedenti; la sboccatura risale ad ottobre 2012.

Nel calice, un bel dorato con bollicina abbastanza fine e composta. Riserva una buona intensità al naso, che parte con nitida espressione floreale, per dirigersi su precisi toni fruttati di albicocca, mela, agrume; ancora note erbacee, unite a miele ed evidente mineralità.


L’aspetto gustativo ripresenta, in modo abbastanza lineare, le caratteristiche olfattive, con gli agrumi che dapprima occupano, pressoché completamente, il palato e in un secondo tempo cedono il passo alla incalzante mineralità e incipienti tocchi mielosi. Il sorso si dimostra equilibrato, con buona struttura e abbastanza dritto, se si considera che il dosaggio, udite udite, tocca i nove grammi/litro. Il finale, un po’ cortino e di media persistenza, esalta, generosamente, la classica mineralità di questi territori.

mercoledì 12 marzo 2014

Il Colletto nella manica


Marco 50 & 50


La quota fiori di pesco si lamenta per il caldo anomalo, le calze da settanta denari sono un po' troppo per oggi, mentre Battisti racconta di fiori rosa mi fermo per un po' d'aria e per il pieno, in bergamasco mi chiedono trenta denari, sperando di rientrare prima del canto del gallo, li chiedo a mia moglie così la finirà di lamentarsi per la temperatura.


È Domenica 9 Marzo, dalle spalle scrolliamo i coriandoli residui del Sabato grasso che coincide con la festa della donna, vediamo se saranno spesi bene i settanta denari chiavi in mano del nostro pranzo presso l'Agrobiorelais Il Colletto situato in collina tra le province di Bergamo e Brescia.


Una decina di ettari di terreno, una casa padronale ristrutturata con materiali ecocompatibili, il bosco, un vigneto ed un uliveto a conduzione biologica, il ritmo della natura, l'intervento dell'uomo solo dove indispensabile. L'accoglienza all'atto della prenotazione è di quelle che mi piacciono, Susy alle mie richieste non si scompone, anzi.




Sono aperti da circa sei mesi, ci proviamo. In un contesto (e sono d'accordo) davvero splendido veniamo fatti accomodare dal cortese, preparato e garbato Gigi al tavolo e che tavolo.


Ogni dettaglio, sedute, pareti, luci, pavimentazione, soffitto, arredi, colori, (anche il pelo dei due splendidi cani è ton sur ton con l'ambiente), gli specchi, i divani, la terrazza, è frutto di una sapiente ristrutturazione e di scelte di gusto come raramente se ne vedono, siamo davvero sopra media, ci sono anche alcune camere per un’eventuale due giorni al lago, perché Iseo è davvero ad un passo.


Qui vengono prodotti un Brut blanc de blanc 24 mesi sui lieviti (Chardonnay 100%), un Rosè (Pinot nero 100%), un rosso taglio bordolese, un olio DOP a certificazione biologica e tre tipi di miele (acacia, castagno e millefiori).




Il menù, grazie alla rassegna trentacinqueuropuntoit, comprende coperto, acqua, una bottiglia di vino (Colletto Bergamasca rosso IGP 2009, un bio a 14 gradi servito attorno ai 16 mentre in sala i gradi sono 23), dolce, caffè e due portate da scegliere da una carta limitata, interessante proprio per questo.

Ma non vorrei esagerare con i preliminari, mettiamo un po' d'arrosto, il fumo non sazia, chiedo un calice del loro Colletto brut (gentilmente offerto al momento del conto)  davvero notevole e, in attesa delle portate, sgranocchio qualcosa dal cestino del pane.

Giusta la distanza tra i tavoli e tra le portate, musica di sottofondo non invadente, premura e gentilezza del personale. Ordiniamo un (graditissimo) uovo biologico di fattoria in camicia servito con asparagi bianchi e verdi gratinati e spuma di strachitunt.




Un notevole risotto al pesto di lattuga, burrata, limone candito (basilare) e polvere di sarde di Montisola (presidio slow food).


Un tenero manzo all'olio con polenta (se la targa è BG, improbabile trovare errori se si sceglie un piatto a lunga cottura)


Uno splendido filetto di manzo servito con biete fondenti e scalogno al vino rosso.


Prima dei caffè, due tortini di rabarbaro (che non ci hanno emozionato) con fragole (freschissime), salsa allo zafferano (piacevole e di buona densità) e sorbetto al rabarbaro (sgrassante e rinfrescante)


Mi sono trattenuto fino ad ora ma non posso farcela, in attesa del conto, comodamente seduto di fronte alla vetrata che dà sulla vallata, chiacchiero piacevolmente mentre in diffusione arriva una musica che mi fa, ancora una volta, indirizzare la prua del post contro un'onda anomala, è la versione soft porn di reality, quindi più che tempo delle mele diciamo...




Pur subendo il fascino della divisa non vorrei uniformarmi, diciamo che sotto il colletto c'è anche la camicia e nella manica 4 assi : location, accoglienza, cibo&vino, Q/P, stavolta credo proprio di aver fatto la scelta giusta, infatti….
...sotto casa trovo una banconota verde da cento denari, con la speranza che non sia falsa e nemmeno una candid camera, la raccolgo, sembra buona e non vedo telecamere, poi la giro e sorrido, sul lato B c'è scritto : vale il viaggio.



Colletto AgriBioRelais
Via Colletto, 6
24060 Adrara San Martino (BG)
Tel: 035.934253
Mail: info@collettoagribiorelais.it
M 50&50