lunedì 10 novembre 2014

Il mare d’inverno

Poco fa ... e titolo abusato, quasi abusivo, inflazionato, sono d’accordo. Ho pure sbagliato l'ordine dei testi e delle immagini, sono stanco. Inverno. Si ! Ma dove, ma se è appena un autunno accennato da quattro gocce ...  ma smettila e cammina.  Sembra inverno, ma si fa per dire, perché oggi non fa né freddo né caldo: fa tiepido. Qualche lacrima fine di pioggia mi riga il viso di traverso, spostata dal vento verso il mare che incrocio solo da destra, da Ponente, come direbbe lo Scarpato, mentre attraverso un ponte su un torrente impetuoso che mi fa più paura che a Levante.



gdf


Un tratto di brezza, che è anche il nome di un quartiere qui vicino (a volte ci prendono con i nomi ) La Brezza. Ci sarebbe anche il rione Polo Nord nella capitale della Riviera dei Fuori: questioni irrisolte tra abruzzesi e calabresi mai messisi d’accordo, neanche sul clima più idoneo dove far crescere fiori e peperoncini dentro un'accesa serra foderata di nere plastiche funebri.



La brezza di Ponente mi scompiglia le trenta tonalità di grigio, ma è per me un piacere infilarci in mezzo le dita della mano sinistra mentre altri ricordano solo con la memoria i bei momenti in cui ci potevano ramazzare dentro con un pettine, non di mare, di corno di bue.



Con la destra reggo l’ombrellino, dal manico molto più piccolo del lungo tragitto, comprato al volo da un Senegalese sensibile ai problemi dei turisti. C’è il sole. Eccoti gli occhiali scuri. C’è pioggia: pronti! Sono qui ad  aiutarti con un micro ombrello da tre euro. C’è freddo? Cammina!  Chilometro 5 qui. Chilometro 14 laggiù. Colpo di Nikon dal tavolo.



Ciclo- pedonale: che fame fa venire solo a guardarla un passo dopo l'altro. 10.000 passi. Una regola che mi torna, ma siccome è di altri non mi appartiene, posso andare oltre, anche a 14 o 16 su 20, andata e ritorno. Qui si finiranno i classici della superclassica di primavera. Qui inizieranno a faticare quelli che vorranno fare una parte del giro d’Italia con due ruote. Nel mio piccolo, comincio oggi con due scarpe comode



Ci arrivo fin qui, con le scarpe ben chiuse, sai com’è, dopo tanta strada. Ci starebbe bene una bella sciacquata ai piedi, il mare tenta, saranno 18 nell’aria che come l’acqua restano per me due elementi innaturali, belli da guardare come le quinte anche se non sono portoghesi, così, per presa coscienza dei miei mezzi.



Bussana è conosciuta al mondo come hanno voluto farla conoscere per vie molto traverse, ma ben indicate da un cartello marrone sull’autostrada dei fuori che la immaginifica come villaggio turistico dal fascino folle. Distrutta da un terremoto furioso più di un secolo fa, ricostruita più in basso ma rifiutata da veri artisti della vita, di principio, e tuttora abitata in regimi precari da ogni genere di precari



Sul mare esiste un’altra Bussana, quella neppure abitata dal pueblo di pescatori di un’altra epoca, più recente e meno idealista, in contraddittorio provocatorio, mentre in seguito sono stati alcuni ristoratori di più o meno grossolano talento quelli che hanno cercato di portare nella propria nassa il bottino, anche con buoni risultati nei tanti anni di buona pesca.



Questa famiglia è invece qui da un solo anno, in questo locale dove ho voluto tornare anche per sentire di nuovo l’energia dei muri, quelli che una decina di anni fa mi fecero conoscere uno dei più grandi barman italiani, che qui dentro si mise in testa anche di essere un bravo cuoco.



Ciao Giorgio. Giorgio Manara, in passato anche collaboratore part-time di questo blog, che  proprio qui mi stese con la regola dei tre dry Martini. La giornata è grigia, i pensieri gdf lo diventano, la stanchezza non dei tre Martini ma dei molti Mostini comincia a pesare, ma c’è gente qui oggi, che fa festa, che si siede e mangia, confidando i propri desideri a Piera e Simona, mentre dovrebbe essere Bruno quello che cucina, o forse suo padre.



Forse lo scoprirò in un’ altra occasione, essendo il ragazzo così tanto schivo da essermi passato davanti al tavolo e sotto al naso per almeno quattro volte senza avermi rivolto uno sguardo o un cenno di qualsiasi altro genere, per andarsi a fumare una sigaretta sotto la pioggia fina. Di sottofondo colgo gli One Republic di Love Runs Out. Roba da DJ Il Duca. Ah! Il Duca e il Manara. Mi piacerebbe averli qui.



Mangio da solo, tre cose semplici ma corrette, le emozioni e le presunte certezze le scrivo sul blackberry,  bevo un vino che mi piace, spendo 44 euro. Tre mezze porzioni, perché qui i piatti sono esagerati per me, anche se ho fatto solo dieci chilometri per venir qui, per me e per parlare di loro. Penso di tornare con un bus al faro, invece neppure la porzione del dessert  lascia spazio ad altre immaginazioni che non siano un faticoso e pensieroso rientro sotto la pioggia.




gdf 12 minuti




domenica 9 novembre 2014

Le dimensioni contano



Marco 50&50

Ma voi la doccia non la fate più?
Preferiamo farla a casa

Le dimensioni contano, con i commenti delle quote rose in proposito, ci si potrebbe scrivere un post a puntate, diciamo un post firmato red-azione (diritti gdf) per un’accoppiata sabato&domenica di quelle che non si dimenticano, per ora teniamo l’idea in panchina.

Le dimensioni contano e influenzano la scelta del costume e del fidanzato, alcuni scelgono uno slip da bagno tanto per farsi capire anche da chi manca d’immaginazione, altri optano per un calzoncino in tessuto tecnico di quelli che si asciugano subito ma sbagliano volutamente colore pensando che più bianco e più chiaro di così non si può.

Si evita il jeans troppo aderente per non dare nell’occhio poi la domenica mattina si va a correre con il pantaloncino da ciclista di due taglie meno, pur non essendo palestrati sopra ci si veste con microtutine da palestra per andare al parco col cane sperando di fare amicizia con quelle signore che, sulla panchina ridono al passaggio dei cinquantenni sovrappeso che per smaltire passeggiano lentamente invece di correre lungo l’anello attorno al parco, l’anello nascosto ma non cambia, dimensioni impercettibili.

Le dimensioni contano quando misuriamo il pesce pescato dopo una battuta di pesca e quando misuravamo un altro tipo di pesciolino muniti di metro da sarta o di righello per poi confrontarci con gli amici arrotondando per eccesso, ma visto che era la prassi le differenze rimanevano.

Sono piccole schermaglie da maschio alfa, quello che decide per tutti cosa si fa la sera dopo, quello che ha sempre la ragazza più carina, quello che ha il getto più lungo.

Come nel fisico, nelle ossa e nella muscolatura ci sono differenze strutturali anche significative ma ce ne siamo fatti sempre una ragione, sono comunque differenze alle quali siamo abituati confrontandoci e guardandoci di sottecchi o meno, l’importante era stare in media, Piemonte, Alto Piemonte, Basso Piemonte, cambia poco come sulla cartina è una questione di centimetri, il vino in Piemonte è buono dappertutto, indipendentemente dalla zona di produzione e dal flacone mezza bottiglia, bottiglia standard, formato magnum, ma qui non possiamo parlare di piccole differenze, qui parliamo di altissimo Piemonte, Monte Rosa, Punta Indren per intenderci e visto che parleremo di un evento sportivo, almeno dal punto di vista della location, il formato per il brindisi sarà Mathusalem.

Il palazzetto era vuoto in ogni ordine di posto, in tribuna però, qualche compagna di classe e qualche amica facevano il tifo per noi cinque. Il quintetto base era formato da Bonalumi (o Luca) playmaker, io, nonostante il tiro scarso, giocavo guardia, Lele ala piccola, Luca ala grande e lui pivot o perno o centro, come si dice adesso, insomma un lungo, in tutti i sensi e nel gioco del basket ad un pivot viene richiesto soprattutto di saper sfruttare la sua grande massa e metterlo dentro da sotto (il pallone).

E’ passato tanto tempo da quel giorno, Bonalumi, che manca anche nella foto, l’abbiamo perso di vista, ma, sono certo, ci starà ancora pensando, con gli altri ci si vede e immancabilmente qualche battuta in proposito, “per esorcizzarlo”, la facciamo ma è indubbio che abbiamo subito un trauma, il pivot non si scompone più di tanto, ormai ci ha preso le misure, come abbiamo fatto noi con lui, purtroppo…

Dopo la partita, sotto la doccia in visione ravvicinata ma non troppo e tridimensionale l’abbiamo visto tutti, poi, prima indistintamente ed in seguito forte e chiaro abbiamo sentito dei numeri, ventuno, ventidue, ventitré ecc.
Eh si, le dimensioni contano



M 50&50

sabato 8 novembre 2014

Monkey 47 Schwarzwald dry gin.


di Fabrizio Nobili

Da saltuario consumatore di gin tonic all'aperitivo ho avuto modo di assaggiare diversi gin tra i più conosciuti di basso, medio e buon livello. Senza mai voler approfondire la materia forse credendo che non ci fossero molti produttori al di fuori dei soliti nomi che si possono incontrare nei migliori bar.

Partendo dal presupposto che tra i superalcolici è improbabile incontrare speculazioni come ci sono nei vini famosi ogni tanto la curiosità prende il sopravvento, stavolta è toccato ad un gin. In un luogo frequentato assiduamente è caduto l'occhio su una bottiglia di dimensioni ridotte con una scimmietta in etichetta ed una scritta in tedesco. Da profano curioso come una scimmia ed un prezzo superiore alla media ho abboccato all'amo.

Leggendo la storia della nascita di questo particolare gin della foresta nera ad un certo punto ho creduto di essere preso in giro, poi ripensandoci ho cominciato a crederci partendo dal presupposto che i tedeschi non sono in grado di arrivare a certi livelli né per creare un gin né per inventarsi una storia simile. Molto più facile invece che negli anni '40 un aviatore inglese dapprima di istanza in India per poi trasferirsi in Germania sia riuscito a creare un gin per soddisfare i suoi bisogni di alcolizzato. Questo nettare da 47 gradi e da 47 ingredienti provenienti dalla foresta nera, dal mal colore sottilmente paglierino trasparente gli aromi olfattivi primari oltre al ginepro sono composti da complesse note agrumate, accenni pepati e spezie che lo rendono più armonico e rotondo sia all'olfatto che al palato. Berlo liscio è un piacere, usarlo per il gin tonic è forse sprecato anche con la fever tree tonic water.

F.N.

venerdì 7 novembre 2014

Qualche buon motivo per non andare al Wine Festival di Merano

gdf

Centinaia e centinaia di chilometri per passare la giornata schivando persone alterate che vagano in branco con un  bicchiere in mano è uno sport estremo, tanto più incomprensibile proprio per via del prezzo del  biglietto, che per assurdo diventa il motivo che genera  tanto caos, perché proprio il prezzo condiziona ed invita la mente ad insistere fino a quando l'introito di liquido alcolico sarà equiparabile alla spesa.

Devono bere tutto il possibile, fino allo stordimento: alto il prezzo, altissimo il tasso alcolico. In coda per l'accredito, per il biglietto, per il bicchiere, per entrare in una sala, per uscirne, per avvicinarsi al banco del famoso produttore.

Puntinisti oltre l'astrattismo. Tapas da bere, una tappa dopo l'altra, senza costrutto, senza lasciare un tratto o un segno, rimandando il senso del bere ad un discorso futuro, tanto per dire che c'ero, che ho bevuto questo e quest'altro. 

Prima i bianchi? Prima le bolle? O prima i rossi? Non c'è un senso nel percorso, ognuno prende la sua strada trascinandosi dietro la propria compagnia di assetati, in viaggio senza meta, senza una logica di degustazione. Tanto per far festa, una wine fest di altissimo livello alcolico, dove anche lo schianto dei bicchieri agli incroci diventa la normalità di una giornata di follia collettiva.


Troppo alto il livello di alcol raggiunto nel sangue per poter  ragionare. Troppo alto il livello dei decibel, che raggiunge gli splendidi soffitti.  Tutto molto bello, ma ingestibile. Inutile alzare ancora i prezzi, tanto il mondo arriverà lo stesso, e ancora di più berrà per giustificare il viaggio e la spesa.

Un solo desiderio, dopo aver abbattuto l'ennesima muraglia umana che si accalca al banco dei migliori produttori, un ultimo bicchiere prima di rivedere la scalinata e la porta d’uscita, e finalmente respirare l’aria gelida che rinfranca e rischiara le idee, rasserena la mente, che torna a ragionare logicamente, conducendo le gambe nel palazzo di fronte, dove andare a farsi una buona birra in pace con il mondo.

gdf 5 minuti

giovedì 6 novembre 2014

4000 battute



Marco 50&50

…ma c’è poco da ridere.
Fatta l’ordinazione si ricevono nell’ordine, due scodelline piene, un cestino con diverse tipologie di pane, focaccia base e con olive, grissini all’olio e grissini di farina integrale del mulino di fiducia, il secchiello col ghiaccio, la paletta e il vino, la bottiglia dell’acqua scelta dalla carta delle acque, quattro tipi di olio, tre di sale e due di pepe per condire la successiva portata. Su esplicita richiesta la cameriera ci fa, controvoglia e sottovoce, un’approssimata descrizione del precedente benvenuto della cucina.

Posate e candela-centro tavola sono già posizionati su uno striminzito runner dai toni autunnali, apprezzabile la  distanza tra i tavoli e il sottofondo musicale. Dopo ripetuti assaggi dei notevoli pani, arriva la cameriera con una porzione in equilibrio precario del piatto ordinato, “la nostra frittura di pesce e crostacei con la frutta e le verdure di stagione” che si rivelerà coreografica, “verticalizzante”, asciutta, ben dorata ma tiepida e, contemporaneamente, un’ancor più coreografica “spiraleggiante”, invitante, ma tiepida e minimalista porzione di linguine all’astice bretone.

L’idea della frutta&verdura se è un’idea, un accenno, può andare bene, l’astice bretone a quei prezzi si dovrebbe meglio riconoscere tra una linguina e l’altra, le temperature dei piatti sono inammissibili.



Fatta l’ordinazione venivano distribuiti, anche troppo velocemente e nell’ordine: due piatti vuoti, un piattino vuoto, due bicchieri vuoti, una glacette vuota, pinza per crostacei e  triste bustina monouso tergimani. Posate, olio di dubbia provenienza, sale e pepe erano già posizionati sulla tovaglia insieme ad altrettanto tristi grissini monoporzione.

Subito dopo, un cameriere veloce, leggermente sudato&affannato si presentava al nostro tavolo, per la verità un po’ troppo ravvicinato a quello di due coppie di rumorosi turisti tedeschi, con una bottiglia di bollicine italiane e la stappava, non restava che aspettare l’arrivo del bavaglino da adulti che avrebbe preannunciato che all’ora x mancava davvero poco.

Il cameriere in equilibrio ammirevole ma non precario si destreggiava tra tavolate vocianti e scomposte per arrivare dalla cucina al nostro tavolo in tempi record rispetto all’uscita del fritto, che si rivelava ben croccante, leggermente unto, appagante ed ustionante. La carta paglia conteneva pesce di paranza, soglioline, anelli di calamaro, qualche crostaceo, distribuiti in modo informe, di frutta&verdura nemmeno l’ombra..

Poi, in un tempo disallineato rispetto a quello della consegna del piatto di fritto alla mia dirimpettaia,  l’indaffarato cameriere, faceva letteralmente planare sul tavolo una padella  contenente un’immensa porzione di linguine all’astice (qui detto grillo), la somma delle chele e degli altri pezzi corrispondeva esattamente ad un intero grillo,  l’ultima forchettata si attestava attorno ai duemila gradi, la prima se aggredita ingenuamente avrebbe potuto provocare ustioni di terzo grado, la padella (ollare) veniva lasciata al tavolo perché ci si potesse servire a piacere.

Il corsivo, è riferito ad un passato “romagnolo” per niente remoto, quando, in una qualsiasi pizzeria, (dotata di acquario è meglio) mi capitava di ordinare questi due piatti in una bella serata di mezza estate, non avevo alcuna pretesa se non quella della temperatura dei piatti, mentre la temperatura esterna, anche a notte inoltrata, perché in Romagna è possibile cenare di notte, la temperatura, dicevo, superando tranquillamente i trenta, avrebbe potuto anche farmi chiudere un occhio su un fritto tiepido o su una “linguinata” raffreddata.

Eppure, anche in localini senza pretese, la logica e le direttive interne garantivano l’arrivo di un fritto, di una pizza, di una linguina all’astice alla giusta temperatura di servizio, servizio che se rapportato alla velocità del cameriere si sarebbe probabilmente tramutato in un “ace”.

Poi, mentre goduriosi cestini del pane prendevano il posto di improbabili grissini, il salto di qualità, ma anche di prezzo, ha portato la cura del dettaglio, l’atmosfera, vicini di tavolo un po’ meno vicini, presentazioni che appagano la vista, materie prime di nicchia, cotture con olio usa e getta ed un moderato uso di grassi ma tutto è stato vanificato da temperature di servizio inammissibili&inspiegabili, primi piatti “goduriosi” e ghiotti (astici , ricci o gamberi di Sanremo non fa differenza) vengono serviti in porzioni assaggio, ma se sulla quantità di pasta se ne può parlare, la componente ittica se il primo si attesta a prezzi da asta, se abbiamo alzato l’asticella la componente ittica si deve vedere, perché il salto di prezzo mi deve garantire il salto di qualità ma anche di quantità, se ci riempiamo la bocca di pesce di lenza, spigola d’amo, presa con l’uncino, ci si deve ricordare anche il completino ad uncinetto per il pesce, che non deve prendere freddo…



M 50&50

mercoledì 5 novembre 2014

Più lo conosci e più ti piace

- gdf -

E sono anche d’accordo, però per quest’anno prendere pure un bell’accento novarese non è bastato al Tonino nostro per acchiappare la terza stella Michelin, ormai tanto  evidente che sarebbe pure stato banale conferirgliela. Ma i tempi della Rossa, lo sappiamo, sono alternati, e allora niente tre stelle in Italia quest’anno, già costellata di una Via Lattea comunque sproporzionata al mondo, sempre seconda, perché arrivare primi pone degli impegni Primi pensieri a ruota libera leggendo più le statistiche che i comunicati o le reazioni, ma prima ancora notando che se da un lato alla Michelin si propongono con app multi piano mediatico, dall’altra parte si chiudono di fronte alle indicazioni che arrivano dal web, e così restano in molti al palo tra quelli papabili di stallaggio o stellaggio superiore o primario.

Da 8 a 10, da 16 a 20, il risultato è uguale, ma solo per il web, mentre per la Rossa i vari:  Salmoiraghi, Parini, Dal Degan, Taglienti, Lopriore, Milone e diversi altri che ora mi sfuggono come a loro non rappresentano ancora abbastanza una realtà presentabile su una pagina con copertina rigida.

Un pensiero personale per  Barbaglini boy’s e dintorni, verificate le performance di Francesco Sposito, Fabrizio Tesse e in tema allargato  fino a Gavi. Una perla che mi stupisce arriva però da Firenze, dove, salvo caso di omonimia, è proprio lui quel piemontese Michele Griglio con cui ho combattuto al pass per quasi un anno discutendo anche sulla quantità di sale da mettere nella pasta, finendo però le serate bevendo insieme  birre e Sophie's, con me, definito portapiatti dalla faccia rossa di gin. Che lui abbia preso un stella a Firenze è la dimostrazione che io di cucina ci capisco meno che di uomini.

Finisco con una chicca dal faro, o da appena più sotto, dopo aver letto una quartina anticipata del VG Nostradamus che probabili vedeva le due stelle oltre che a  Sposito anche a Sarri. Nel suo modo torto non ha avuto, perché non si sa bene come e perché, ma in Liguria, per non perder troppo tempo a cercare hanno spostato la stella di Sarri a Borgo Prino, e nel contempo l’hanno lasciata anche all’Agrodolce, spiazzando ogni pronostico.

Gamberi e kiwi sarà il mio prossimo limite concettuale da superare da Augusto Valzelli, -che sono ansioso di conoscere come Belèn- , all'Agrodolce di Oneglia, che comunque non salva la statistica Ligure, l'unica regione a perdere lungo un quarto di secolo ben sei stelle dei 17 citati nella guida 1990. 25 anni fa quinta, e oggi decima, in totale controtendenza nazionale dove erano 179 a vantare almeno una stella, mentre oggi sono 332 gli stellati.

Michele Griglio
Belìn, e' proprio  lui: Già mi ero sbagliato col Taglienti. Stavo con tre geni in cucina e non me ne ero accorto. Complimenti Michele. Come caspita hai fatto mi sfugge, comunque complimenti, sinceri.

gdf


martedì 4 novembre 2014

VPP | Verace Pizza Piemontese


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Tenuto conto di come sta andando in fumo acre la VPN, propongo agli artisti del frisbee piemontese una soluzione  pratica e di sicuro successo, gabbando ogni teoria della Gabanelli. La pizza autoctona si può fare, pure in casa, regionalmente, cominciando dal Piemonte, da cui partì questa nazione friabile e a tratti gommosa.

Farina zero del Mulino Marino di Cossano Belbo, pomodori e basilico di Santena, olio d'oliva di Novi Ligure, lievito madre della nonna di un amico chef langarolo, mozzarella di bufala di Caraglio. Tra le provincie di Alessandria, Torino e Cuneo è possibile vincere la battaglia al prezzo di un Marengo. Provare per credere. Beh, pensavo peggio.


gdf cn

lunedì 3 novembre 2014

Milano | Il Rovello 18 di Cinzia e Gualtiero


gdf


La vaca vieja y gorda de Galicia non passò inosservata nel piatto, dopo una vita serena trascorsa sui prati galiziani, all’aria salmastra dell’Atlantico, e poi morta di vecchiaia. Come dice il proverbio: gallina vecchia … prima o poi muore. E la vacca pure, e quindi perché no?


La materia, la materia … prima di tutto bisogna conoscere la materia per fare il ristoratore, e poi, da queste parti, anche una laurea in economia … ma lo sapete quanto costa affittare dei locali dediti alla somministrazione di alimenti in Brera a Milano? Ho chiesto in giro, e le risposte mi hanno dapprima fatto tremare i polsi, fino a gelarmeli insistendo con la domanda. Domanda che si accontenterebbe anche di molto meno dell’offerta, pagando molto meno, ma mi chiedo come si possa sostenere un locale in Brera praticando prezzi bassi, qualunque sia l’offerta.


Ci vuole coraggio a rischiare così forte, anche salendo al primo piano,  perché bisogna credere nella materia, e conoscerla, renderla disponibile con una proposta chiara e ferma. Cinzia e Gualtiero ci credono in questo proposito, non facendo compromessi sui prodotti, magari -i compromessi- facendoli poi sul piano della genialità e sulla manualità delle preparazioni, ma se parlate a Gualtiero di materia prima e delle sue origini, beh … vi sembrerà di parlare con l’altro Gualtiero.


La sa lunga, eccome, dal Piemonte, primario serbatoio di prodotti, scelti per comune, nome e cognome, perché i porri saranno quelli di Cervere, i peperoni di Carmagnola, e molto altro proveniente dal mercato di Canale. E poi chiaramente la Lombardia tutta, l’Emilia, tracciando una filiera che raggiunge in fretta anche la Toscana.


Trattoria e bistrot, nella rinnovata collocazione inaugurata 18 mesi fa, più ariosa, più aperta all’atmosfera d’incrocio tra Via Garibaldi e via Tivoli, osservando i passanti dalle finestrelle fiorite, attendendo uomini eleganti qui per lavoro o per diletto, ma perdendo qualche affezionato della vecchia sede, più vicina alla clientela d’affari e alle modelle circoscritte in taglie asfittiche, che faticano a far due passi in più su tacco 12.


E i vini? A Milano di cantine e cantinette divertenti e originali non ne mancano, questo è certo, e pure qui il diletto diventa dialetto, attraversando ogni sentiero regionale poco battuto, o comunque di nicchia nascosta ai meno propensi a farsi consigliare, cosa che io faccio col Gualtiero dal giorno che l’ho conosciuto, circa cinque anni fa.


Qui si seguono le mode al contrario, perché quello che sta tornando di moda è il classico, specialmente dove i piatti tornano ad essere modaioli e “da centro città” pur se rustici quanto un mezzadro toscano con in mente la sua bella zuppa calda che lo aspetta al ritorno dal lavoro nei campi.

Le verdure d'autunno all'aglio, olio e peperoncino

Zuppe, verdure di stagione e legumi, prima di tutto, che se proposte col cambio automatico in un locale dedicato arriverebbero ancor più velocemente al cuore, seguendo la tendenza vincente in questo momento, a partire da 9 euro, al Rovello 18.

La zuppa di carciofi, fave e piselli, olio e pepe ...

Grande aperitivo

Il citrico Rinaldi non si smentisce. quanto carattere in questa Freisa!

Il Gualtiero ama molto i vini estremi dell'estremo est italico, e come dargli torto ?

Tagliatelle di Campofilone in abbondante ragù di salsiccia di Bra. Slurp!

La vecchia e grassa vacca della Galizia con patate fritte maison e pepe verde vintage.
Provare per credere.

I rari fagioli di Sorana ad accompagnare

E l'irrinunciabile zabaione fresco con biscotti al burro, prima di un caffè griffato Gianni Frasi, da bere assolutamente senza zucchero


gdf

sabato 1 novembre 2014

Aoc Champagne Cuvée n° 728 Brut s.a. Jacquesson

- by Dj Il Duca -

La 728esima cuvée assemblata dalla nascita della storica Maison, ma la prima ad aver visto la luce ufficialmente con quel numero.
Da allora ne è passata acqua, pardon, Champagne.

36 parti di Chardonnay, 37 di Pinot Meunier e 27 di Pinot Nero, con base vendemmia 2000 per il 68 percento e vins de réserve per la rimanenza, dosaggio 5 gr./lt e dégorgement nel secondo trimestre 2004.

Sì, avete letto e contato giusto. Dieci anni e fischia in vetro, dalla sboccatura, per un brut sans année, è record anche per me, che mai mi ero inoltrato in questi orizzonti temporali.
Più di uno, indubbiamente, si chiederà se si possa, si debba e se abbia un senso azzardare così tanto. Per me è stata una fortuna trovarla, e la curiosità di testare un cotanto grado di invecchiamento, e la sua evoluzione, non me la potevo perdere.

Carbonica che pressa sul tappo, un po’ muffettoso, e lascia passare oro vecchio, con spuma esuberante e bollicina persistente. Il naso è ancora abbastanza espressivo, vivo, e ha mantenuto una discreta freschezza, con sentori confit di agrumi – arancia e pompelmo – spezie e un tocco di nocciola, adagiati su una più che buona tessitura minerale.

La bocca non si discosta, tutto sommato, da quanto manifestato durante lo svolgimento olfattivo, se non per una carenza di acidità che lo rende un po’ orizzontale. Per il resto, replica la nitida trama minerale, le note agrumate, con cenni di sottobosco e una spolverata di caffè.

Il sorso si richiama, inoltre, a quella classica eleganza cui ci hanno abitutato, negli anni, i fratelli Chiquet, eleganza la quale costituisce uno, se non il più importante, dei marchi della casa.

Bevuta ampiamente oltre la sufficienza, se si accetta – va fatto - di riconoscere alcune attenuanti, quella del tempo certamente non l’unica.


Per il mio “storico” di bevute effervescenti, resto dell’opinione che, ancorchè non sia il caso di aspettare così a lungo un bsa (eccetto uno ne disponga di un bilico), nel caso di specie, il tappo e una conservazione non ottimale, abbiano senz’altro inciso – difficile stabilire in quale misura – sul limitato grip verticale, appiattendo, in parte, il piacere.

Allorchè vi racconterò della 729, mi auguro il concetto vi sarà più chiaro.

A bientôt les amis.