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venerdì 12 ottobre 2012

Morte di un critico cinematografico



- del Guardiano del Faro -

Non mi sembrava vero che qualcuno volesse darmi dei soldi per andare la domenica allo stadio a sue spese: trasferta, pranzo e biglietto pagato. In cambio voleva solo che raccontassi alla mia maniera come erano andate le cose su un giornale locale e una radio locale. Guarda un po’, niente di originale, perché poi scoprii che non erano pochi i giornalisti sportivi che si sdoppiarono in critici gastronomici. A 16 anni non potevo però certo ambire alla qualifica di giornalista, ma bensì di quella più defilata di pubblicista sportivo. Ma gli effetti collaterali furono comunque inevitabili, perché le partite cominciavano tutte alle 15, e quindi qualcuno che aveva la dritta giusta per far passare quelle due ore seduti alla tavola di un buon ristorante nella cittadina di turno lo si trovava sempre. Adoravo le partite in trasferta.

Di quel periodo ricordo ora un collega che parallelamente si occupava di altro genere di critica, che non riguardava né lo sport né la cucina. Lui era appassionato di cinema, e sia pur molto giovane quanto me, ne sapeva e ne capiva parecchio. Personaggio schivo e chiuso in se stesso, passava la giornata a studiare trame e sceneggiature su riviste specializzate da carbonari. Poi, dopo aver mangiato in casa con la mamma una bistecchina con il pomodorino usciva quando le luci del giorno si erano ormai abbassate sul suo set giornaliero.

Magro, con la barba, con gli occhiali, abbigliato nel suo solito black look e spettinato ancora dal cuscino del mattino si dirigeva con lo sguardo assonnato verso le sale cinematografiche della città o delle cittadine circostanti dove si proiettavamo quei film francesi d’essai che per i più erano di quanto più noioso creato dall’uomo civile. Un paio di volte mi avventurai con lui nei meandri della filmografia underground apprendendo che quanto più la colonna sonora fosse assente, i dialoghi rarefatti e il colore della pellicola bianco- nera o seppiata e tanto più il film rivelava personalità e artisticità sotterranea carpibile solo dai più preparati critici, quelli che sapevano intendere la differenza tra quello che veniva proiettato oltre gli spessi tendoni che dividevano il mondo normale e quello dei film d’essai.

Anche lui poi raccontava il suo punto di vista sulla pellicola oggetto dell’interesse di quattro gatti attraverso le colonne del giornale e dal microfono della radio privata che ci ospitava a pagamento. A differenza mia, che usavo all’epoca nome e cognome, lui utilizzava uno pseudonimo, preferendo la discrezione e salvaguardando la sua indipendenza di giudizio. Non era un atteggiamento costruito, era proprio lui fatto così, che non gradiva apparire ma rimanere nel suo grigiore camaleontico. In effetti il suo ruolo era perfettamente coperto, perché alle sue spalle c’era un editore e un direttore responsabile consenzienti, e siccome, come me, aveva diritto ad un stipendio ed ad un rimborso totale delle spese dei biglietti e dei viaggi si trovava nella condizione ideale per poter proseguire serenamente nel suo mestiere che per lui era anche una missione divina.

Ovviamente in molti si incuriosirono e cercarono di capire chi si celasse dietro a questo Nosferatu cinematografico. Penna fluente, ma voce incerta, e fu quello il suo tallone d’Achille, perché un giorno, pardon, una notte, in una sala non desolatamente vuota, sua condizione abituale da vivere durante la proiezione di un film, c’era più gente del solito, forse addetti ai lavori, che scambiavano qualche opinione tra il primo e il secondo tempo. Forse fu perché questi dissero delle castronerie insopportabili alle sue vergini orecchie, ma tant’é che gli sfuggi un pesante commento che non passò inascoltato da uno degli spettatori; a quest'ulitmo parve di riconoscere una voce radiofonica che si occupava di critica cinematografica e decise di verificare.

La sua vita quel giorno cambiò,  perché lusingato da quello, che si rivelò un addetto ai lavori di un certo livello nazionale ed internazionale,  accettò inizialmente un invito a cena per scambiare qualche forbita opinione, poi fu chiamato a fornire consigli su questa o quell’altra sceneggiatura. Anche qualche regista lo volle sul set perché desse un occhiata preventiva alle pose e ai punti di ripresa. Infine venne invitato a far parte della giuria di concorsi e festival. Il  telefono, al giornale e alla redazione radiofonica, squillava spesso, ed erano in molti a chiedere di lui. Ormai gli chiedevano anche quali attori fossero liberi da impegni per essere impiegati in delicati ruoli dove la trama del film prevedesse precise caratteristiche.

Era diventato lui più star di alcune star, con la differenza che le vere star guadagnavo molto, anche grazie alle sue dritte, mentre lui continuava a campare con lo stipendio del giornale. L'unica differenza consisteva negli inviti a partecipare a meeting, convegni e festival, dove naturalmente era ospitato in grandi e lussuosi alberghi, ma il prezzo da pagare fu altissimo per la sua contraddittoria personalità  il giorno in cui si rese conto di non potersi più definire un critico cinematografico.

- gdf 2012 -