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giovedì 16 giugno 2011

Orizzontale obliqua di Montrachet, la cucina del Palma raccontata da Luca Canessa

- di Luca Canessa-

La palma è sempre lì, all’entrata a rappresentare il locale a ridosso del lungomare che ha fatto la storia della enogastronomia ligure fin dal lontano 1922 e anche la famiglia Viglietti è sempre saldamente al timone della propria creatura, ora il capitano è Massimo chef brizzolato con un passato di sala e di sommelier che gli ha temprato il savoir faire ed il palato. L’occasione è quella di “ripulire” amichevolmente la cantina dell’Avvocato da un po’ di Montrachet di quelli giusti, l’attesa è tanta qualcuno mi mette sul chi va la, “guarda che Massimo fa una cucina strana, io sono ancora traumatizzato dall’ostrica con il gorgonzola cit. Frank-one”, ma anche la curiosità è tanta, perché io ascolto tutti, ma poi il mio giudizio è personale, e il mio palato, ormai super-collaudato, non si fa influenzare da nessuno. Quando entri nel locale sembra di essere nel salotto buono di una qualche casata aristocratica, ma subito lo sguardo è rapito dalla spianata di bicchieri sul tavolone che preparano la mente al duro lavoro della giornata.


Si inizia subito bene con gambero di Oneglia in leggera frittura , cozze e vongole in bianco ruffiano, ma molto piacevole.
Poi si incomincia a fare sul serio con flusso di burrata, tartare di sorallo, ridotto di fragole, coulis di peperoni, salsa balsamica al pesto
che ci fa comprendere la filosofia della cucina improntata sempre su tre elementi, protagonista, comprimario e contrasto.



I fagiolini pelandroni in passata profumo di menta, formaggio di capra, grattata di bottarga di spada sono un piatto da fuoriclasse perché per armonizzare e non snaturare questi tre ingredienti ci vuole una mano e un cervello non indifferenti, il nuovo corso della cucina del Palma incomincia a piacere molto a me e a miei commensali. Quando Massimo annuncia il prossimo piatto il pancotto in crema tiepida e filettino di coniglio spadellato, riduzione di soia e zenzero il pensiero di tutti è stato “chi l’avrebbe mai detto di venire a mangiare il coniglio al rosmarino al Palma”, si ma che coniglio, morbido, profumato contrappuntato alla perfezione, chapeau chef.


Il baccalà cotto a vapore nel bamboo, lardo di colonnata, puré di scorzonera e aceto balsamico di lampone mette in evidenza una grande materia prima, la logica del tre e la capacità di esaltarla senza rovinarla. La melanzana liquida, servita fredda, “king crab” sbollentato e acquadelle in frittura è la portata che fa saltare il banco e gridare “santo subito”, l’effetto è quello di mangiare delle melanzane a funghetto profumate all’origano di grande concentrazione, il granchio dona un po’ di texture e di iodato e i pesciolini fritti il croccante e l’effetto ludico della patatina fritta. Il dentice in scaloppa zabajone di pomodoro e arancio, quinoa, ratatouille, emulsione di olio d’oliva all’acciuga è ottimo e perfettamente cucinato, ma dopo il fuoriclasse di prima passa piuttosto inosservato.

Altro colpo da maestro è il pansoto di lumache, cipolle confit, crudo di trombetta riduzione di vino bianco, grande complessità e concentrazione per un piatto di cui abbiamo chiesto il bis, ma l’intransigente chef non ha ceduto e ci ha lasciato con la voglia. Un assaggino di pasta al pesto alsaziana tanto per ritornare sulla terra chiude la parte salata del nostro pranzo. Gelato di acciughe e peperone confit
è l’unico della serie che non ci ha convinto, i sapori un po’ "paciugati", il troppo dolce in contrasto con il gusto forte dell’acciuga e del peperone non legavano proprio.





Il primo dessert vero e proprio è invece molto originale, mousse di limone, corn flakes, spuma di barbabietola rossa, ottimo per ripulire il palato e preparare alla portata successiva. In giardino piantando basilico un vasetto pieno di terra fatta con cioccolato e biscotti sbriciolati con al di sopra la piantina che spunta dal terreno un omaggio alla nostra Liguria di sicuro effetto. Fuori programma gentilmente preparato dal sous-chef ,dopo aver stressato pure lui, la mousse di cioccolato e spuma di lavanda un modo di trovarsi in Provenza stando comodamente seduti ad Alassio.

Devo dire che dopo questa esperienza mi spiace di non essere mai stato al Palma perché ho trovato una grande cucina, matura, improntata ad esaltare gli ingredienti del territorio esaltandoli e rispettandoli con un tocco di creatività, ma senza barocchismi e senza quella voglia di stupire a tutti i costi che è sempre stata rimproverata al Viglietti sia dai suoi amici che dai suoi detrattori. Continuando per questa strada sicuramente può diventare, se non lo è già, il miglior ristorante ligure, il marziano è tornato sulla terra: bravo Massimo!

-Luca Canessa-


mercoledì 15 giugno 2011

Montrachet e dintorni: Orizzontale obliqua di Grand Cru


Il lato oscuro della Divina Collina.

– del Guardiano del Faro -



Chi manca all’appello? Parecchi in effetti, però i riferimenti non ci mancano. Possiamo guardarci intorno con una certa tranquillità, non supponenza, solo tranquillità. Professionali? No, amatoriali bien sure . Però sull’altissima qualità dei grand cru del Domaine Leflaive nessuno manifesta dubbi, Anne Claude è una grandissima, più facile per qualcuno sentire la mancanza del bisonte americano marcato a fuoco DRC, ma solo per un attimo, perché anche l’ultimo ricordo, piuttosto recente del resto, ci ha lasciato la bocca foderata di tanto frutto maturo abbattuto da altrettanto legno maturo e scarsa acidità. Ma è il vino che in quel modo non matura bene. Fidatevi, battetevene il belino del bisonte. Nessuno ha poi pensato a Comtes Lafon ? Accidenti! Il virtuale confidenziale. Qualcuno starà pensando inarcando un sopraciglio: eccoli qua alle prese con la fiaba della volpe e l’uva. Ma credere alle favole fa poco bene alla fantasia e oscura la realtà, scriviamoci la nostra piuttosto di leggere quelle degli altri, quando leggo troppo scrivo peggio; viaggiamo oltre le fiabe tenendo gli occhi ben aperti. Piuttosto a me spiace si siano esaurite le scorte messe a disposizione dalla nostra mecenate, la Marquise de Laguiche, proprietà di gran lunga la più estesa nell’orto di Montrachet quella gestita da Joseph Drouhin e che nell’occasione di una storica sessione sul tema non fu secondo a nessuno, mentre uno dei due piccoli grand cru di Notre Dame de la Divine Colline ci ha fatto non poco soffrire, quel Criots 2002, accidenti quanto era complicato, aspettiamo il 2006 per ridargli ossigeno e dimentichiamo quell’inglorioso Chevalier fin de siécle. Anche di un massiccio Prieur non rimpiango la mancanza. Ma quanto siamo diventati snob, ma del resto quanti nomi poco noti di Chassagne e Puligny possiedono nobili parcelle sparse tra i cinque Grandi Cru compresi tra i due comuni ? Che facciamo di quelli, li espropriamo? Più Chassagne che Puligny, così a occhio, perdendoci tra le ricadute ereditarie e gli intrecci di cognomi che invitano a passare qualche istruttiva nottata intrufolandosi furtivamente negli uffici dei notai di Beaune e Digione per cercare di capirci veramente qualche cosa su quanto è accaduto negli ultimi mille anni tra un Amiot , dei Colin , Ramonet, Lamy o Gagnard. Proprio loro, i meno blasonati chez nous, avranno il diritto di essere stappati o dobbiamo fossilizzarci sempre e solo sui quei soliti quattro nomi? Inoltre su un tema come questo, volendolo affrontare a mente aperta, meglio levarsi subito il pensiero relativo ad ipotetiche esclusioni motivate sulla base di certificazioni di vario genere, così come sulle proprietà delle parcelle che originano i vini : biodinamici, biologici o altre qualifiche fantasiose quali Grand Vin de Bourgogne e altre definizioni ammiccanti e fuorvianti, spesso indicate nelle retro etichette o nei rispettivi siti internet. Infine rassegnarsi a dover abbattere anche il confine di muretto tra proprietari e negociant.
Qui a fare troppo gli schifiltosi si rischia di rimanere all’asciutto. Finita l’introduzione, colossale sega mentale a due mani, ecco dunque quello che abbiamo ramazzato questa volta, questo c’è sul tavolo . I soliti quattro gatti con dodici bottiglie, avendo avuto il buon senso last minute di non rompere i coperchi delle cassette di Montrachet, Batard e Chevalier di Sauzet 2008. Messi in salvo i bambini appena tornati dall’asilo andiamo dunque a metterci in piega lungo il pendio. Cominceremo dunque dal 2007 e arriveremo al 1989, scendendo per annata e infilandoci anche un vino pirata.





Batard Montrachet Marc Colin 2007 ( **** )
Rotondo, grasso al limite del burro di montagna. Ruffiano e buonissimo ma un pochino corto. Poteva sembrare un infanticidio ed invece è stato il miglior inizio possibile per immergerci nella giusta atmosfera Grand Cru. Esattamente quello che ti aspetti quando decidi di mettere sul tavolo qualche biglietto grosso per berti un grande vino de La Cote de Beaune.


Chevalier Montrachet Etienne Sauzet 2007 ( ***** )
Questa si, questa come direbbe Enzino Vizzari è stata una mossa azzardata da stupratori di Grand Cru. Questo vino da Negociant parte su eleganti note fumè, poi vira su fiori e frutti bianchi, però rimane chiuso dentro se stesso a lungo prima di rendersi conto dell'affronto subito. Un grandissimo in prospettiva, e meno male che il buon senso dell'ultima ora ha impedito lo stupro continuato sul 2008 ;-)


Montrachet Ramonet 2006 ( ***** )
Questo invece è già buono adesso, figuriamoci tra qualche anno. Un vero campione dove solo qualche sensazione di legno (buono), disturba un frutto che sarebbe comunque profondo anche senza nuances esotiche che fanno pensare a banane e ad altri frutti esotici. Lungo e profondo. Eccellente

Montrachet Baron Thenard 2005 ( *** )
Qui non si capisce se abbiano usato un legno del cz o un cz di legno, diversamente alcool e frutto si sarebbero potuti esprimere meglio e non lasciare entrare questo aspirante Barone a Versailles calzando zoccole di legno.
Smalto iniziale, poi affumicato. E infine ci lascia anche un po' di amaro in bocca. Dommage per il legno usato che ha guastato in parte una buona materia.

Bienvenues Batard Montrachet Louis Carillon 2005 ( ***** )
E si, lo sappiamo, il signore di Puligny dispone di un piccolo fazzoletto da naso su questo grand cru, ed è un peccato che la sua disponibilità sia così limitata. Godiamo comunque della sua grande eleganza avvolta in affascinanti profumi di ananas e cedro candito.


Bienvenues Batard Montrachet Guillemard Clerc 2005 ( ** )
Chi è costui? Me lo stavo anche dimenticando. Dov'era la foto, persa anche la foto, ma forse non l'ho scattata, tanto, insomma, il ricordo sfocato è costituito da due annotazioni che parlano di legno, di sensazioni amare e alcoliche che hanno sopraffatto il frutto in un'annata come la 2005, cosa non facile.


Chevalier Montrachet Colin Deleger 2001 ( *** )
Marcato da una leggera ossidazione fatica a reggere il confronto con i migliori ma si differenzia appunto per questa curiosa nota di evoluzione un po' troppo pronunciata che però a qualcuno non dispiace . Note di tuberosa dice uno, ma non ho capito a cosa poteva essere riferito.


Le Montrachet Vincent Girardin 2000 ( *** )
Un tantino rustico e molto potente, nello stile della maison che non raramente imbottiglia dei vini di Chassagne con tenore alcolico che va oltre i 14 gradi. Qui c'è del burro d'alpeggio e della susina a raddrizzare un quadro che inizialmente stortarello poi riesce a farsi apprezzare in seguito all'ossigenazione.


Il vino Pirata ( s.v.)
Che fosse americano l'avevamo capito , sembrava di stare in segheria. Trucioli, segatura e sbarre di legno in lavorazione. Ma ci avranno messo anche dell'uva?


Montrachet Bouchard Père et Fils 1998 ( ***** )
Questo non delude mai, anche in un'annata dove sono già molti i grandi vini arrivati in cima alla collina, e altri ancora ne stanno subendo la caduta progressiva dall'altro versante. Che dire, burro, yogurt acido, camomilla e cedro, struttura importante, profondità e persistenza grandiose.


Montrachet Bouchard Père et Fils 1996 ( ***** )
Se era eccellente il 98 figuriamoci il 96, ed infatti le stesse sensazioni qui si amplificano e si delineano lungo un percorso evolutivo che invita ad una passeggiata nel sottobosco cercando funghetti e tartufi.

BBM Doudet Naudet 1989 ( *** )
Ultimo vino della scorribanda sulla Divina Collina, piuttosto ossidato ma non in misura fastidiosa. Vino da abbinare,che ovviamente in una giornata così fai fatica a berlo ma che in condizioni normali potrebbe trovare un suo spazio a tavola.


La mia personale top five :

Ramonet 2006
Carillon 2005
Bouchard 1996
Bouchard 1998
Sauzet 2007

- gdf -

venerdì 18 marzo 2011

Chevalier Montrachet



- gdf 2011 -

Si fa presto a dire Chevalier Montrachet. E ancor più presto a proclamarsi grand cru per diritti acquisiti. Ci stavo nuovamente pensando qualche giorno fa degustando alcuni vini ad una degustazione di prodotti importati da Ceretto tra cui due blasonati Domaine di Borgogna quali Etienne Sauzet e Jacques Prieur. L'uno l'opposto dell'altro, tra chi rispetta gentilmente anche un fine e giovane Puligny village (2008) e l'altro che riesce a sommergere di legno un grande Chevalier (2001) , che neanche dopo dieci anni dalla vendemmia è riuscito a digerire tutto il legno che ha subito in cantina, anche se imbottigliato come in questo caso in formato magnum. Allora che fare di fronte ad un evidente abuso dal gusto americano che ricorda un esotico Kistler piuttosto che un territoriale Borgogna? Niente, lasciarlo a chi non è ancora stanco di bere legno. Fortunatamente uno dei migliori terroir dove piantare dello chardonnay non è in Monopole a Prieur e quindi quando si vuole far festa senza usare lo stuzzicadenti finito di bere un bicchiere di Chevalier bisognerà affidarsi proprio alla finezza di un Sauzet, piuttosto accessibile , salvo volersi svenare per vivere la sublimazione della mineralità di un D'Auvenay , o per affondare placidamente nella meravigliosa e inebriante complessità di un Domaine Leflaive ( probabilmente il numero uno su questo terroir ) . Mi fermerei a questi tre : Leflaive, D'Auvenay, Sauzet . Intorno ci sarebbe molto altro : Dancer, Bouchard pere et fils, Girardin, Jadot, Colin Deleger, Chartron... Prieur , ecc. Senza mai dimenticare Ramonet.
Sono in molti, e non lo regala nessuno, e a questo punto tanto vale puntare su chi rispetta veramente il terroir e non chi lo copre, ancora convinto che siccome si tratta di un terroir grand cru , questo possa sopportare per grazia ricevuta una quantità superiore di legno nuovo che dovrebbe contribuire ad aumentarne la complessità in chissà quanti anni di longevità. Per poi sentire i soliti commenti: senti che roba in questo bicchiere, dieci anni è sembra un vino nuovo. Oppure, senti che roba, dieci anni e sa ancora di legno.



Questa è roba buona.

-gdf-