Titolo abbastanza banale,
apparentemente banale se non fosse "nella" invece che "della". La scelta è stata in
realtà condizionata da un pezzo scritto un paio di anni fa sul medesimo
argomento e sul medesimo ristorante dal blogger-scrittore confidenziale
Fabrizio Scarpato. Crooner della tastiera che sa sussurrare al pubblico il suo
pensiero riuscendo nel contempo a far calare la luce e l’atmosfera su toni cupi
e crepuscolari che intrappolano in pubblico come in una ipnotica ed invisibile
ragnatela senza via d’uscita. Il titolo di quel pezzo era, anzi è, perché lo potete rileggere con
piacere sul Pigna Blog; dicevo, il titolo di quel pezzo è – così lo trovate in
più fretta nel blog/saloon di Lucianone - “ I dispiaceri della Carne”, che sintetizzò i
pacati umori ottimisti di Scarpato e ridiede fiato al contatore del Luciano Pignataro blog che nei "tre giorni del sindaco" girò come un pacojet anche senza nessun Robert.
L’ho riguardato perché sul tema
era quella la più autorevole tra le varie recensioni apparse in seguito su Trip Advisor. Quel post apre con donne in burka, io ho invece preferito questa targhetta che sta tra la
cucina, il forno e la griglia governata dall’abile Andrea Francioni. C’era
qualche dubbio preventivo tra questa targhetta e l’affermazione di Andrea, che
pronti e via ci annuncia che a noi ha riservato un piacere particolare della carne,
e cioè carne di vitella vergine. Quindi bisognerà entrarci nella carne? Scottona, vergine, e spesso anche martire. Non posso sapere se i clienti del locale a cui fa riferimento la targhetta del 1932 pretesero
altrettanta virtù ed esclusività, ma all’epoca bastava farglielo credere e
cominciare a tirare su il prezzo prima dello strumento. Oggi invece non si può
barare, tutto è timbrato e certificato, prima di essere grigliato in
successione seriale. Qui, di nuovo, ho incontrato un altro formidabile
serial-griller.
Il gancio con Scarpato ( quello
in alto a sinistra ) continua a essere
utile perché avremmo apprezzato anche la sua silenziosa presenza che “accarezza
l’anima”, come certificò in tempi non sospetti il Notaio Tumbiolo da Pietrasanta, ma ahinoi, non ha potuto
condividere con noi questa costata, perché già aveva da pensare alle sue. Sia
io che Scarpato siamo anche rimasti agganciati da un curioso progetto
editoriale che ci vede impegnati, con i nostri stili distinti, nell’impresa di
mettere insieme degli scritti sul medesimo tema, la Michelin e i suoi
ispettori in viaggio, che qui saranno anche passati, ma senza pesare bene
questa bistecca.
Ad un certo punto dello sviluppo
del testo, quando ci si approssima con
sollievo al finale di un libro, può accadere di non sapere come farlo finire. A tutti
e due non spiacerebbe finirlo grigliato l’ispettore, tanto rischieremmo la
querela comunque, ma sono sentimenti che sfuggono al dolce pensiero di raggiungere
questo bisteccodromo dove sono sempre almeno sei le bistecche in “griglia” di
partenza.
![]() |
| Andrea Francioni con il Maffi |
Preso un due di picche anche dal
Leo Ciomei da Pescia e sfumata così l’improvvisata rimpatriata conviviale, a
raggiungere Orentano sono stati i soliti due pirla ricongiunti ( termine
sdoganato al normale uso quotidiano da Formigoni ) e cioè io e Giancarlo Maffi,
con l’indispensabile ausilio di Gianfranco, autista astemio, ma senza l'aiuto di un regista alla Pieraccioni ci si è fermati a questa sceneggiatura dal ritmo incerto.
Se c’è una cosa che accomuna
tutti i ristoratori del pianeta questo è il lamento. Quello che a Genova si
chiama e si chiamava mugugno, con la differenza che per chi lavorava a
contratto, questo era stipulabile con diritto o senza diritto di mugugno. Chi voleva
prenderne diritto percepiva però uno stipendio più basso. Invece i ristoratori
con mugugno di solito vogliono qualche euro in più, spalmandolo in giro per la
carta sotto voci diverse che ne giustifichino la spesa.
Le voci più gettonate del mugugno
del ristoratore sono: gestione del personale, l’affitto del locale, le tasse, i
NAS, l’HACCP, la GdF
( hoops…), i giornalisti ( hoops…), i critici gastronomici ( hoops ), quelli
che fanno le guide ( hoops ) e soprattutto i
vigili che fanno le multe per divieto di sosta davanti al loro
ristorante. Tra queste difficoltà molti si perdono e gettano comprensibilmente
la spugna, mentre altri diversificano, e al business perdente ci agganciano il
barettino, il bistrottino, il catering e un banchettificio, normalmente
vincenti.
Bisogna però essere onesti,
perché anche da parte di chi commenta, comunica e sentenzia, le cose non vanno comunque benissimo, perché se è vero che i veri critici duri e puri si sono estinti come il
dodo, nel dopo Barbaresi, il critico – giornalista – divulgatore - blogger eno
gastronomico ha subito una mutazione genetica che lo ha reso disarticolato su
diverse attività collaterali quali il mediatore, l’impresario, il collocatore
di personale, l’organizzatore, il consulente aziendale o di raccolta differenziata pubblicitaria; insomma, tutto ciò che può
essere utile alla sopravvivenza del giornalista e del ristoratore. Invece neanche
un “Cucchiaio” per Emanuele, neanche quello di legno, che agli italiani non lo negano quasi mai.
Qui a Orentano la situazione è
invece abbastanza tranquillizzante, perché Andrea e tutta l’allegra brigata
della bistecca fiorentina mietono vittime più bovine che umane, nel senso che
qui sono necessari circa dieci quintali di costate a settimana per sfamare gli avventori,
che vuol dire che i cento coperti disponibili al piano terra ( ma c’è anche una
sala sopra ) dovrebbero consentire una serena prosecuzione di attività.
I prezzi in effetti sono per
tutti, la qualità di ogni cosa assaggiata, dall’antipasto al dolce, è di
qualità alta, medio alta o addirittura eccellente come le zuppe o i fagioli
sotto la cenere. Ovvio che la regina di questa tavola è la bistecca, che sia di
maiale o di scottona non delude ma al contrario invita a tornare come un
Freccia Bianca per la Carne Rossa.
E adesso basta con la prosa più virtuale che virtuosa, il prosciutto ce lo siamo già finiti prima di prendere in mano la Nikon con l'obiettivo appannato dal calore della griglia, ma qualcosa di guardabile si è salvato; perché oggi si guarda, nel 1932 mi pare si passasse più velocemente ai fatti a rivedere la targhetta lassù. A proposito, chissà che cosa intendevano con il termine "doppio", che così, a occhio doveva essere una cosina semplice ma dal buon rapporto qualità prezzo .
Quando bevi un vino così ti devi chiedere perché deve essere sempre un Barolo a vincere il primo set. Comunque in Piemonte siamo: uno dei miei migliori 50 vini italiani della settimana.
E adesso come me la cavo a descrivere questo?
Dai che ci provo, visto che è un po' che faccio il pigro su questo tema, ma siccome gli stimoli non mancano, e i testimoni neppure, e allora ci provo, a cominciare dal tappo, perfetto, perché l'umidità media che lo ha circondato negli anni lo ha preservato integro e umido, fatto evidenziato anche dallo stato dell'etichetta. Ha preso anche del caldo questa bottiglia nella sua vita. L'etichetta ha sofferto, il tappo no. Meglio l'umidità troppo alta che troppo scarsa. Il colore è piuttosto carico, sicuramente anche per via del legno, non so però se già da legni di Gamba italiano o gambe di legno francesi. Il naso parte come un Coche Dury anni '80, con la tostatura evidente, proprio con la nocciola tostata abbastanza netta. Poi, senza neppure cambiar comune ( Meursault ) va in fondo al medesimo viale dove sta Coche Dury ( inutile dirlo, già lo sapete voi best tasting che leggete) e si ferma alla porta della sontuosa dimora di Jacques Prieur. Qui prende aria e fiato e infila una serie di profumi esotici che non sarebbero esattamente piemontesi ( banana, e ananas ), ma neppure di Coche bensì di Prieur; ma qui cambia ancora direzione, gira a sinistra e va a sedersi a Puligny con gli altri vecchi del paese a ricordare i bei tempi andati, quando si sorrideva beffardamente tra di loro bevendo un Kistler. Ricordatevi inguaribili assolutisti: non esistono grandi vini dopo anni di affinamento variabile, ma esistono grandi bottiglie. Questa avrebbe stupito molti denigratori di Gaja, riuscendo ad entrarci dentro, nel vino. E io devo ammettere di aver fatto fatica a capirlo, poi, quando mi ha piantato in asso davanti al cancello di Prieur e ha girato verso Puligny, allora ho capito, forse.
Colore chiaro, il definitivo per oggi, o almeno fino alla stazione di Massa, di fronte alla quale esiste un Virgo Cafè dove fanno dei gintonic che ti fanno dimenticare anche gli appuntamenti con Trenitalia e il rilassante Freccia Bianca.
Trattoria Da Benito
Via Martiri della Libertà, 2
Orentano (Pisa)
Chiuso Mercoledì
Prezzo medio: 25 - 30 euro
Tel: 0582 323135
Gran porco questo!
Una delle commoventi zuppe toscane..
Insieme alla bistecca viene servita una fresca insalata con aceto di vino ( e non balsamico, che ha ormai rotto il belino anche ad Andrea), insalata mista e i fagioli cotti sotto la cenere! E allora no? Un insalata da abbraccio, i fagioli anche.
Bistecca impossibile da terminare, ma sappiamo che il Maffi adora i cani ;-)
Du fromage? D'ici et d'ailleurs...
Che fai? Gli dici no ad Andrea? E poi? Se si offende?
Sorprendente questo Vin santo, di annata, come dire: calda?
Eccoli qui, prevedibili, ma anche no, perché molto morbidi; sai com'è, con noi over 50 bisogna far attenzione, ché siamo delicati di gengiva. Non puoi far danni, perché se i canini glieli lasciamo nel cantuccio poi con cosa la veniamo a masticare un'altra volta la bistecca?
Colore chiaro, il definitivo per oggi, o almeno fino alla stazione di Massa, di fronte alla quale esiste un Virgo Cafè dove fanno dei gintonic che ti fanno dimenticare anche gli appuntamenti con Trenitalia e il rilassante Freccia Bianca.
- gdf -
Trattoria Da Benito
Via Martiri della Libertà, 2
Orentano (Pisa)
Chiuso Mercoledì
Prezzo medio: 25 - 30 euro
Tel: 0582 323135






















