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mercoledì 25 marzo 2015

Arianna | Cavaglietto : da Caterina e Pier Giuseppe Viazzi


gdf



Caterina Viazzi
Ingenuamente mi sorprendo ancora. Rientro in questo bellissimo locale dopo una quindicina d'anni dispersi in mille problemi irrisolti e ancora mi sorprendo. Tutto per un attimo mi pare cristallizzato, immobilizzato. Di situazioni gastronomicamente cristallizzate in Italia ne possiamo trovare quante ne vogliamo, basta volerlo, basta ritrovare quegli indirizzi che andavamo a cercare 30 anni fa su un guida cartacea e che raggiungevamo senza navigatore satellitare. 

Alcune situazioni saranno diventate polverose, altre ripassate al passino fine di un lifting più o meno riuscito, altre ancora quasi immutate, quelle che devi proprio osservare con la lente ingrandimento per cercare quel qualche cosa che ti aiuti a capire, che ti garantisca che il tempo è veramente trascorso.

Bisogna farsene un ragione, mettersi a tavola e farsene una ragione, rendendosi finalmente conto di quanto è soggettivo il giudizio di chi scrisse allora e di chi scrive oggi di cucina e di ristorazione, quelli che fanno differenza tra chi è arrivato dopo, tra chi c'era già prima ma ha detto no alla mistificazione del classico, tramutandolo in un falso d'autore aggiornato, e ancora tra chi sa fare p.r. e chiamare periodicamente i numeri giusti e chi invece ha semplicemente continuato a fare il suo lavoro dopo averlo appreso dai suoi maestri, accontentandosi semplicemente di usare i migliori prodotti, trasformarli il minimo indispensabile per renderli definibili piatti di buona cucina, e a tratti di alta cucina, quella senza tempo. I motivi per tornare a Cavaglietto, nella campagna novarese, per gustare la cucina di Pier Giuseppe Viazzi sono ancora validi, intatti.


Tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, il giovane Viazzi è già lontanissimo dalla campagna novarese, lavora in un albergo con vista su di una delle più belle spiagge d'Europa, quella de La Baule, lungo l'Atlantico francese, prima di spostarsi in una piccola località a metà strada tra Parigi e Reims, La Ferté sous Jouarre a l'Auberge du Condé, due stelle Michelin, ma ad un ora di macchina da mostri sacri della cucina di quegli anni, quelli che si chiamano Robuchon, Senderens, Boyer, Rostang ... ecc. La trattoria di famiglia, con il suo ritorno, prende una stella Michelin già nel 1985, quando Giuseppe ha si e no 27/28 anni. Nel 1992 fa parte di quel piccolo gruppo di visionari che fondano la J.R.E. Nel 1998 la Michelin decide di riprendersi la stella conferita 13 anni prima, con quella motivazione, anch'essa classica, immutata, quelle che : " ... non ci sono più le condizioni". Sono pillole amare da mandare giù, ma a ben guardare, oggi sarebbe meglio un bib che una stella, o comunque puntare su un ottimo rapporto qualità prezzo per sopravvivere degnamente nella ristorazione di casa propria, e un menù a 40 euro composto da piatti come quelli qui sotto evidenziati mi pare una buona risposta da dare a chi pensasse erroneamente che a Cavaglietto sia accaduto qualche cosa di negativo.

Da sempre, alcuni tipi di pane fatti in casa, anche due volte al giorno

Non è quel che sembra ... si c'è della carne cruda, con acciughe, capperi, scalogno e spezie e....

Gamberi impanati al sesamo su soffice crema di patate

Insalatine fresche con faraona e foie gras, julienne di sedano

Animelle brasate con carciofi

Paccheri, punte di asparagi, calamretti spillo in intingolo Mediterraneo

Salmerino alpino con asparagi in fumetto cremoso

Scaloppa di mormora, carciofi in riduzione d'arancia all'olio d'oliva

Sorbetto d'arance siciliane

Millefoglie (cotta al momento), di fragole e crema

Semifreddo di zabaione al caffè e savoiardi

Con Pier Giuseppe  Viazzi: era il 1985, è il 2015

Letture condivise, mentre nel cassetto sotto alla mensola ci sono le carte souvenir dei migliori ristoranti d'Europa frequentati degli anni '70, '80 e '90, da me o da lui. I  suoi13 preferiti sono invece incorniciati e attaccati alla parete del salotto: Troisgros, Ducasse, Robuchon, Girardet, Chapel, Maximin, Thuilier, Senderens, Vergé e pochi altri rari miti irrangiungibili

gdf

mercoledì 28 gennaio 2015

Chalet Belvedere - Courmayeur Planpincieux


del Guardiano del Faro


Stefano Zonca non me lo vedrei proprio a gestire un locale al piano terreno di un condominio. Stefano Zonca, cuoco dal sorriso facile e dalla mano ferma è uno che di "location" banali ci capisce poco. Mai prese in considerazione credo. L'ho conosciuto circa sette anni fa, nel settembre 2007, quando stava in un posto che anche un valdostano dal vago senso del patuà avrebbe definito le trou du cul di monde, senza offesa, solo per quella dozzina di chilometri di curve in verticale stretta che collegano Saint Pierre alla frazione Rumiod Dessus.

Nonostante le curve -che percorsi più volte in seguito- lo stomaco resse bene, e quindi lo infilai subito nella prima guida dove mi consentirono di scrivere qualche cosa di anomalo. Fu la Guida Gourmet dell'Editoriale Domus, e se la rilegatura precaria ha tenuto, dovrebbe ancora contenere quella pagina, dove mi permisi di segnalare questo cuoco che allora mi parse un montanaro mancato, perché il suo curriculum parlava in toscano ed in anglo-francese: la fiorentina Enoteca Pinchiorri e la Tainte Claire londinese.

Una coppia di tre stelle così ti segna, e anche se ti sei messo in testa di fare la fonduta e la carbonade, beh, non ti possono venire come agli altri, perché  i passaggi fondamentali della carriera ti marcano a fuoco. 

Un cuoco dalla solidità notevole Zonca, con alle spalle transiti in Grand Hotel come Les Iles Borromées di Stresa all'inizio e quello a Le Mont Blanc de La Salle alla fine, con in mezzo quei due pezzi da novanta sopracitati; esperienze che hanno fatto di lui uno di quelli che hanno messo nel cassetto e nell'armadio un equipaggiamento da alta quota tale da non temere neanche i meno sette gradi di questa bellissima giornata di mezza settimana; qui, a 1640 metri, in Val Ferret, a Planpincieux, sotto le Grandes Jorasses, sans souci.

Arianna in sala sorride, sa di non dover temere nulla da ciò che Stefano preparerà in cucina e che lei proporrà ai molti clienti che affollano il locale principalmente sul fine settimana. Sa quel che fa, quel che dice Arianna, tiene botta di fronte a tutti, cosa ormai rara tra il personale di sala.

Come si dice in gergo, il ristorante vale la deviazione, giù al bivio di La Palud, prima o dopo il Tunnel del Monte Bianco, prima o dopo una sciata, prima o dopo un bicchiere di passaggio dall'Armadillo Bar di La Palud.

Mise en place a table. Tovagliolo e posate sul tagliere

Il pane caldo nel sacchetto

Il mezzo panino croccante di musetto, salsa verde e mostarda di zucca.
Un canagliata ben riuscita



Uvaggio valdostano ricavato da alcuni vitigni, dove c'è sicuramente dentro pinot noir e gamay, anche se il produttore invece di scriverlo in chiaro sulla contro etichetta preferisce il mistero. Qui si cavalcano pensieri evocativi quali " scalpita il tannino come un cavallo selvaggio domato con grande maestria dal suo stalliere".

Beh, il vino poi gli è venuto così così allo stalliere, comunque salvo dallo stallatico di altri che allevano vacche, ma al di là della migliorabilità del prodotto, quello che mi ha positivamente impressionato è la nota relativa al "contiene solfiti e uovo". Caso rarissimo e cristallino di dichiarazione di chiarifica tramite albume, almeno immagino sia questo il significato dell'informazione, anzi, lo spero.


Carciofi fritti in finissima pastella, baccalà mantecato, insalate amare, puntarelle, soncino, gocce di pomodoro e anche un dressing acido di yogurt. Quando hai fatto il mini basket da piccolino poi si vede. 

Questo vale la deviazione.  Sono dei piccoli agnolotti concentratissimi di brasato e milza appoggiati su un soffice cuscino di latte di cardi.


Qui c'è un piatto da concorso, nel senso che gli cheffini che vanno ai concorsi di cucina, rifletessero su questa immagine ... comunque: maialino laccato al miele, pepe nero, bacche e radici - pastinaca-


Dessert sano e confortevole, come buttarsi su una sedia a sdraio al sole, una sdraiata all'aperto, anche se c'è la neve: mela tatin, granella di frutta secca, gelato vaniglia, confiture de lait, panna e meringa.

Questa si può avere solo in stagione: si tratta di sambuca alla neve d'alpeggio.