- del Guardiano del Faro -
Il capo dei sommelier di Georges
Blanc quella mattina del 20 agosto 1992 passò come d’abitudine a salutarmi in sala, ad uno dei tavoli apparecchiati per le piccole colazioni. Il momento era ormai consolidato nella forma e nella
sostanza da almeno una settimana, una pesantissima settimana nella quale non mi
era possibile far altro per iniziare la giornata: solo alzarmi, bere prima una
spremuta d’arancio e poi un lungo caffè americano senza masticare nulla, solo
pensieri contraddittori.
Non potevo continuare così. Quel
caldo opprimente della campagna dell’Ain non mollava mai. Dipartimento 01. Ogni
giorno mi toccava cominciare da 01, cercando vanamente di arrivare ai numeri
successivi fino a sera, fino a notte, fino allo zero a zero, per ricominciare la
mattina successiva da 01.
Nella cameretta c’era una piccola
radio sveglia già selezionata per le 8,30, non trovai un motivo valido per
cambiarle i suoi riferimenti, mi stavo affezionando a quel curioso carillon
elettronico. Il condizionatore spingeva
al massimo per rendere accettabile la temperatura nella piccola camera che
stava sopra ad una lunga scala; scala che alla sua base condivideva un corridoio che da una parte dava verso la reception e dall’altra si apriva verso
le cucine.
Aprendo la porta della piccola camera singola si poteva già capire
quali fossero le priorità giornaliere di Georges Blanc. Quella mattina si trattava di un
fondo di agnello al dragoncello, il giorno prima di un classico jus de viande
de boeuf e due giorni prima di una sontuosa base di crostacei. Dunque jus
d’agneau à l’estragon alle 8,30. Non ce la potevo fare, la testa era già
dolorante per conto suo e lo stomaco stava per reagire male.
Una cameriera - sempre la stessa
da una settimana - vide la porticina aperta e
premurosamente salì la ripida scaletta e bussò sulla porta aperta. Mi
aveva portato la consueta spremuta d’arancio. Non osava dire nulla, conosceva
la situazione, avrebbe voluto fare qualcosa in più ma la mia mente la
respingeva. Lasciò il bicchiere di spremuta sul comodino, sorrise in maniera
malinconica e richiuse la porta.
La prima la bevevo in camera, per combattere
il sentore di jus de viande della mattina stessa e di quello della sera prima
che avevo condiviso con le mignon de boeuf e un Haut Brion 1961; serata dove
una di quelle tre americane vestite con i medesimi rivestimenti delle poltrone
e dei tendaggi, si era tirata addosso mezzo poulet à la crème giustificando la
quantità di salsa presente nel piatto fondo, appena sufficiente per coprire
buona parte del suo tremendo vestitino.
Il capo dei sommelier quella
mattina, sapendo dove sarei andato anche quel giorno, mi propose
coraggiosamente un’alternativa che non fosse una corsia d’ospedale, che non
fossero gli odori di disinfettanti e di anestetici, ma che per una volta fossero
sentori di campagna e di cantine. Finito il caffè mi fece fare un giro nella
cantinetta sotto vetro, fino a raggiungere una nicchia dove giacevano
seminascosti da decenni alcuni flaconi di vecchi Champagne. Mi diede facoltà di
sceglierne uno per la sera. Per il giorno, invece, mi infilò in mano due
indirizzi di un paio di amici produttori di vino, fornitori fidati della
cantina di Georges Blanc.
Uno stava nel Beaujolais a
Morgon, l’altro molto più a nord, a Puligny Montrachet. Prima il rosso, mi raccomando! In Borgogna si usa così! Parta ora, alle 10 sarà a Morgon, si
faccia la sua tranquilla degustazione di Gamay 1990 e 1991. Si fermi poi a
pranzo qui, a Fleury, da Madame Chantal Chagny, ma non si faccia troppo
affascinare dalla sua meravigliosa cucina del territorio, perché verso le 15,30
la attendono a Puligny per assaggiare le annate 1988, 1989 e 1990. Già da oggi
pare che questo filotto di annate sarà difficilmente replicabile in futuro in
Cote de Beaune, i Carillon non sono dei produttori molto noti, riservati,ma anche seri e
professionali, non arrivi in ritardo da loro.
Il mio primo telefonino risale al
1993, esattamente un anno dopo l’estate 1992. Si trattava di un grottesco
Swatch bicolore, verde acido e fucsia, un oggetto orribile che mi fu regalato
per potermi rintracciare ma che fortunatamente sparì insieme all’auto che mi
rubarono in un parcheggio d’autogrill della tangenziale milanese. Quindi pas de
telephone nell’agosto 1992. Fui costretto a prendere la consueta uscita per Bourg
en Bresse ed eseguire la consueta penosa visita prima di proseguire.
Lo sguardo di lei diceva molto,
stava cominciando a capire quale fosse l’epilogo, prima il nostro e poi il suo.
Mi ci volle un doppio Pastis al bar di fronte per riuscire a reagire. E il
sapore di quei Morgon o di quei Fleury non me li ricordo oggi come non me lo
ricordai già due ore dopo averli bevuti, né chi fosse il produttore che
visitai.
Chantal Chagny l’ho rivista
l’anno scorso. Il suo Le Cep tiene duro, si sta bene da Chantal, e ci si
ricorda che la dignità di un buon Beaujolais non è seconda a molti altri
Terroir de France. I Carillon invece si sono divisi, adesso le etichette sono
due, quell’etichetta gloriosa non c’è più. Di quell’ agosto 1992 resta
questo, una vecchia foto immerso nella
piscina di Georges Blanc e una bottiglia vuota di Bienvenues Batard Montrachet
1988 dei Carillon, quando stavano insieme.
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