lunedì 30 dicembre 2013

Lo scamone alla Robespierre


gdf

Cominciamo male stavolta. Ci tengo a partire bene e brillante con un post, se no tu ti annoi, e domani finisce l’anno ma non comincia niente. Deciso, preciso e sanguigno, ma sarebbe andato bene anche sanguinolento, invece solo lento.

Non mi rendo conto di aver cucinato e poi divorato golosamente e direttamente in cucina lo scamone alla Robespierre senza essermi ricordato di fare due foto dopo aver lasciato il coltello, prima di impugnare la fatal forchetta.

Tutto ciò è imperdonabile per un food blogger. Ci sono rimasto male di umore e bene di palato quando l’ho finito. Ne cercavo disperatamente ancora in giro un pezzettino: con il macro me la sarei potuta cavare, inquadrandolo di taglio o di coltello.

Adesso che me lo sono finito posso solo zappare in giro per google immagini, altro non posso fare, se non attendere che il macellaio riapra, oppure cercare di dare un senso ad un post di fine anno già arrivato a metà strada senza una via d'uscita.

La Robespierre: un piatto da carnivori che esce dalla logica di Fiorentine al Sangue o Madame Piemontesi al rosa. Cosa sia uno scamone al rosa quelli di google immagini fanno fatica ad intenderlo, di conseguenza mi resta solo di far passare il messaggio fatto da un filetto dalla cottura magistrale.

La buona memoria non è solo ricordarsi quell'istante per poi riproporlo tale e quale. La mia memoria, di un qualsiasi oggetto o situazione, ridiventa visibile filtrata dal tempo e dall'esperienza.

La buona carne piemontese non te ne lascia di sangue nel piatto, se lo tiene, parsimoniosamente, diversamente dalla Chianina, esuberante ed allagante sull’orizzontale di ceramica. La Piemontese si rilassa e si concede solo se ben frollata, però poi non ti lascia neppure una goccia in giro.

Robespierre venne definito l’incorruttibile, e protagonista controverso, prima della Rivoluzione Francese e poi del Regime del terrore. Contro verso bisognerebbe intanto evitare di farsi tagliare il taglio di scamone dal macellaio, e poi anche a casa al momento di scegliere il verso giusto del pezzo di carne di fronte al coltello, per non offendere la nostra impoverita dentatura, ormai in balia dai decenni passati di cremine e passate.

Le migliori esecuzioni le comandò, a quanto pare, proprio lui, Maximilien de Robespierre, prima di fare la stessa fine, ghigliottinato grossolanamente. Perché debba essere associato al suo nome questo piatto bisognerebbe chiederlo, da quanto mi diceva il buon Pierre (tra i miei primi maestri di cibo e di vino), Robert's et Pierre, dicevo, bisognerebbe chiederlo ai milanesi, quelli che il carpaccio non lo volevano al sangue ma passato sotto alla salamandra o alla graticola. Che supplizi! Meglio la grossolana ghigliottina allora.

Tra toscani, piemontesi e milanesi, comunque sia, meglio i primi due di quelli del carpaccio al forno. Ovviamente questo piatto da fighetti milanesi, non poteva altro che essere costruito a suo tempo attorno ad un pregiato e costoso filetto, poi rovinato sotto la salamandra.

Piatto di servizio bollente, filetto scottato intero e poi affettato fine come la bresaola e condito con un intingolo (quando andava bene) fatto di olio profumato da aglio e rosmarino. Suggestioni e non suggerimenti.




Se no con il filo d’olio crudo e le schegge di parmigiano, limone e rucola. Proprio come si usava in quel locale milanese in Piazza del Liberty, dove la moquette tartan scozzese riprendeva i colori di moda delle giacche di molti dei clienti. Huei! Ma ti sei strappato via un pezzo di moquette dal pavimento del ristorante per farti fare la giacca?  Sono dei battutisti istintivi i milanesi, anche in cucina, fanno ridere senza neanche volerlo.

Il piatto è molto buono, ma va fatto così. Niente filetto, che è insapore di fronte ad uno scamone frollato come si deve. Si cuoce alla Marchesi, partendo da un bel blocco da 400 grammi con burro chiarificato e spumeggiante e da un tegame della misura del pezzo di carne. 

Tre minuti di qui, tre minuti di là cucchiaiandolo continuamente con il burro pescato ai lati della carne in cottura, piegando di qualche grado il tegame. E infine messo a riposare 5 minuti in forno a 60 gradi, su una superficie forata o una griglia, così che la carne non sudi.

In quei cinque minuti si prepara l’intingolo facendo prendere il profumo di aglio e rosmarino a qualche centilitro d’olio d’oliva già potente di suo, ma che non vada oltre i 69 gradi, più che sufficienti perché il grasso prelevi i profumi dai vegetali.

Qui il toscano va benissimo, ma su carne piemontese, anche se lo fa un milanese.  Si leva il pezzo di scamone dal forno e lo si scaloppa, ma non troppo finemente come un carpaccio; lo si stende su un piatto ben caldo ( e senza letto di rucola s.v.p.), quindi lo si irrora dell’intingolo, sale grosso e pepe nero. 

A quel punto bisognerebbe evitare di farsi prendere dall’entusiasmo e ricordarsi di fare un paio di foto ricordo di un piatto souvenir di un bel taglio, invece di mangiarlo con la foga di un qualsiasi vorace controrivoluzionario francese che avrebbe fatto a fettine anche Robespierre, inventando un'aggettivazione da un nome: alla Robespierienne. 

Felliniano si dice, come quando un popolo perde la testa per una persona e la trasforma in un aggettivo.

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domenica 29 dicembre 2013

PEE PEE ISLAND

Marco 50&50

Ho il respiro corto, non posso tenere questo ritmo, la conquista mi solletica ma mi sta mettendo a dura prova, forse questi sforzi non fanno più per me, il mio respiro è più veloce e profondo, sono quasi in iperventilazione, anche il mio ritmo respiratorio notturno non è più lo stesso, mi sveglio frequentemente con un pensiero fisso, quella quota deve essere mia.

Ma la quota resiste all’assalto, per quanto mi sforzi sono troppo vintage e old fashioned per una lolita fuori quota, il mio respiro è normale, il posto nel letto di fianco al mio è vuoto solo perché la quota rosa si è alzata prima e sta preparando il caffè, ma soprattutto non ci sono lolite a babordo, o forse ho solo il cannocchiale sporco di nebbia che oggi qui al nord ha alzato la voce e il tasso d’umidità.

Comunque, quelli indicati sopra sono solo gli effetti dell’esposizione ad alta quota, normali e fisiologici cambiamenti che avvengono in ogni persona che decida di andare sempre più in alto.

Certo, se qualcuno, nonostante la tisana alla camomilla, dovesse avere la sfortuna di non riuscire a prender sonno con una lolita maggiorenne e maggiorata, si ritroverebbe a passare una notte d’inverno con gli stessi effetti oltre a qualcuno collaterale…

Allora mi chiedo perché fare tutta quella fatica in alta montagna, in mezzo alla neve al freddo, al ghiaccio, mancano più di tre mesi alla primavera e “tre mesi sono lunghi da passare…” così quest’inverno baratto la neve coll’acqua di mare e porto la mia quota a bassa quota anzi proprio sul livello del Mar delle Andamane.




Quando l’aereo fa uno scalo tecnico a Dubai sono preparato, so che il caldo se pur secco colpisce forte, ma non barcollo, poi risalgo “ridecollo” e riatterro in Oriente, qui l’umido mi appanna la vista, ma non è una vacanza condizionata, quindi strizzo gli occhiali da sole allagando l’area controllo passaporto e sopporto.

Evito l’attesa bagaglio ma soprattutto il rischio bagaglio smarrito, ho una sacca a mano di dimensioni ridicole con l’essenziale, un ricambio, pinne maschera e boccaglio, qualche motivo alla quota per litigare bisogna sempre darlo…

Il maremoto nell’Oceano Indiano che ha colpito questa zona nel 2004 deve ancora arrivare e Leonardo Di Caprio non ha ancora girato The Beach, proprio sulla spiaggia ad un passo dalla capanna che abbiamo preso per la notte, un letto un tubo per l’acqua un buco, anche nel senso di foro.



Pee Pee Island è un incanto, non c’è nulla, le giornate sono scandite dal sorgere e dal calare del sole, ci si alza presto, si cena presto, si va a letto presto, la prima volta che sono venuto qui con un amico dopo quasi un mese in Thailandia ho percepito il fascino particolare di questo posto “disconnesso” senza auto, moto, telefono e televisione, così lontano dalle abitudini e dai ritmi occidentali ma anche dal resto dell’Oriente, l’isola, nel nulla, senza nulla, lontani da tutto.

Ma “le cose importanti della vita non sono cose” questo concetto, qui così comprensibile, una volta rientrati in occidente viene tenuto in panchina come una riserva di lusso con pochi minuti nelle gambe, eppure basta poco per cambiare una partita e il senso delle cose. 

Forse oggi, anche qui si saranno adeguati e connettendosi al mondo avranno reso artificiale il Paradiso reale che avevano a portata di sguardo.

Ho fatto immersioni ovunque, nuotate a Maya Bay e a Lo Samah Bay,  mi sono immerso nel nero di una seppia pescata dalla barchetta di un pescatore, ho fatto urlare la quota e il pescatore quando ho detto:Io scendo qui,perché sapevo senza saperlo che così libero e selvaggio non mi sarei più sentito.


Quando a shark point mi sono tuffato dalla barca chiedendo di essere lasciato lì da solo, la spiaggia dalla maschera si vedeva piccolissima, ma aver paura di aver paura di provarci mi ha dato la forza e la calma per farcela.

Il genio si muove nella follia, nel senso che si tiene a galla là dove il demente annega (Paul Valery), non sono certo un genio, forse mezzo matto ma non demente, così mi sono tenuto a galla e la sera a cena, lo squalo l’ho mangiato io, mixando un pizzico di spezie con un pizzico di orgoglio, i miei gusti con i loro.

Ci sono dei posti che rimangono nel cuore, si fermano per un tempo indefinito poi se ne vanno, altri luoghi al cuore non ci arrivano nemmeno, si passa di fretta, come in tangenziale, non rimane nulla. Il nulla di Ko Phi Phi, invece, è qualcosa di immenso che non se ne va, ogni tanto ci penso e sorrido, come nella foto col fiore…






Marco 50&50


sabato 28 dicembre 2013

Lo chef che parlava agli astici

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Libri, cavalli, musica, vini e cucina. E astici bretoni. Ah! l’homard breton… E al termine “bretone” la lampada del faro bretone sembra girare più in fretta e illuminare la scena focalizzandosi meglio su argomenti diversi dagli astici, di cui non sono particolarmente goloso, specialmente quando sono coriacei e chiusi nel loro carapace. Li rispetto, sono bretoni.


Jacques Thorel per esempio. Quello dell’Auberge Bretonne a La Roche Bernard, sulla costa occidentale della Bretagna. La Roche Bernard, dichiarata dall’intera Francia “Cité de caractere”. Un po’ meno in Avenue Breteuil, dove gli ispettori hanno sempre trovato un qualche buon motivo caratteriale per non assegnare il massimo della loro valutazione, salvo in un caso, ma non questo.

Non di stelle ma di carattere, i Bretoni ne hanno da vendere a tutto il resto del mondo, e io subisco quando mi sembra ne valga la pena per capirci qualche cosa in più, non importa l’argomento. Certo, se l’argomento è rappresentato da un Relais et Chateaux di sole undici deliziose camerette annesse al ristorante gastronomico due stelle Michelin e 18/20mi Gault Millau la mia sensibilità cresce.



Sapere che lo chef che parlava agli astici aveva hobby e passioni così diverse non faceva altro che accrescere il fascino e l’attrazione, il senso di un viaggio così lungo. 7000 libri di cucina in biblioteca e 36000 bottiglie di vini rari in cantina. Cos’altro cercare?

Ma perché quest’argomento oggi? Il perché lo nascondo in mezza riga qui in mezzo al resto, così ai disattenti sfuggirà, mentre ai più interessati -pochi a dire il vero- potrebbe riservare una lieta sorpresa.

Si, perché parlare di una situazione già andata in archivio da tempo sembra voler cercare la nota malinconica della storia. Storia che si è conclusa tre anni fa, quando Jacques Thorel aveva solo 55 anni ma più di quaranta di esperienza di fornelli. 

Pensione meritata quindi, ma la svolta psicologica, prima di ritornare alla lettura dei suoi libri stappando una delle sue rarissime bottiglie potrebbe essere stata motivata anche dall’ennesimo schiaffetto arrivato da Parigi verso la Bretagna, dove ci si aspettava che prima o poi potesse arrivare quella benedetta terza stella, privilegio del solo Roellinger da Cancale, mentre a Thorel ne fu levata una delle due.

E allora, l’ultima cena con lui ai fornelli, Thorel promise di servirla teatralmente proprio a Parigi, in Place de La Concorde, dentro al Crillon, ed in onore di Olivier Roellinger. Voilà! Coup de theatre e buona notte a tutti.

La stessa Gault Millau ammetteva che il proprio giudizio non godeva dell’unanimità di consensi, specialmente da parte dei molti clienti fiaccati dai tempi d’attesa al tavolo, dalla soppressione del servizio alla carta o di alcuni menù annunciati. 

Accadde anche a me, ma insomma, di sabato sera e in agosto in Bretagna bisogna prendere tutti e offrire quel che i pescatori hanno messo a disposizione. Andò maluccio, tra due menù dove l’unica differenza poteva essere individuata nella presenza o meno del solito astice bretone, quello coriaceo e ben chiuso nel suo carapace.

Ma non ne feci un dramma, cosciente che prima o poi il tempo avrebbe reso giustizia. Intanto imparai ad evitare la Bretagna nel mese di agosto, e poi attesi che gli eventi si incrociassero nuovamente, cosa che avvenne anni dopo, quando quelle famose bottiglie di Asteroide di Didier Dageneau (il miglior sauvignon del pianeta) arrivò al faro.

Ve l’ho menata per anni sul web con questa bottiglia, ma non è sempre la solita. Questa bottiglia che arrivò fin qui per vie traverse, ma proveniente proprio dalla cantina di Jacques Thorel, da quest’uomo ispirato da diverse passioni, che potrebbe nel prossimo futuro lasciare per qualche tempo i suoi impegni in giro per il mondo per portare ben più al largo il solito discorso con gli astici, prima di servirli alla sua maniera, Bretone, spero.

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venerdì 27 dicembre 2013

Bernard Loiseau

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Un intero mese dedicato a Bernard Loiseau nel decennale della sua decisione di scomparire fisicamente da questo gioco, in questo tempo. Un mese intero e quasi una ventina di post disseminati sulle strade statali che da Parigi raggiungono il Morvan e la Borgogna, soffermandosi ad ogni paracarro significativo, scandagliando dentro tutti i fossi passati e presenti dell’ Affaire Loiseau.

Rimetterlo in gioco così pesantemente deve essere stato impegnativo, decisione presa da parte di un blogger che non conosco ma che mi fa impressione e mi colpisce l’immaginazione, così come quel mezzo piccione farcito di foie gras mangiato venti anni fa in quel luogo, e che resterà scolpito per sempre in questa mente, come quella là, quella persa di vista in questa vita

Recuperata neppure nell’astrale,  quando ti svegli convinto di averla finalmente colta, quando il pensiero ce l’hai dritto e preciso, focalizzato lì; allora meglio alzarsi e fare un giro in bagno. Ricambio di pensieri che ripartono dal corpo invece che dalla mente.

Di notte invece, più mente che corpo. Piatto sognato e rivissuto, e come pochi altri, vomitati subito dopo mangiato, perché quando l’emozione e così forte il corpo non ce la può fare ad accettare che sia così, che sia così tanto. Sublime, quasi irreale, ma invece no, realmente presente ma spostato su una dimensione diversa, e quindi non comprensibile rimanendo seduto ad una tavola piuttosto che a letto sognando.



L’ho messo nei preferiti da un pezzo: La Passion du Gout. Anche Baptiste secondo me vive sotto l'effetto di questa benedetta passione, quella che continua a farti fare le stesse cose volentieri senza pretendere nulla in cambio. Sono quelle emozioni in cui mi specchio preciso senza diaframmi  o deformazioni di vetri o colori. Sono quei momenti in cui mi dico: lo potevo fare anch’io?

No, così no, però non posso far altro che complimentarmi per il nobile gesto, anche se un mese monotematico sul web, anche se non è tutto è molto, anzi parecchio.

Lo tenevo d’occhio da inizio mese, sembrava proprio fare sul serio, giorno dopo giorno, e sta portando a termine il lavoro, prendendo dentro tutto il possibile; più il dopo che il prima a dire il vero, ma sono felice e depresso lo stesso, turbato dal suo coraggio e dalla sua continuità.

Alla fine è riuscito ad emozionarmi, a scavarmi un solco dentro, e allora mi permetto di controbattere andando a fare un giro in archivio, nel mio piccolo archivio, facendo qualche passo indietro, prima della seconda e della terza; andando dritto verso la prima volta, quella che non andrebbe ripetuta se ben riuscita. Quella resta, buona la prima: questa, quell’emozione mia e non mia, che torna a galla prepotentemente, tenendo l’allineamento a sinistra


Un’immagine fissa nella mente.
Un ragazzo che come me preferiva stare solo a tavola.
Un ragazzo che scelse il menù più lungo e articolato.
Un ragazzo che ad ogni piatto arrivato, dopo l’assaggio, sussultava con il corpo e gioiva con il viso come se sotto il tavolo ci fossero mani e labbra esperte a fargli perdere il controllo, invece era “solo” per quello che stava mangiando.
Quando uno chef provoca sensazioni mentali e fisiche di questo livello profondo cos’altro può fare?

Piove sul Morvan.
Piove spesso sulle foreste del Morvan.
E se non piove le brume nebbiose si abbassano e avvolgono le abitazioni isolandole.
Casualmente apparirà qualche squarcio di cielo blu tra le nuvole atlantiche che corrono veloci come i pensieri.
Tanti pensieri.

C’è modo e modo per andarsene.
C’è chi “si” ammala, chi provoca l’incidente, chi lo condivide, chi pensa che basta così e punto e a capo.
La teatralità dell’uscita di scena di Bernard Loiseau così come di Denis Mortet, come dire, cucina e vino in Borgogna portati a livelli sublimi, farebbe pensare superficialmente ad una convinzione del raggiungimento di un livello terreno non superabile.
Chi ha bevuto un Clos Vougeot o uno Chambertin 2005 di Mortet o chi ha mangiato qualche volailles o pigeon di Loiseau dovrebbe avere inteso quale esasperata perfezione sia stata cercata e raggiunta. Quindi per loro poteva forse bastare così per questo giro, almeno per quello che è concesso di capire a me che ho amato profondamente l’opera di entrambi .
Non voglio credere a motivazioni diverse.
Quando decideranno di tornare, sarà per fare di meglio, ad un altro livello, quindi probabilmente in Tibet.


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giovedì 26 dicembre 2013

Racconti d'inverno | 4000 caratteri

Marco 50&50

La macchina a trazione posteriore, senza catene né gomme termiche, tenta un disperato spazzaneve, le quote senza calze termiche perdono il controllo,  lui perde il controllo ma solo dell’auto, che invece di ripartire adesso slitta, forse ci vorrebbe una slitta per fare un passo avanti qui al Passo del Falzarego, invece basta inserire sotto le ruote qualche tappetino, un ombrello, un giubbotto, un giornale e un po’ di buona volontà che si riparte.

Il prossimo inverno cambiamo destinazione, l’idea di restar fermi nella tormenta mi tormenta, andiamo a sud, la gente è più aperta, la temperatura è diversa, la neve   difende a zona in spiaggia e al mare attacca con fatica.Così l’anno seguente, senza esitazioni, ci spingiamo a Sud, carichiamo, gommoni paletta e secchiello e via, il Sud Tirolo ci aspetta, per non rischiare, sotto i teli da bagno nascondo le catene da neve, l’esperienza insegna, il problema è la lingua nella quale ce lo insegna. Che la lingua sia importante è assodato, le funzioni sono molteplici, farsi sentire e farsi capire è di primaria importanza.



Questa, ad esempio, è una lingua che ho studiato poco e capito ancora meno, le foto e le disattenzioni possono trarre in inganno, la strada in salita ci porta a Sud, anzi in Sud Tirolo, in un bellissimo paesino dove il 98% della popolazione è di madrelingua tedesca. In un primo tempo avevano pensato di chiamarlo Giovannino o Giacomino, poi dopo l’intervallo, ricaricati da un the caldo, l’hanno chiamato Aldino.

Sono stato diverse volte, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali,  in questo piccolo e grazioso paesino, volutamente, senza aver mai sbagliato direzione, il Sud Tirolo è una bella dimensione, a misura di week end lungo, di settimana bianca, di quindicina estiva. Se poi l’albergo è di quelli che si ricordano, ci si ricorda di tornare, inoltre è un posto da gastrofanatici che con la scusa della temperatura mangiano e stappano a raffica.

Il Gasthof Krone nella piazza principale di Aldein, siamo oltre i milleduecento metri,  è una struttura del 1577 gestita dal 1720 dalla Famiglia Franzelin, c’è un parcheggio custodito e sotterraneo e, dovesse nevicare in Sudtirol, un deposito sci, l’umlaut è come se ci fosse.

L’antico Albergo, recentemente ristrutturato, ha conservato, come Lauren Hutton, il suo fascino, tutta la famiglia si occupa di attività direttamente o indirettamente collegate, cucina, vini, c’è Georg il sommelier, azienda agricola, cavalli ma non solo, tutto ruota, pavoni non ne ho visti.



Oggi le foto vanno per conto loro, nell’aria l’euforia per le feste  rende difficile tenere tutto sotto controllo, comunque cenare nella vecchia stube, o nella sala principale destinata anche alla colazione (una delle migliori di sempre che se la gioca e la vince con strutture all’avanguardia che fanno la guardia alle brioches) è una bella esperienza, così come dopo aver centellinato un distillato salire nelle belle e confortevoli camere.Centellinare un distillato, ho davvero poco alcol nei miei trascorsi…

L’APT sudtirolese, dopo avermi recapitato rafano, speck, pane con cereali, senza nero, biondo castano, rosso antico, burro di malga, strudel di pere mi ricorda, tra le varie opportunità di svago, le passeggiate per malghe, il lago,



i sentieri al limite del paese dove basta non perdersi come ho fatto io e un paio di chicche, la visita al Bletterbach Canyon, patrimonio naturale dell’Unesco e  il Santuario del millecinquecento a metri millecinquecento.



Uscendo dalla piccola chiesa, dove le funzioni religiose sono in tedesco, basta non sbagliare direzione perché il piccolo cimitero è proprio dietro l’angolo, per il resto, potendo scegliere, due chiacchiere sul sagrato, un aperitivo sui tavolini al sole, una passeggiata sul sentiero che parte proprio da lì, va bene tutto. La piazza di Aldino, con la chiesa, la scuola, il municipio, la canonica e l’Hotel Krone sembra un presepe.



Da Aldino, superato Petersberg, si arriva comodamente in auto al Santuario, raggiungibile, un po’ meno agevolmente, anche attraverso i sentieri nel bosco, chi visita questo luogo sacro riceve l’indulgenza plenaria concessa nel 2003 da Papa Giovanni Paolo II, male non fa.



Il posto è bellissimo, nel post, tra le righe a tastiera libera, lampeggia un augurio al Faro, al Guardiano,  a tutti gli Armadilli in visione e alle Armadille in visone e tacco 12: sereno S. Natale e pace, qui  c’è davvero pace senza ulivi.

Quello che segue non credo sia un messaggio subliminale, ma non ne sono poi così sicuro, diciamo sicuro al cinquanta per cento,  il nome del Santuario, in tedesco Wallfahrtsort Maria Weißenstein, in italiano è PietrAlba.



Marco 50&50

mercoledì 25 dicembre 2013

Acquolina, la pasticceria di Natale


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Tutte le informazioni e i dettagli su L'Acquolina li ritrovate nel post precedente, quello del 24 dicembre. Oggi è Natale, e così, invece di impegnare gli occhi nella lettura li lascerei invece vagare con leggerezza sopra alle creazioni di pasticceria immaginate da Maurizio Santin ed eseguite al meglio da Gianluca Giorgeschi.

Gianluca Giorgeschi con la profiteroles new style quadrata


Le vetrinette da gioielleria, per la pasticceria secca, e qualche vino in abbinamento da prelevare dall'enoteca dell'Acquolina

Gelatina di fragole e yogurt, a sinistra. La tartelette limone e zenzero a destra

Bignè-frolla-Chantilly

Cioccolato e lamponi...

Bignè alla crema, o al cioccolato...

Il piccolo cannoncino e la tartelette di frutti rossi

Macarons

Cheese cake agli agrumi

Sacher

Tronchetto di Natale

Qualche gelatina?

Torta di pistacchio

Crema al limone... da condividere o mono porzione


Pasticceria l'Acquolina
Piazza San Giovanni
Ospedaletti (IM)



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